Notizie dall'Italia

Quando la preghiera sfida la guerra
Leone XIV e il ‘’Rosario della speranza’’: la pace non è patrimonio di una fede sola (testimonianza di **P.Panozzo)
12-04-2026 - C’è un momento in cui la politica si ferma e la storia respira. Accade stasera, alle diciotto, nella Basilica di San Pietro, dove Papa Leone XIV presiede un Rosario meditato per la pace — convocando il mondo intorno a una preghiera semplice e antica, in uno dei momenti più tormentati che l’umanità contemporanea ricordi.
Non è un gesto rituale.
È un atto politico nel senso più alto del termine.
L’annuncio era arrivato dalla Loggia delle Benedizioni il mattino di Pasqua, con quella voce ferma che già nelle prime parole del suo pontificato aveva indicato nella pace “disarmata e disarmante” la cifra di un magistero destinato a non restare nei confini dell’omelia domenicale.
Leone XIV aveva guardato la piazza e il mondo, e aveva detto: unitevi a me. Sabato 11 aprile, alle diciotto, in San Pietro.
Non una messa solenne, non una cerimonia di stato. Un rosario.
La preghiera dei poveri, dei vecchi, delle madri che aspettano i figli dalla guerra.
Ho avuto la grazia di essere presente alla Messa di Pasqua di Leone XIV, in quella piazza che il mattino di Resurrezione aveva il respiro trattenuto di chi sa di trovarsi davanti a qualcosa che supera il tempo ordinario.
E ho compreso allora, ascoltando quelle parole, che questo Pontificato ha scelto di parlare alle coscienze prima che ai governi — sapendo che le coscienze, alla lunga, muovono la storia più dei comunicati diplomatici.
Stasera quell’intuizione si fa gesto collettivo.
La Basilica di San Pietro si apre a tutti — credenti e non, fedeli e cercatori, certi e dubbiosi. Perché la pace, come ha ricordato Leone XIV, non è patrimonio di una fede sola.
È il desiderio più antico dell’umanità, quello che precede ogni confessione e ogni frontiera.
Il giorno scelto non è casuale.
Mentre a Roma il Rosario sale verso il cielo dalla tomba di Pietro, a Islamabad si aprono i negoziati tra Washington e Teheran — quei colloqui che il mondo trattiene a stento come l’ultima opportunità per evitare che il conflitto nel Golfo Persico travolga ciò che resta dell’ordine internazionale.
Una tregua di due settimane in Medio Oriente aveva già strappato al Papa parole di “soddisfazione e viva speranza” nell’udienza generale di martedì.
Parole misurate, ma dense — perché ogni tregua, ha detto, è un respiro.
Una pausa nel dolore.
La possibilità, almeno per un istante, di immaginare che qualcosa possa cambiare.
Leone XIV sa che la preghiera non firma i trattati.
Ma sa anche — e lo ha detto con la chiarezza di chi non teme di essere frainteso — che la forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta.
E che da quella forza, non da altra, dipende la possibilità di un mondo diverso.
Stasera, mentre la navata di San Pietro si riempie di voci che recitano insieme i misteri del Rosario, qualcosa si muove nell’aria di Roma.
Non è solo liturgia. È il tentativo ostinato, millenario e sempre nuovo, di opporre alla logica della guerra la logica del cuore umano che — ferito, stanco, ma ancora capace di speranza — sceglie di non cedere all’odio.
Vale la pena ascoltare.
**Pierangelo Panozzo è giornalista e analista geopolitico. È membro dell’IIHL di Sanremo e titolare dell’accreditamento stampa Press Club Brussels Eur
Pierangelo Panozzo

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