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Cyberspazio; rapporto tra Stato e privato
Le ‘’lettere di corsa’’ digitali di Trump e la solitudine strategica dell'Occidente
16-08-2026 - Come il memorandum del 12 agosto formalizza un nuovo modello di autorizzazione pubblico-privata nel cyberspazio — e perché nessun altro grande attore occidentale dispone oggi di un meccanismo comparabile
Il 12 agosto 2026 Donald Trump ha firmato un memorandum presidenziale che segna uno dei passaggi più significativi nella storia recente del rapporto tra Stato e settore privato nel dominio cyber.

Il provvedimento, che sviluppa l’Executive Order 14390 del marzo 2026, istituisce un programma gestito dal National Coordination Center, sotto la duplice supervisione del Department of Justice e del Department of Homeland Security, attraverso cui aziende selezionate potranno condurre operazioni cyber — anche offensive — contro organizzazioni criminali transnazionali che minacciano cittadini, imprese e sicurezza nazionale statunitensi.

Le aziende ammesse, dopo un rigoroso processo di verifica e la stipula di un contratto federale, potranno condurre due tipologie di attività: le "Cyber Surveillance Operations", accessi occulti finalizzati alla raccolta di intelligence, e le più incisive “Cyber Effects Operations”, che includono la manipolazione, l'interruzione, il degrado o la distruzione di sistemi e infrastrutture.
Ogni operazione richiede l'approvazione scritta di due direttori, nominati rispettivamente dall'Attorney General e dal Secretary of Homeland Security, e resta vietato il superamento della soglia dei cosiddetti "Critical Outcomes" — morte, lesioni gravi, o effetti equiparabili all'uso della forza secondo il diritto internazionale.

Va detto con chiarezza, per evitare un equivoco frequente nella lettura di questo provvedimento: gli Stati occidentali si avvalgono da anni di contractor privati per attività di intelligence, ricerca di vulnerabilità e supporto a operazioni governative.
Non è dunque il coinvolgimento del privato, in sé, la vera novità.
La novità sta altrove ed è più precisa: il memorandum formalizza un meccanismo che, nella sua specifica architettura, non trova oggi un equivalente tra i principali attori occidentali: un procedimento attraverso cui imprese private possono essere autorizzate, sotto direzione e controllo federale diretto, a condurre specifiche operazioni cyber offensive contro organizzazioni criminali transnazionali, con un iter tracciabile, contrattualizzato e sottoposto a un doppio livello di approvazione esecutiva.

Ciò che rende il provvedimento tanto innovativo quanto giuridicamente delicato non è la delega di potere alle imprese, ma il suo esatto opposto: la loro integrazione, sotto stretto controllo pubblico, nella catena operativa statale.
Le aziende non potranno scegliere autonomamente gli obiettivi né reagire di propria iniziativa a un attacco subìto.
Agiranno per conto del governo federale, sotto la sua direzione e supervisione — una circostanza che, alla luce del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati per illeciti internazionali (ARSIWA), può rafforzare significativamente gli elementi necessari per attribuire allo Stato americano eventuali violazioni del diritto internazionale commesse nel corso di queste operazioni.
L'attribuzione non è automatica — dipende dalla natura dell'attore, dal grado di controllo effettivo esercitato, dalle istruzioni ricevute caso per caso e dalle norme di attribuzione applicabili — ma il grado di supervisione previsto dal memorandum colloca l'architettura statunitense in una zona di esposizione giuridica ben più diretta rispetto ai modelli di deniability adottati altrove, come vedremo.

Un modello che l'Occidente non ha ancora replicato
Cercare un analogo europeo di questa architettura è un esercizio istruttivo proprio perché destinato a un esito parziale.
L’Unione Europea ha costruito negli ultimi anni un impianto regolatorio imponente — la direttiva NIS2, il Cyber Resilience Act, il regolamento DORA per il settore finanziario — orientato prevalentemente a prevenzione, resilienza e notifica degli incidenti.
Il Cyber Blueprint aggiornato, che ha trovato il suo primo banco di prova operativo nella maxi-esercitazione Cyber Europe 2026 coordinata da ENISA lo scorso giugno — con circa cinquemila partecipanti pubblici e privati coinvolti nel test del Blueprint stesso e della Cybersecurity Reserve europea — rafforza la cooperazione con la NATO e integra le forze civili e militari nella gestione delle crisi.

Occorre però una precisazione che evita una semplificazione fuorviante: l'assenza di un meccanismo europeo equivalente al memorandum americano non equivale all'assenza di capacità offensive nel continente.
Diversi Stati membri possiedono proprie capacità cyber offensive nazionali, sviluppate e gestite attraverso i rispettivi apparati di intelligence e difesa.
Ciò che manca, con precisione, è un meccanismo dell'Unione, in quanto istituzione, che autorizzi formalmente il settore privato a condurre operazioni offensive per conto delle istituzioni dell'Unione.
È una distinzione che vale la pena mantenere netta: l'Unione Europea, come architettura sovranazionale, non dispone oggi di un meccanismo equivalente a quello appena introdotto da Washington.

