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foto di: Burgio
Infoibati nel delirio
‘’Educare i giovani nella menzogna non è mai utile, ad un popolo’’, chiosa il generale Burgio
08-02-2026 - Ho appreso che sia stata richiesta “sobrietà” nel celebrare il 10 febbraio, giorno di ricordo delle foibe.
Il saggio suggerimento origina dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.
Sì, il sodalizio che riunisce ormai “0” partigiani combattenti e un bel mucchio di soci (e senz’altro anche gente in buona fede) pronti a partigianare dalle piazze d’Italia per Gaza, contro la TAV, per Askata-fascio, etc., chiaramente senza rischiare un’unghia.

A differenza dei tanti cui s’ispirano, che in montagna a prender freddo e pallottole ci andarono comunque davvero.
E se non rischiano, Dobbiamo ringraziare qualche magistrato, qualche precedente ministro dell’interno in quota arrossata e le indicazioni politiche che hanno fatto oramai considerare le manganellate un “fallimento”, e le martellate con bombe carta e chiodi una bazzecola da stadio.

Beh, mi pare che di “sobrietà” ve ne sia stata per decenni.
Noi “boomer” nati fra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, manco sapevamo che cosa fossero le foibe.
Grazie alla sobria operazione voluta da Togliatti & C., sostenuta – lo dicono i fatti successivi, come il pianto inginocchiato di “nonno Sandro” davanti al feretro di Tito – da ineffabile politica dell’oblio post-bellica.

Però almeno una volta quella politica – e partigiani annessi – non inneggiava al sacrificio dei partigiani jugoslavi.
Ognuno celebrava i propri, di combattenti della montagna, e andava bene così.
Oggi no: non potendo aggredire la memoria degli infoibati, l’A.N.P.I. qua e là celebra i titini. Che poi erano quelli che le cavità carsiche le hanno utilizzate contro un bel po’ d’italiani.

Non riesco davvero a comprendere cosa s’intenda per sobrietà, a questo punto. Temo infatti che qualsiasi celebrazione, qualunque corona di fiori o alloro, ogni possibile discorso sia eccessivo e poco sobrio.
E servirà per giustificare poco sobrie celebrazioni del 25 aprile prossimo.
In definitiva, senza il ricordo delle foibe, la Festa della Liberazione – che dovrebbe esaltare il valore dei liberatori, in gran parte in uniforme kaky e pronuncia anglosassone – sarebbe passata in un soffio, con qualche polemica di parte. Invece ora l’irriducibile duello inizia a metà febbraio.
E si continuerà a contrabbandare fra i giovani la mistificante realtà che vede i Caduti di allora tutti salmodianti “Bella Ciao”, le Forze Armate Regie che nulla fecero limitandosi ad evaporare l’8 settembre, e una rasoiata netta a dividere i buoni dai cattivi e il giusto dallo sbagliato.
Resto dell’idea che porcate ne abbiano fatte di sicuro coloro che combatterono per la repubblica di Salò. Tante e ingiustificabili.
Ma furono in ottima compagnia.

Dovrebbe mettersi l’anima in pace l’A.N.P.I., e fare i conti con una storia che non fu certo solo luci.
Giampaolo Pansa ebbe il merito – e l’intuito – di trasformare tante notizie già ben note in fortunata operazione letteraria.
Definirlo un non-storico e bocciarne il lavoro è idiota: stessa cosa potrebbe essere fatta con tutti i giornalisti che s’inventano storici, senza citare una riga di bibliografia a sostegno delle loro narrazioni.
Il cronista piemontese d’estrazione di sinistra utilizzò invece materiale da tempo divulgato e ben noto, che imbarazzava e di cui non si parlava.
Come Togliatti non fece pubblicare l’opera del compagno Alessandro Natta sugli Internati Militari nei lager nazisti, per far passare la favola di 130mila Caduti, tutti partigiani. Sottintendendo fossero pure tutti comunisti.
Inglobandovi 50.000 Internati Militari, caduti delle Forze Armate (persino in Corsica, nei Balcani e a Roma nei giorni immediatamente successivi all’armistizio), e militari di professione unitisi alle formazioni della montagna.

E invece, oggi, finalmente un po’ di veli son stati squarciati. E ritengo sia doveroso dire la verità, completa.
Educare i giovani nella menzogna non è mai utile, ad un popolo.
Se ne avvide la gioventù cresciuta nel mito di Mussolini, quando si rese conto di quanto l’Italia non fosse in grado di competere con le altre potenze. E ciò avvenne quand’era troppo tardi.
E allora, lasciamo questi negazionisti delle foibe nel loro brodo d’incultura, e cerchiamo di fornire a chi dovrà impadronirsi delle redini della nostra Italia, in futuro, tutte le sfaccettature di una verità, che per troppo tempo è stata monocorde e ipocrita.

Contrastiamo i racconti di questi infoibati nel delirio massimalista, troppo simile alla realtà hollywoodiana che tanto detestano, dove ci son solo buoni e cattivi assoluti.
Rammentando a loro e a noi che d’assoluto – oltre a Dio per chi crede – c’è solo che tutto è relativo.

Carmelo Burgio
 
  


 
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