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Bologna, la violenza in piazza e il dovere di scegliere la legalità
Considerazione di Pierangelo Panozzo sui fatti accaduti a Bologna
27-07-2026 - Scrivo queste righe da Visby, sull’isola svedese di Gotland, uno di quei luoghi d’Europa da cui l’Italia viene osservata con crescente incredulità.
Non è un dettaglio geografico casuale: da qui, dove lo Stato di diritto e il rispetto per le forze dell’ordine sono un dato acquisito e mai messo in discussione, la vicenda di Bologna appare per quello che è — un caso emblematico delle difficoltà che un’istituzione incontra quando una mobilitazione politica sfocia in violenza urbana.

I fatti, ormai noti, sono questi: nei giorni scorsi Bologna è stata teatro di scontri nel centro cittadino durante una manifestazione legata alla vicenda di Abderrahim Fakir, manifestazione alla quale il sindaco Matteo Lepore aveva dato il proprio sostegno politico. Nella notte di scontri e tensione che ne è seguita, il primo cittadino è finito bersaglio di una valanga di minacce online, comprese comunicazioni private con toni gravissimi — alcune, secondo quanto riportato dal Corriere di Bologna, corredate persino di riferimenti a un indirizzo.

Lepore si è presentato in Questura e ha sporto denuncia-querela.
Su questo punto nessuna ambiguità è possibile: le minacce, chiunque le abbia scritte e a chiunque siano rivolte, sono un reato e vanno perseguite. Le forze dell’ordine, che stanno lavorando per identificare gli autori, meritano il pieno sostegno delle istituzioni e dei cittadini, senza se e senza ma.
Ma è proprio partendo da questo principio di legalità che la condotta del sindaco solleva interrogativi che Bologna, e l’Italia, non possono permettersi di ignorare.
Un sindaco non è un cittadino qualunque: è, per definizione istituzionale prima ancora che politica, un punto di riferimento, un esempio.
Quando il centro di una città è teatro di scontri e tensione durante una manifestazione a cui aveva dato il proprio sostegno politico, il primo dovere di chi guida un’amministrazione non è quello di attendere che la violenza si abbatta anche su di sé per poi invocare tutela — per quanto legittima essa sia — ma quello di prendere immediatamente e senza ambiguità le distanze da chi la violenza la pratica, schierandosi con fermezza al fianco delle forze dell’ordine chiamate a fronteggiarla in strada.

Un sindaco che appare più preoccupato di intestarsi la piazza che di condannare senza esitazioni chi ha devastato il centro della propria città manda un messaggio pericoloso: quello di un’istituzione che flirta con la protesta più che governarla, che insegue il consenso di piazza invece di tutelare l’ordine pubblico.
In un Paese civile, in una democrazia matura, un simile smarrimento del ruolo istituzionale avrebbe imposto una riflessione ben più severa di una denuncia in Questura: la responsabilità politica per non aver saputo prevenire, contenere e condannare con la dovuta chiarezza gli scontri avrebbe dovuto tradursi, a rigor di logica istituzionale, in un passo indietro.

In molte democrazie del Nord Europa una vicenda simile avrebbe aperto un immediato dibattito sulla responsabilità politica dell’amministratore coinvolto.
Le minacce ricevute da Lepore vanno condannate senza riserve, e chi le ha scritte deve rispondere davanti alla legge.
Ma condannare l’odio online non esime dal chiedere conto delle responsabilità politiche di chi ha convocato una piazza poi degenerata in scontri, né dal pretendere che un primo cittadino sia, sempre e comunque, dalla parte di chi indossa una divisa e non da quella di chi, in strada, alza le mani.
Da Visby, dove l’ordine pubblico non è materia di dibattito ma presupposto di convivenza civile, l’auspicio è che anche l’Italia torni a pretendere da ogni amministratore pubblico quella coerenza istituzionale che costituisce la base della fiducia dei cittadini.


Pierangelo Panozso
 
  


 
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