Notizie dall'Italia

Arte, strumento di inclusione
Dalle carceri alle strutture di accoglienza con NABA
13-01-2026 - Promuovere la pratica artistica in contesti segnati da fragilità o limitazioni della libertà personale con l'obiettivo di creare momenti di condivisione e inclusione attraverso la relazione e il dialogo. A portare l'arte e i laboratori all'interno di contesti protetti, incluso anche le carceri, sono stati le studentesse e gli studenti romani di NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, che hanno partecipato a un progetto dell’artista Joana Vasconcelos, promosso dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti.
Il progetto culminerà con l’inaugurazione della mostra dal titolo VENUS che inaugurerà il 18 gennaio presso lo spazio PM23 di Piazza Mignanelli, a Roma.
Il contributo di NABA si è sviluppato attraverso un articolato percorso laboratoriale, svolto con cadenza settimanale, finalizzato alla produzione dei materiali destinati alla realizzazione di un’opera installativa. All’interno del campus dell’Accademia, le studentesse e gli studenti hanno lavorato alla creazione di manufatti realizzati con materiali e cromie differenti, che saranno successivamente assemblati per dare forma all’opera che sarà esposta nello spazio della mostra.
Accanto al lavoro svolto in Accademia, il progetto ha assunto una forte valenza sociale, estendendosi a diversi contesti esterni grazie al coinvolgimento di una rete di partner attivi nei settori dell’accoglienza, della cura e della protezione: l’Associazione Differenza Donna APS, INTERSOS – Organizzazione Umanitaria ETS, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e il Gemelli Medical Center. In questi ambiti, le attività si sono svolte all’interno di strutture di accoglienza, spazi protetti e contesti sanitari, inclusi gli hospice ospedalieri, coinvolgendo persone che vivono condizioni di vulnerabilità e svantaggio sociale.
In tali contesti, il gruppo di cinquanta studentesse e studenti NABA coinvolti nel progetto hanno svolto un ruolo di tutoring, guidando gruppi di lavoro composti mediamente da una decina di partecipanti per ogni incontro. L’obiettivo del progetto non era esclusivamente la produzione dei manufatti, ma soprattutto la creazione di momenti di condivisione e inclusione, in cui la pratica artistica diventava strumento di relazione, partecipazione e dialogo, in contesti segnati da fragilità o limitazioni della libertà personale.
Un ulteriore ambito di intervento del progetto è stato il carcere di Rebibbia, in un’area riservata alle donne detenute. Le attività, svolte con regolarità settimanale, sono state realizzate anche con il contributo della docente Lucrezia Moro, delle tutor messe a disposizione dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti e della Fondazione Severino, partner del progetto e realtà da anni impegnata nello sviluppo di percorsi di formazione, reinserimento sociale e iniziative culturali in ambito carcerario. In questo contesto, il lavoro laboratoriale ha coinvolto direttamente le detenute, valorizzando l’esperienza artistica come occasione di ascolto, relazione e inclusione.
Redazione

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