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foto di: P. Panozzo
‘’Africa day 2026’’ a Roma
Al Quirinale, tra diplomazia e storia, il continente si racconta in prima persona determinato ad ottenere il proprio ruolo nell’ordine mondiale
26-05-2026 - Il Quirinale, sede del Corpo diplomatico africano in Italia, ha ospitato questa sera una delle riunioni più significative della stagione diplomatica romana.
Il Gruppo degli Ambasciatori Africani accreditati presso la Repubblica Italiana ha celebrato la Giornata dell’Africa in una cornice che ha unito il peso del protocollo al calore di un’Africa che rivendica con crescente determinazione il proprio ruolo nell’ordine mondiale.

Sessantatré anni fa, il 25 maggio 1963, ad Addis Abeba, più di trenta nazioni africane firmavano l’atto costitutivo dell’Organizzazione dell’Unità Africana.
Era la fine formale dell’era coloniale come progetto egemonico, e l’inizio di qualcosa di più difficile e più necessario: la costruzione di un’identità continentale sovrana.
Quella data non appartiene soltanto alla storia.
È un presente ancora in costruzione, come dimostra ogni anno la solennità con cui il corpo diplomatico africano in Italia — uno dei più numerosi e attivi tra quelli accreditati a Roma — celebra l’Africa Day.

Quest’anno la giornata ha assunto un rilievo del tutto particolare.
Nel corso della mattinata, l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani ha ospitato l’evento istituzionale promosso dalla Farnesina sul tema “Italia – Africa: Culture in gioco”, aperto dal ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e dal Decano del Corpo diplomatico africano in Italia, l’ambasciatore dell’Eritrea Fessahazion Pietros Menghistu.
Lo sport come metafora del dialogo tra civiltà, la formazione giovanile come investimento geopolitico, il talento africano come risorsa condivisa: tre direttrici di riflessione che hanno attraversato i panel della giornata, con la partecipazione di campioni olimpici, tecnici internazionali e rappresentanti del mondo accademico.

Ma è stata la serata a consegnare la dimensione più autentica di questa ricorrenza.
Riuniti attorno al tavolo del Gruppo degli Ambasciatori Africani presso il Quirinale, si sono trovati personalità di primissimo piano.
Tra i presenti, S.E. Oscar Mabuyane, Premier della provincia del Capo Orientale del Sudafrica, figura centrale dell’ANC al suo settimo anno di mandato, presente a Roma in un momento di particolare densità politica per Pretoria.
Ad accompagnarlo, S.E. Nosipho Nausca-Jean Jezile, ambasciatrice del Sudafrica in Italia, diplomatica di lungo corso che in questi mesi ha gestito con mano ferma dossier delicatissimi — dalla controversia sul padiglione sudafricano alla Biennale di Venezia agli equilibri africani in seno alle agenzie ONU di Roma, FAO in testa.
Al tavolo anche S.E. Ana Paula Napeyok, ambasciatrice dell’Uganda in Italia, con cui si stanno sviluppando iniziative di cooperazione di crescente rilevanza strategica, dalla promozione turistica alle tecnologie nucleari di quarta generazione. Oltre a loro, l’intera rappresentanza degli Ambasciatori africani accreditati presso il Quirinale: un consesso che racchiude l’Africa nelle sue pluralità, nelle sue tensioni, nelle sue ambizioni.

La presenza contemporanea di Oscar Mabuyane e di Nosipho Jezile in questa sede non è un dettaglio cerimoniale. Il Sudafrica attraversa una fase di ridefinizione del proprio posizionamento internazionale — tra la Presidenza G20 appena conclusa, le tensioni con Washington, il dossier Brics e il dibattito interno sulla politica estera della coalizione di governo — e la proiezione diplomatica in Europa passa sempre più attraverso Roma, non solo per la presenza delle agenzie ONU ma per il peso politico che l’Italia ha assunto nel rapporto con il continente africano attraverso il Piano Mattei.

A due anni dal suo lancio, il Piano ha esteso il proprio perimetro a diciotto nazioni africane, integrando energia, infrastrutture digitali, formazione e intelligenza artificiale applicata allo sviluppo, con l’obiettivo dichiarato di fare dell’Italia il pivot naturale tra l’Europa e l’Africa nel quadro del Global Gateway europeo.

Non è retorica. È architettura di interessi.
E il fatto che un Premier sudafricano, un’Ambasciatrice ugandese e decine di rappresentanti del continente si trovino riuniti questa sera a Roma — nella stessa città che ospita la FAO, l’IFAD, il WFP, l’IIHL di Sanremo, le ambasciate africane più attive del mondo occidentale — dice qualcosa di preciso sulla traiettoria che il rapporto tra Italia e Africa sta prendendo. Non una dipendenza, non un patronato, ma qualcosa di più complesso e più interessante: una co-progettazione in cui le asimmetrie storiche vengono negoziate, non ignorate.

L’Africa Day, in fondo, non è una celebrazione.
È una verifica annuale di quanto quella firma del 1963 sia riuscita a trasformarsi in sostanza.
Roma ha offerto la propria risposta.


Pierangelo Panozzo
 
  


 
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