India: capacità e strategia, ma senza proiezione pubblico-privata formalizzata
Il caso indiano merita di essere trattato con più cautela di quanto una lettura superficiale suggerirebbe.
Delhi non è priva di strategia: dispone di una National Cyber Security Policy risalente al 2013 e il governo ha dichiarato di aver formulato una nuova National Cyber Security Strategy, tuttora in fase di perfezionamento nella documentazione ufficiale disponibile.
Possiede inoltre un'agenzia cyber strutturata (CERT-In), un coordinatore nazionale per la sicurezza cibernetica, e un settore informatico privato tra i più dinamici e sofisticati al mondo — un settore che, secondo diversi analisti regionali, si è mosso storicamente con maggiore rapidità rispetto al governo stesso nella promozione della sicurezza digitale nazionale.

Ciò che l'India non ha ancora fatto è tradurre questa combinazione di capacità industriale e cornice strategica in un modello pubblico-privato formalizzato di proiezione offensiva paragonabile a quello appena introdotto dagli Stati Uniti. È una differenza sostanziale rispetto al dire, semplicisticamente, che manchi una strategia: manca, con più precisione, l'anello che colleghi capacità e strategia a un mandato operativo offensivo strutturato.

La Cina: obbligo di cooperazione e frammentazione contrattuale
Se Washington sceglie la via dell'autorizzazione contrattuale volontaria e tracciabile, Pechino incarna un modello diverso: quello dell'obbligo di cooperazione strutturale.
Il sistema cinese della "fusione civile-militare" (军民融合, *junmin ronghe*) non chiede alle aziende private di aderire volontariamente a un programma statale caso per caso: le vincola, attraverso un impianto normativo comprendente la Legge sul Contro-spionaggio del 2014, la Legge sulla Cybersicurezza del 2017, la Legge sull'Intelligence Nazionale dello stesso anno e la Legge sulla Sicurezza dei Dati del 2021, a un regime che subordina, in determinate circostanze, gli interessi commerciali privati agli imperativi di sicurezza nazionale, imponendo obblighi di cooperazione, assistenza tecnica e condivisione di informazioni con le autorità statali.

Il funzionamento pratico di questo ecosistema è emerso con particolare chiarezza dalle fughe di documenti dell'azienda I-Soon nel 2024 — che i servizi di sicurezza tedeschi hanno definito una finestra rara sui metodi cinesi di cyber-spionaggio e sul grado di industrializzazione raggiunto dalle attività condotte da imprese private per conto di soggetti statali.
I documenti hanno mostrato dipendenti di un contractor privato condurre intrusioni informatiche su commissione, restituendo i risultati a clienti governativi in operazioni che hanno toccato almeno quattordici Paesi.
Non si tratta di una semplice catena Stato-hacker, ma di una struttura più articolata — Stato, apparato di sicurezza, contractor, subfornitore, infrastruttura, operazione — che si fonda su tre pilastri istituzionali: l’Esercito Popolare di Liberazione, il Ministero della Sicurezza di Stato e il Ministero della Pubblica Sicurezza, con un progressivo spostamento del controllo operativo, nel corso dell'ultimo decennio, dal PLA militare verso il MSS civile e i suoi dipartimenti regionali, che a loro volta subappaltano servizi offensivi anche a livello provinciale e cittadino.

È proprio questa frammentazione contrattuale multilivello a rendere l'attribuzione politica e tecnica particolarmente complessa.
Il caso della botnet Raptor Train — oltre duecentomila dispositivi compromessi nel 2024, ricondotta dalle autorità britanniche e australiane all'azienda privata Integrity Technology Group, in connessione con le attività attribuite al gruppo Flax Typhoon — offre un esempio particolarmente significativo della difficoltà di separare infrastrutture commerciali, contractor privati e condotte riconducibili ad attori statali.
Diverse aziende cinesi di cybersicurezza, del resto, coltivano capacità offensive attraverso i cosiddetti "laboratori attacco-difesa" (攻防实验室), strutture formalmente commerciali che fondono ricerca difensiva e sperimentazione offensiva — un doppio binario che ha portato Washington a sanzionare, tra il 2024 e il 2025, aziende come Integrity Tech e Sichuan Silence.

