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Il “Board of Peace” di Donald Trump: riforma radicale o sfida all’ordine multilaterale?
Un nuovo strumento di gestione dei conflitti tra pragmatismo politico e rottura istituzionale in un’analisi di Pierangelo Panozzo
18-01-2026 - L’annuncio del Board of Peace, presentato il 15 gennaio 2026 dal presidente Donald Trump, ha immediatamente acceso il dibattito sulla governance globale. Nato ufficialmente come strumento per la ricostruzione, amministrazione e ripresa economica della Striscia di Gaza nel dopoguerra, il progetto si è rivelato fin da subito qualcosa di più ambizioso: un organismo internazionale permanente, pensato per intervenire nella gestione dei conflitti globali al di fuori del perimetro tradizionale delle Nazioni Unite.
La domanda centrale non è solo che cosa sia il Board of Peace, ma che cosa rappresenti: una risposta pragmatica alle inefficienze percepite del multilateralismo o un tentativo deliberato di costruire un sistema alternativo all’ONU.

Dalla crisi di Gaza a un progetto globale
Secondo le informazioni emerse da documenti preliminari e da lettere inviate a vari leader mondiali, il Board of Peace non si limiterebbe al dossier Gaza. Nelle comunicazioni indirizzate, tra gli altri, ai presidenti di Argentina e Paraguay, Trump parla apertamente di un “nuovo approccio audace alla risoluzione dei conflitti globali”, suggerendo una vocazione strutturale e duratura.
In questa visione, Gaza diventa il progetto pilota: un banco di prova per dimostrare che un organismo snello, politico e fortemente decisionista possa ottenere risultati dove i meccanismi multilaterali tradizionali faticano.

Struttura, governance e nodo dei finanziamenti
Il punto più controverso riguarda l’architettura istituzionale del Board. La bozza di statuto – citata da diverse fonti internazionali – prevede: Donald Trump come presidente inaugurale; membri con mandati triennali, rinnovabili a discrezione del presidente; una soglia di ingresso di almeno 1 miliardo di dollari per ottenere un posto permanente; esenzioni dai limiti di mandato per i Paesi che superino tale contributo nel primo anno; decisioni formalmente a maggioranza, ma soggette all’approvazione finale del presidente.
È questo schema a sollevare i maggiori interrogativi: un modello in cui l’influenza politica è direttamente proporzionale alla capacità finanziaria, e dove il potere di veto non è multilaterale, ma personalizzato.

I protagonisti: continuità e discontinuità
Il comitato esecutivo annunciato combina figure dell’attuale e del recente establishment occidentale: Marco Rubio, Segretario di Stato; Steve Witkoff, inviato speciale; Tony Blair, ex premier britannico; Jared Kushner, genero ed ex consigliere di Trump.
Particolarmente significativa è la nomina di Nickolay Mladenov, ex Coordinatore Speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente, come Alto Rappresentante per Gaza. La sua presenza segnala un tentativo di importare competenze ONU dentro una struttura che, almeno nelle intenzioni, si propone come alternativa all’ONU stessa.

Contesto storico: le “riforme esterne” all’ONU non sono una novità
Il Board of Peace non nasce nel vuoto. La storia recente delle relazioni internazionali è segnata da tentativi di aggirare o affiancare le Nazioni Unite quando queste venivano percepite come paralizzate. Dalle “coalizioni dei volenterosi” degli anni Novanta fino agli interventi militari fuori mandato ONU nei Balcani, in Iraq o in Libia, grandi potenze e alleanze hanno più volte scelto di agire al di fuori del quadro multilaterale, invocando l’urgenza dell’azione rispetto alla legittimità procedurale.
La differenza, oggi, è sostanziale: il Board of Peace non si presenta come strumento temporaneo o militare, ma come istituzione permanente, con ambizioni di governance globale. In questo senso, non rappresenta una deviazione episodica, bensì un possibile salto di paradigma: dalla deroga all’ordine multilaterale alla sua sostituzione selettiva.

