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Lo Stretto dei Tormenti
Il G7 mobilita le Scorte contro il Ricatto di Hormuz
10-03-2026 - Il mondo si è svegliato il 9 marzo 2026 con il fiato sospeso e lo sguardo rivolto a quel sottile lembo di mare che separa la stabilità dei listini dal collasso logistico: lo Stretto di Hormuz.
Per la prima volta dal giugno 2022, il petrolio ha sfondato la barriera dei 110 dollari, con picchi notturni che hanno visto il Brent toccare i 119,50 dollari al barile.
Non è una semplice fiammata speculativa, ma il riflesso di una geopolitica della strozzatura.
L’escalation militare tra l’asse USA-Israele e Teheran, culminata nel blocco quasi totale dell’arteria dove transita il 20% del greggio mondiale, ha trasformato un mercato che fino a dieci giorni fa gravitava sotto i 70 dollari in un terreno di scontro frontale.

La risposta del G7: lo scudo delle riserve
In risposta al rischio di un blackout energetico globale, i ministri delle Finanze del G7 hanno attivato oggi la procedura di emergenza coordinata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE).
Sul tavolo non ci sono sanzioni o proclami, ma l’immissione massiccia di barili “fisici”: un rilascio coordinato di 300-400 milioni di barili dalle riserve strategiche (SPR).
Sebbene l’utilizzo delle scorte non sia uno strumento inedito — è stato il pilastro della resilienza post-Ucraina — l’entità della manovra odierna, pari al 30% delle disponibilità totali, segnala un cambio di passo.
Soprattutto, evidenzia il pragmatismo forzato dell’Amministrazione Trump che, dopo aver escluso interventi solo una settimana fa, ha dovuto cedere alla pressione di un mercato che ignora i fondamentali per reagire esclusivamente ai bollettini di guerra.

L’impatto sui mercati e il nodo della persistenza
L’annuncio della manovra ha avuto un immediato effetto sedativo: il Brent è ripiegato verso i 106,8 dollari, frenando una corsa che sembrava puntare dritta verso i 150.
Tuttavia, gli analisti di Barclays restano cauti: “Il rilascio di scorte è un palliativo temporaneo; se il blocco di Hormuz dovesse persistere oltre le due settimane, il deficit strutturale travolgerà la capacità di stoccaggio dell’AIE.”

Il fronte italiano: tra spread energetico e rischio industriale
In Italia, la tensione si riflette in un doppio binario di sofferenza.
Da un lato, il gas naturale al TTF di Amsterdam è balzato a 64 euro, alimentando i timori di un nuovo shock sui costi di produzione industriale.
Dall’altro, lo spread BTP-Bund ha reagito nervosamente toccando gli 83,2 punti, il massimo da giugno 2025.
Per comprendere la gravità della situazione, basta guardare al comparto della raffinazione e del trasporto.
Fonti vicine ai principali operatori energetici nazionali confermano che la preoccupazione non riguarda più solo il prezzo, ma la continuità degli approvvigionamenti nel lungo periodo.
“Non siamo più nella fase della gestione del caro-energia”, commentano analisti del settore, “ma in quella della sicurezza degli approvvigionamenti fisici.”
Il sistema produttivo italiano, fortemente dipendente dalle importazioni via mare, si trova nuovamente esposto a una volatilità che rischia di erodere i margini della manifattura, proprio mentre la Cina chiude i rubinetti dell’export di benzina e gasolio per proteggere il proprio mercato interno.

Il Punto di Vista
La decisione del G7 è un atto di realismo necessario, ma non risolutivo.
Le riserve strategiche agiscono come un ammortizzatore, non come una fonte alternativa.
La verità che emerge da questa crisi è che l’Occidente ha spostato la sua dipendenza energetica, ma non l’ha eliminata: finché la sicurezza delle rotte marittime rimarrà ostaggio della crisi iraniana, la stabilità economica resterà una variabile dipendente da una geografia ostile.
Più che di vulnerabilità, oggi dovremmo parlare di una dipendenza strutturale dalle strozzature, che nessuna riserva, per quanto ingente, può sperare di sanare definitivamente.


Pierangelo Panozzo
 
  


 
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