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Nuova geografia della crescita europea
‘’Polonia locomotiva, Repubblica Ceca stabile, Germania in affanno…’’ secondo l’analisi di Pierangelo Panozzo
07-07-2026 - Le differenze territoriali nella capacità di crescere non riguardano soltanto l’Italia. Anche l’Europa mostra ormai una geografia economica sempre più articolata, in cui a colpire non è tanto la crescita in sé, quanto la sua distribuzione: la Polonia corre, la Repubblica Ceca tiene, mentre le economie del cuore storico dell’Unione — Germania in testa — arrancano.
Polonia, il motore che non si ferma
I numeri raccontano una traiettoria ormai consolidata.
Nel terzo trimestre 2025 il Pil polacco è cresciuto del 3,7% su base annua, dopo il +3,3% del trimestre precedente, un ritmo che supera sia la media dell’Eurozona (attesa all’1,2% per il 2026) sia quella degli altri paesi dell’Europa centro-orientale.
Le previsioni per il 2026 confermano la tendenza, con stime tra il 2,9% e il 3,5%, trainate dalla resilienza dei consumi privati e da un utilizzo efficiente dei fondi europei — 76 miliardi di euro di fondi di coesione stanziati per il periodo 2021-2027.
Non si tratta di un exploit congiunturale.
Dal 1992 al 2022 la Polonia ha fatto segnare una crescita media reale del 4,1% annuo, un dato che ha permesso al paese di avvicinarsi rapidamente alla media di reddito pro capite dell’Unione (oggi intorno all’80%, contro il 65% di appena un ventennio fa) e di affermarsi come sesta economia dell’Unione Europea per Pil.
Il consolidarsi del nearshoring — la tendenza delle imprese occidentali a riportare produzione e logistica più vicino ai mercati finali — ha ulteriormente rafforzato l’attrattività del paese: il porto di Danzica ha movimentato 80,4 milioni di tonnellate nel 2025, diventando uno snodo centrale del Baltico, mentre i corridoi TEN-T collegano ormai la Polonia direttamente a Germania, Austria, Belgio e Nord Italia.
Un mercato interno di 37 milioni di abitanti, una classe media in espansione e un reddito medio in crescita completano un quadro che diversi analisti internazionali descrivono ormai come quello della nuova “locomotiva” della crescita europea — un ruolo che per molti anni è stato associato alla capacità trainante dell’economia tedesca.
Negli ultimi anni la Polonia ha inoltre beneficiato di consistenti investimenti diretti esteri nei settori manifatturiero, tecnologico e logistico, rafforzando il proprio ruolo di piattaforma produttiva dell’Europa centro-orientale.
Repubblica Ceca: meno slancio, ma fondamenta più solide
Il caso ceco è diverso, e va letto con una chiave interpretativa distinta.
Praga parte da una posizione di maggiore ricchezza relativa — il Pil pro capite ceco si attesta oggi intorno al 90% della media UE, il valore più alto tra i paesi dell’ex blocco di Visegrád — ma la sua crescita recente è più contenuta: +2,7% su base annua nel terzo trimestre 2025, un ritmo comunque superiore alla media dell’Eurozona ma lontano dall’accelerazione polacca.
La lettura corretta, dunque, non è quella di un paese in affanno, ma di un’economia già matura che consolida un livello di sviluppo elevato senza le impennate tipiche di chi deve ancora colmare un divario.
È una dinamica tipica delle economie mature: crescere meno rapidamente non significa necessariamente perdere competitività, ma riflette spesso un livello di sviluppo già elevato.
Una convergenza a due velocità
Il quadro che emerge dai dati Eurostat e dalle proiezioni di Oxford Economics e della Commissione europea disegna un’Europa centro-orientale tutt’altro che omogenea.
Se Polonia e Repubblica Ceca — pur con percorsi diversi — continuano a convergere verso gli standard occidentali, altre economie della regione mostrano segnali di affaticamento, a conferma che il vecchio schema “Est arretrato, Ovest avanzato” non descrive più la realtà del continente.
Resta un elemento comune al caso italiano: la crescita, quando è solida, nasce dalla combinazione tra investimenti mirati, capacità di attrarre capitali esterni e un tessuto produttivo capace di rinnovarsi.
È lo stesso principio che, spostando lo sguardo dal Baltico al Mediterraneo, spiega perché oggi la geografia della competitività — in Italia come in Europa — passi sempre meno per l’eredità del passato e sempre più per la capacità di un territorio di reinventarsi.
Pierangelo Panozzo

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