B]Le critiche: un’ONU parallela?[/BV]
Le reazioni internazionali oscillano tra cautela e allarme. Numerosi analisti leggono il Board of Peace come un tentativo di bypassare le Nazioni Unite, accusate da Trump di inefficienza cronica, politicizzazione e incapacità di prevenire o risolvere i conflitti più gravi.
Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale, lo statuto del Board farebbe esplicito riferimento al “coraggio di allontanarsi da istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Una formulazione che, per molti osservatori, non lascia dubbi sull’intento politico.
Un ex alto funzionario statunitense coinvolto nella fase preliminare ha sintetizzato così la filosofia del progetto:
“Non stiamo smantellando il multilateralismo, stiamo cercando di farlo funzionare quando i meccanismi tradizionali sono bloccati.”
Di segno opposto la valutazione di un diplomatico europeo con lunga esperienza ONU, che avverte:
“Il rischio non è solo bypassare l’ONU, ma normalizzare l’idea che la pace sia gestita da chi può permettersela. È un precedente pericoloso.”
La frattura è evidente: non solo tra Stati, ma tra due concezioni opposte della legittimità internazionale.

La coincidenza (non casuale) con l’allarme ONU
L’annuncio del Board of Peace è arrivato nello stesso giorno in cui il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, pronunciava uno dei suoi interventi più duri sulla crisi della cooperazione internazionale.
Senza citare Trump direttamente, Guterres ha denunciato leader che stanno cercando di “mettere la cooperazione internazionale in punto di morte”, descrivendo un mondo segnato da divisioni geopolitiche autodistruttive, violazioni del diritto internazionale e tagli agli aiuti.
La sovrapposizione temporale rafforza la percezione di uno scontro di visioni: da un lato la difesa dell’ordine multilaterale nato dopo il 1945, dall’altro la proposta di un sistema più selettivo, politico e orientato ai risultati.

Implicazioni concrete: cosa cambierebbe nei conflitti in corso
Se il Board of Peace dovesse diventare operativo oltre il caso Gaza, le conseguenze sarebbero immediate. In un conflitto come quello in Ucraina, un organismo guidato da una leadership ristretta potrebbe tentare iniziative di mediazione o ricostruzione senza passare dal Consiglio di Sicurezza, aggirando veti incrociati ma anche le garanzie di neutralità multilaterale.
In contesti come il Sudan, dove l’ONU fatica a coordinare interventi umanitari e di sicurezza, il Board potrebbe intervenire più rapidamente, ma al prezzo di selezionare priorità e interlocutori secondo criteri politici e finanziari, non universalistici.
In entrambi i casi, il nodo resta lo stesso: efficacia contro legittimità, rapidità contro inclusività.

Riforma o rottura?
Un’analisi equilibrata impone di riconoscere anche le ragioni dei sostenitori del progetto. L’ONU soffre da anni di paralisi decisionale, veti incrociati e difficoltà operative sul terreno.
Da questa prospettiva, il Board of Peace appare come un tentativo di riforma esterna: non cambiare l’ONU dall’interno, ma dimostrare che un altro modello è possibile.
Il rischio, tuttavia, è il precedente. Se la gestione dei conflitti viene sottratta a regole condivise e affidata a coalizioni variabili guidate da un singolo leader, il sistema internazionale potrebbe diventare meno prevedibile e più personalistico, anche quando animato da intenzioni dichiaratamente pragmatiche.

Conclusione: un banco di prova per l’ordine globale
Il Board of Peace non è ancora operativo e molte delle sue ambizioni restano sulla carta. Ma la sua sola formulazione è già un segnale politico potente. Se realizzato nella sua versione più ampia, rappresenterebbe un tentativo di riscrivere le regole della cooperazione internazionale, spostando l’asse dal multilateralismo basato sul diritto a un modello fondato su potere, risorse finanziarie e leadership individuale.
Il vero interrogativo non è se l’ONU abbia dei limiti – su questo il consenso è ampio – ma se la risposta possa essere un sistema in cui la pace è gestita come un club esclusivo. È su questo terreno, più che su Gaza, che il Board of Peace verrà giudicato.

Nota metodologica
Le informazioni relative al Board of Peace derivano da bozze statutarie, comunicazioni ufficiali preliminari e ricostruzioni giornalistiche autorevoli. Il progetto è in fase evolutiva e diversi aspetti della governance, dei finanziamenti e del mandato operativo potrebbero subire modifiche.
L’analisi proposta riflette pertanto lo stato attuale delle informazioni disponibili e mira a interpretarne le implicazioni politiche e istituzionali, più che a descrivere un assetto definitivo.


Pierangelo Panozzo
 
  


 
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