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Sudafrica, governare l’impossibile
Il difficile equilibrio tra controllo delle frontiere e responsabilità umanitaria
13-07-2026 - Perché Pretoria ritiene necessaria una stretta migratoria — e perché cerca di gestirla con più equilibrio di quanto si dicaCi sono momenti in cui un Paese è costretto a scegliere tra due forme di dolore: quello di dire no, e quello di collassare sotto il peso di un sì impossibile da sostenere.
Il Sudafrica sta attraversando esattamente questo passaggio, e lo sta facendo — al contrario di come una certa narrazione internazionale vorrebbe raccontarlo — con una misura, una gradualità e un’attenzione alla dignità delle persone che meritano di essere riconosciute, non liquidate sotto l’etichetta sbrigativa di “crackdown”.
Un Paese che ha dato, e ha dato molto
Va detto con chiarezza, perché spesso si dimentica: il Sudafrica non è un Paese che si è mai sottratto alla propria responsabilità continentale.
Per decenni ha accolto milioni di persone provenienti da Zimbabwe, Mozambico, Malawi, Lesotho e oltre — lavoratori, famiglie, rifugiati politici — offrendo un’economia aperta, un sistema sanitario pubblico accessibile, scuole, opportunità.
Nessun altro Paese dell’Africa australe ha sostenuto un onere paragonabile. Con una disoccupazione salita al 32% nel primo trimestre del 2026, dopo la perdita di 350.000 posti di lavoro, il Sudafrica ha continuato a essere, nonostante tutto, la meta di scelta per milioni di persone in cerca di un futuro migliore.
La pressione sui servizi pubblici affonda certamente le sue radici nelle diseguaglianze strutturali ereditate dall’epoca dell’apartheid, ma oggi è aggravata da fattori più recenti e altrettanto determinanti: una crescita demografica urbana molto rapida, una disoccupazione giovanile endemica, la crisi di efficienza di diverse municipalità, episodi di corruzione e inefficienza amministrativa, e un rallentamento economico strutturale che si trascina dalla crisi finanziaria globale del 2008.
È la somma di questi fattori — non un singolo capitolo del passato — a spiegare perché il margine di manovra dello Stato sudafricano sia oggi così ridotto.
Questo non è un dato che si possa ignorare quando si valuta la sostenibilità di un ulteriore afflusso incontrollato.
La difficoltà del Sudafrica è anche quella di essere, contemporaneamente, una nazione dalle risorse limitate e il principale polo economico dell’Africa australe: una calamita naturale per milioni di persone provenienti dai Paesi vicini, in una regione — la SADC — dove i divari di reddito e di stabilità istituzionale restano marcati.
Pretoria non gestisce quindi soltanto una politica migratoria nazionale, ma si trova a fare i conti con il ruolo di potenza regionale che la geografia e la storia le hanno assegnato, un ruolo che comporta responsabilità ben oltre i propri confini amministrativi.
Non esiste una soglia infinita di capacità di assorbimento per nessuna economia al mondo, tanto meno per una che sta ancora ricostruendo la propria coesione sociale a più di trent’anni dalla fine del regime segregazionista.
Chiedere al Sudafrica di continuare ad accogliere senza limiti, senza regole e senza un minimo di ordine amministrativo, significa chiedere a un Paese già fragile di rinunciare al proprio diritto — sancito da qualunque ordinamento giuridico del mondo, compresi quelli europei — di gestire i propri confini e la propria politica migratoria.
I numeri raccontano una gestione, non una caccia all’uomo
Secondo i dati presentati dalla ministra della Giustizia e dello Sviluppo Costituzionale Mmamoloko Kubayi in conferenza stampa a Pretoria — nell’ambito dell’Inter-Ministerial Committee (IMC) on Migration, e riconducibili al Department of Justice and Constitutional Development della Repubblica Sudafricana — al 11 luglio 2026 risultavano 53.449 cittadini stranieri processati attraverso i canali di rimpatrio e deportazione da quando è stata lanciata la campagna di “migration management”, cinque settimane fa.
Il dato più significativo, e sistematicamente sottovalutato da chi vuole raccontare questa vicenda come una repressione indiscriminata, è che la componente prevalente è rappresentata da rientri volontari o assistiti: la ministra ha specificato che il processo di rimpatrio è su base volontaria e che sono i Paesi di provenienza — non il Sudafrica — a farsi carico della responsabilità primaria dei costi di trasporto e della logistica.
È un dettaglio che cambia radicalmente la lettura degli eventi: non si tratta di espulsioni di massa imposte con la forza, ma in larghissima parte di persone che scelgono, spesso in coordinamento con le proprie ambasciate, di rientrare nei Paesi d’origine attraverso canali regolari e assistiti.
