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foto di: cybernaua
Spie a Roma
La presunta rete che avrebbe venduto segreti di Stato a Mosca e la crisi diplomatica con la Russia
10-07-2026 - Il caso riporta l’attenzione sul ruolo di Roma nella guerra ibrida che Mosca conduce da anni contro i Paesi occidentali.
Il 7 luglio i carabinieri del Ros hanno posto agli arresti domiciliari due ex agenti dei servizi segreti italiani, secondo l’ipotesi accusatoria responsabili di aver ceduto per anni informazioni riservate a un ufficiale dell’intelligence militare russa, il Gru, operante a Roma sotto copertura diplomatica.
Si tratta, allo stato, di accuse ancora al vaglio della magistratura, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza per tutti gli indagati.
Nel giro di quarantott’ore, comunque, la vicenda si è trasformata in un caso di Stato, con l’espulsione di due addetti militari dell’ambasciata russa e la ferma reazione di Mosca.

Il profilo del principale indagato
Al centro dell’inchiesta c’è Gavino Raoul Piras, 59 anni, originario di Sassari, ex sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri ed ex appartenente al comparto di intelligence italiano, in pensione da oltre un decennio.
Il suo profilo è quello di un analista di alta formazione, con solide credenziali nel campo dell’intelligence e della cooperazione Nato — un elemento che, se le accuse fossero confermate, renderebbe il caso ancora più delicato, proprio per il livello di competenza tecnica e di conoscenza dei meccanismi del controspionaggio che l’indagato avrebbe potuto mettere a disposizione della propria rete.
Accanto a lui, agli arresti domiciliari, anche Vincenzo Di Pasquale, 59 anni, di Matera, anch’egli ex sottufficiale dei Carabinieri e già agente dei servizi, in pensione da oltre un decennio.

Il meccanismo della presunta rete
Stando alla ricostruzione investigativa, e allo stato solo nella prospettiva accusatoria, Piras sarebbe stato l’unico interlocutore diretto dell’ufficiale russo, individuato nel militare Mikhail Astakhov, giunto a Roma con copertura diplomatica.
Il sistema si sarebbe fondato su sei fonti informative complessive, quattro delle quali riconducibili a personale militare tuttora in servizio, impiegato in incarichi caratterizzati da un elevato grado di riservatezza nel comparto tecnologico e cyber della Difesa.
Le informazioni sarebbero state raccolte da queste fonti e trasmesse a Piras, che a sua volta le girava all’ufficiale russo nel corso di incontri riservati, ricevendo somme di denaro contenute in buste — secondo alcune ricostruzioni fino a quattromila euro per singolo passaggio di materiale.

Le modalità operative documentate dagli inquirenti richiamano i codici classici dello spionaggio della Guerra Fredda: scambi di bigliettini scritti a mano, telefoni cellulari nascosti dentro un forno a microonde, schede di memoria digitale occultate in una crepa di un muro lungo una strada di Roma.
Durante una perquisizione sono stati sequestrati ventimila euro in contanti di provenienza non giustificata.
Tra il materiale che, in base agli atti dell’indagine, sarebbe stato ceduto figurano dati sensibili sul sistema missilistico di difesa aerea Samp-T, sviluppato in collaborazione tra Italia, Francia e Danimarca; informazioni sull’interesse italiano per il carro armato russo T-90; dettagli su un sottomarino senza pilota sviluppato da Leonardo; la fornitura di sistemi d’arma all’Ucraina; e — l’elemento che per gli investigatori è il più grave — i nominativi di agenti italiani impegnati in attività di controspionaggio, la cui esposizione pubblica costituirebbe un rischio diretto per la loro incolumità.

Chi sono gli altri cinque indagati
Oltre ai due arrestati, risultano indagati — ma non sottoposti a misure cautelari restrittive — altre cinque persone: Davide Piantanida, 46 anni, e Gianluca Nardella, 47 anni, entrambi di Foggia; Giuseppe Tempesta, 55 anni, e Antonio Guerra, 69 anni, entrambi di Bari; Sergio Romeo, 57 anni, di Messina.
Guerra risulta l’unico dei cinque già in pensione, mentre gli altri quattro erano in servizio attivo al momento dei fatti contestati.
Nei loro confronti sono stati eseguiti decreti di perquisizione personale, locale e informatica, con le accuse — a vario titolo — di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, spionaggio politico o militare, rivelazione di segreti di Stato e diffusione di notizie di cui era vietata la divulgazione.
Sul reale grado di consapevolezza di ciascuno rispetto alla destinazione finale delle informazioni fornite, gli accertamenti restano in corso: la distanza tra fonte inconsapevole e complice a pieno titolo sarà uno dei nodi centrali dell’istruttoria.

Le indagini e il coordinamento giudiziario
L’attività investigativa del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri è partita nel maggio 2025, a seguito di una segnalazione dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna presso cui entrambi gli arrestati avevano prestato servizio prima del pensionamento.
Da quella segnalazione è scaturita una vera e propria operazione di controspionaggio, fatta di osservazioni, pedinamenti, controlli e perquisizioni anche informatiche, che ha portato all’apertura di due procedimenti paralleli: uno presso la Procura ordinaria di Roma, coordinato dalla sostituta procuratrice Lucia Lotti, l’altro presso la Procura Militare, guidato dalla procuratrice aggiunta Antonella Masala e dal pm militare Enrico Peluso.
Il doppio binario giudiziario riflette il coinvolgimento di personale militare ancora in servizio tra gli indagati.