La Russia: l'ecosistema ibrido come dottrina
Un quarto modello, distinto sia da quello americano sia da quello cinese, è quello russo — ed è forse il più difficile da inquadrare in categorie giuridiche ordinate, perché è costruito proprio per sfuggirvi.
Mosca non dispone di un programma di autorizzazione formale paragonabile a quello statunitense, né di un impianto normativo di obbligo strutturato come quello cinese.
Il modello russo si fonda piuttosto su una sovrapposizione fluida e volutamente ambigua tra servizi di intelligence (FSB, SVR, GRU), gruppi hacktivisti autoproclamati e organizzazioni della criminalità informatica, in una simbiosi che ricercatori dell'International Institute for Strategic Studies hanno mappato individuando oltre cinquanta organizzazioni collegate tra loro, con la clausola che il numero reale sia probabilmente superiore.
Il Consiglio dell'Unione Europea, in una dichiarazione del luglio 2026, ha attribuito formalmente al 16° Centro dell'FSB russo il controllo di diversi gruppi di minaccia cyber, incluso il celebre Turla, imponendo sanzioni che hanno colpito non solo ufficiali dei servizi segreti ma anche criminali informatici, sedicenti hacktivisti e aziende private coinvolte.

Un caso emblematico di questo modello è quello reso pubblico dal Regno Unito nel 2026: la divisione cyber collegata alla Unità 29155 del GRU ha collaborato con criminali informatici e con la società IMPULS per reclutare hacker e specialisti tecnici direttamente dalle università e dalle accademie russe — un meccanismo di reclutamento che trasforma il sistema educativo civile in un bacino di capacità statale negabile, delegando a organizzazioni private le funzioni di selezione e coordinamento.

La logica di fondo, qui, non è né l'autorizzazione trasparente né l'obbligo legale codificato, ma l'instrumentalizzazione calcolata dell'ambiguità: usare attori nominalmente non statali — criminali comuni, hacktivisti, aziende di facciata — per ottenere risultati strategici mantenendo un elevato grado di negabilità plausibile.
La tesi non è che le operazioni russe sfuggano all'attribuzione — l'Occidente le ha spesso individuate con precisione, come dimostrano le sanzioni UE e le disclosure britanniche del 2026 — ma che questo modello renda strutturalmente più difficile dimostrare una catena formale di responsabilità statale, a differenza dell'architettura contrattuale e verticale scelta da Washington.
Non è un fenomeno nuovo, come dimostra il precedente del 2016, quando un amministratore di un forum di cybercrimine fu ingaggiato da due agenti dell'FSB per condurre l'intrusione nei sistemi email della campagna presidenziale di Hillary Clinton. Ciò che è cambiato, nel 2026, è la scala e la sofisticazione istituzionale di questo ecosistema ibrido.

Quattro filosofie, una domanda aperta
Il confronto tra questi modelli restituisce non varianti tecniche di una stessa politica, ma concezioni radicalmente diverse del rapporto tra Stato, mercato e potere cibernetico.

Gli Stati Uniti scelgono la via dell'autorizzazione contrattuale tracciabile: il privato agisce solo su mandato scritto, sotto stretta direzione pubblica, con una responsabilità che tende a risalire verso lo Stato.
È un modello trasparente nella sua architettura formale, ma esposto — come ha osservato l’analista giuridico Stefano Mele** nella sua analisi del 14 agosto 2026 — a interrogativi tutt'altro che risolti sul piano del diritto internazionale, specialmente quando le operazioni "sotto soglia" rispetto ai Critical Outcomes finiscono comunque per intersecare sovranità e giurisdizioni straniere.

La Cina sceglie la via dell'obbligo di cooperazione diffuso e della frammentazione contrattuale su più livelli territoriali.

La Russia adotta un ecosistema ibrido dove la linea tra Stato e criminalità è deliberatamente sfumata.
Entrambi i modelli, pur nella loro diversità, condividono l'obiettivo di preservare la negabilità plausibile come risorsa strategica, non come effetto collaterale indesiderato.

L’Unione Europea e l'India, pur partendo da condizioni molto diverse — un impianto regolatorio maturo ma orientato alla resilienza la prima, una capacità industriale e una cornice strategica in via di consolidamento la seconda — condividono lo stesso vuoto specifico: nessuna delle due dispone, nell'agosto 2026, di un meccanismo istituzionale che autorizzi formalmente il proprio settore privato a proiettare capacità offensiva per conto dello Stato o dell'Unione.

È una domanda che vale la pena porre senza reticenze: in un dominio dove le grandi potenze stanno definendo, secondo logiche opposte — autorizzazione trasparente a Washington, obbligo strutturale a Pechino, ambiguità calcolata a Mosca — il confine tra pubblico e privato nell'esercizio della forza cibernetica, l'Europa può permettersi di restare l'unica grande area geopolitica priva di uno strumento equivalente, affidandosi esclusivamente alla resilienza?
È proprio questa asimmetria, più che la specifica architettura giuridica del memorandum di Trump, il vero dato geopolitico che emerge dall'agosto 2026.

Nota redazionale:
l'osservazione richiamata nel testo circa i profili di diritto internazionale del memorandum è tratta dall'analisi di Stefano Mele**pubblicata il 14 agosto 2026.
**//formiche.net/2026/08/offensiva-cyber-pubblico-privata-svolta-americana-mele/



Pierangelo Panozzo
 
  


 
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