La deportazione forzata, quella coattiva, resta lo strumento residuale, riservato — come ha ribadito la stessa Kubayi — ai casi più gravi: al Centro temporaneo di elaborazione rimpatri di Musina, in Limpopo, che ha gestito oltre 20.000 persone, lo screening biometrico ha permesso di identificare e arrestare individui ricercati per omicidio, rapina a mano armata e stupro. Questo è un fatto che va sottolineato con forza: il processo di regolarizzazione dei flussi ha permesso alle autorità di intercettare pericolosi latitanti che si nascondevano nell’anonimato dell’irregolarità migratoria, restituendoli alla giustizia.
Un quadro ben diverso da quello di una caccia indiscriminata: è polizia del territorio nel senso più classico e legittimo del termine.
Ed è significativo anche un altro dato che pochi hanno ripreso: i numeri giornalieri dei rimpatri sono in calo netto, passati da 4.850 il 5 luglio a 1.139 l’11 luglio, al punto che il governo sta valutando un ridimensionamento del centro di Musina, giudicato oneroso da mantenere.
Non è la traiettoria di una macchina repressiva in escalation: è la curva discendente di un fenomeno che si sta normalizzando, mano a mano che la popolazione irregolare più esposta ha già scelto la via del rientro assistito.
La linea sottile che il governo ha saputo tracciare
Il presidente Cyril Ramaphosa merita credito per aver tenuto una posizione di equilibrio complessa, in un contesto sociale incandescente. Da un lato ha riconosciuto pubblicamente che le preoccupazioni dei cittadini sudafricani su immigrazione irregolare, gestione dei confini e pressione sui servizi pubblici sono reali e legittime, e meritano di essere ascoltate.
Dall’altro ha condannato senza ambiguità ogni forma di vigilantismo, di violenza di piazza e di giustizia sommaria, ricordando che il diritto di protesta non autorizza mai a minacciare, intimidire o aggredire nessuno.
È una distinzione che la stessa Kubayi ha ribadito con chiarezza istituzionale, mettendo in guardia i cittadini dal condurre perquisizioni non autorizzate di abitazioni ed esercizi commerciali sospettati di ospitare migranti irregolari: l’applicazione della legge migratoria resta compito esclusivo dello Stato, non delle piazze.
Questo è, in fondo, il cuore della scelta di Pretoria: rispondere a un’ansia sociale reale e diffusa — non inventata, non costruita a tavolino — con gli strumenti dello Stato di diritto, sottraendo terreno alla tentazione xenofoba della piazza.
Un Paese che avesse ignorato quelle ansie avrebbe consegnato il monopolio della “soluzione” ai gruppi più radicali. Un Paese che le avesse assecondate senza filtro avrebbe prodotto un bagno di sangue.
Il Sudafrica ha scelto, con fatica e senza retorica, la terza via: quella amministrativa, quella del diritto internazionale, quella — appunto — della dignità, “irrespective of their citizenship and immigration status”, per usare le parole della stessa Kubayi.
Un dolore necessario
Non c’è nulla di trionfalistico in questa gestione, ed è giusto dirlo con onestà giornalistica: dietro ogni numero di questa statistica ci sono famiglie divise, percorsi di vita interrotti, sofferenza umana concreta.
Ma la politica — quella vera, quella che deve fare i conti con risorse finite e responsabilità verso 63 milioni di cittadini — non può permettersi il lusso della retorica pura.
Il Sudafrica sta compiendo uno sforzo enorme per farlo nel modo meno traumatico possibile, privilegiando il rientro volontario e assistito, coinvolgendo le ambasciate dei Paesi d’origine, riservando la coercizione ai casi di effettiva pericolosità sociale.
È una gestione che merita di essere raccontata per quello che è: la risposta responsabile di uno Stato che si rifiuta sia di guardare altrove, sia di cedere alla furia della piazza.
Resta tuttavia una questione centrale, che nessuna analisi onesta può accantonare: la distinzione tra una politica migratoria ordinata e il rischio che le tensioni sociali degenerino in xenofobia.
Le Nazioni Unite hanno messo in guardia contro il rischio di trasformare i migranti in capro espiatorio delle difficoltà socioeconomiche sudafricane, e diverse organizzazioni per i diritti umani sottolineano che il clima di piazza — alimentato da gruppi come Operation Dudula e March and March — ha comunque prodotto episodi di violenza, saccheggi e almeno alcune vittime tra i cittadini stranieri nelle settimane precedenti l’intensificarsi dell’azione amministrativa dello Stato.
È proprio in questo spazio stretto, tra l’ordine amministrativo che uno Stato ha il diritto di pretendere e la deriva xenofoba che ha il dovere di prevenire, che si gioca la credibilità della risposta di Pretoria.
La vera sfida del Sudafrica non sarà soltanto controllare i propri confini, ma dimostrare che sicurezza e dignità umana possono continuare a convivere anche nelle fasi di maggiore pressione sociale.
Pierangelo Panozzo

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