La crisi diplomatica
La dimensione giudiziaria si è rapidamente trasformata in crisi diplomatica.
Il 9 luglio il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato l’espulsione di due addetti militari dell’ambasciata russa a Roma, identificati come Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, ai quali è stato notificato l’obbligo di lasciare il territorio italiano entro tre giorni.
Il Segretario generale della Farnesina ha convocato l’ambasciatore russo per comunicare formalmente il provvedimento.
Tajani ha respinto con fermezza le accuse di ritorsione politica, sottolineando come si tratti di una decisione fondata su elementi probatori raccolti dalla magistratura, e non di una scelta discrezionale del governo.
La risposta di Mosca non si è fatta attendere: il ministero degli Esteri russo ha annunciato attraverso l’agenzia Ria Novosti che fornirà una “risposta adeguata” al provvedimento italiano, aprendo la strada a una prevedibile ritorsione simmetrica nei confronti del personale diplomatico o militare italiano a Mosca.

Perché Roma è un obiettivo prioritario per l’intelligence russa
Il caso va letto anche in una prospettiva geopolitica più ampia.
Roma non è soltanto la capitale politica italiana: è una delle principali piazze europee dell’intelligence, per la concentrazione unica di soggetti sensibili che ospita sul proprio territorio.
L’Italia ospita il Joint Force Command Naples della Nato, mentre Roma rappresenta uno dei principali snodi politico-diplomatici dell’Alleanza; vi ha inoltre sede la Santa Sede con la sua rete diplomatica globale, la Fao e diverse altre agenzie delle Nazioni Unite, oltre a un tessuto industriale della difesa di rilievo internazionale, che spazia dall’aerospazio ai sistemi missilistici.
Questa concentrazione di obiettivi sensibili di alto valore rende la capitale italiana una piazza permanentemente esposta alle attività di raccolta informativa condotte da attori statali ostili.

Per il Gru, il servizio di intelligence militare russa a cui gli inquirenti riconducono la gestione del presunto agente coinvolto in questo caso, secondo numerose analisi di intelligence e sicurezza occidentali l’Italia rappresenta da tempo un obiettivo prioritario proprio per la sua collocazione strategica: Paese fondatore della Nato, hub logistico per le forniture di armamenti verso l’Ucraina, sede di programmi di riarmo condivisi a livello europeo e partner industriale in importanti progetti di difesa multinazionali.
Acquisire informazioni su questi dossier significa, per Mosca, ottenere un vantaggio diretto nella lettura delle capacità e delle intenzioni dell’Alleanza atlantica.
Episodi come questo si inseriscono pienamente nell’ambito delle attività riconducibili a quella che molti analisti definiscono “guerra ibrida” condotta dalla Russia nei confronti dei Paesi Nato: un insieme di strumenti che combina spionaggio tradizionale, cyber-intrusioni, disinformazione, sabotaggio e reclutamento di fonti interne, spesso sfruttando vulnerabilità personali — economiche, professionali o relazionali — più che debolezze tecnologiche.
Secondo numerosi esperti di intelligence e controspionaggio, il ricorso a ex appartenenti ai servizi, già formati e con relazioni ancora attive all’interno degli apparati statali, rappresenta uno dei vettori più insidiosi di questa strategia, perché aggira i controlli previsti per il personale in servizio e sfrutta un capitale di fiducia residua difficile da intercettare per tempo.

Un precedente che si ripete
Non è la prima volta che Piras sarebbe finito nel mirino del controspionaggio italiano: già nel 2023 il ministero degli Esteri aveva espulso come persona non grata l’addetto militare russo Damir Ravilevich Kurmashov, individuato allora in contatti ritenuti impropri con lui. Quel filone investigativo era stato successivamente archiviato.
Fu proprio Astakhov, giunto in seguito a Roma, a ereditare stando alla ricostruzione investigativa i contatti del predecessore, riattivando e ampliando quella che nell’impostazione accusatoria viene descritta come una rete strutturata di raccolta informativa.

Il caso richiama inevitabilmente il precedente del 2021, quando l’ufficiale di Marina Walter Biot fu condannato in via definitiva per aver ceduto documenti classificati a un ufficiale russo in cambio di denaro, episodio che portò allora all’espulsione di funzionari dell’ambasciata russa.
Come in quel caso, l’elemento più inquietante non riguarda soltanto la capacità di penetrazione dell’intelligence russa in Italia, ma la disponibilità di ex appartenenti al comparto sicurezza a mettere a profitto conoscenze, relazioni e residui di accesso anche molti anni dopo il pensionamento — un rischio strutturale che nessuna democrazia può considerare esaurito con la fine del servizio attivo.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito il caso “la punta di un iceberg gigantesco”, segnalando come la minaccia dello spionaggio non sia più un rischio astratto ma una realtà diffusa e persistente, che impone una vigilanza costante sugli apparati statali anche dopo la cessazione del servizio dei singoli operatori.

Nell’Era della competizione strategica permanente, il controspionaggio non coincide più soltanto con la difesa del segreto militare, ma con la protezione dell’intero patrimonio informativo dello Stato.
La vera sfida consiste nel prevenire la dispersione di competenze, relazioni e conoscenze sensibili anche dopo il termine del servizio attivo: un ambito che nessuna legislazione, per quanto rigorosa, è finora riuscita a presidiare completamente, poiché il fattore umano continua a rappresentare la vulnerabilità più difficile da eliminare in qualunque sistema di sicurezza nazionale.


Pierangelo Panozzo
 
  


 
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