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foto di: web
''UNDICI settembre''
25 anni dopo: i controlli c'erano, ma il sistema non comunicava, racconta Pierangelo Panozzo
12-09-2026 - Venticinque anni fa ero negli Stati Uniti.
Mio figlio, il primo nato lì, aveva due anni.
In quel periodo gli aeroporti coinvolti in quella tragedia — Logan a Boston, Dulles a Washington, Newark — non erano per me nomi su una mappa: erano luoghi che frequentavo, varchi che conoscevo.
Per questo, anche per me, quella mattina non è mai diventata semplice cronaca. Da allora è rimasto aperto un interrogativo.

Nel giorno del venticinquesimo anniversario, mentre a Ground Zero si leggono ancora i nomi delle 2.977 vittime e al Pentagono e a Shanksville si osservano i minuti di silenzio, credo sia doveroso tornare alla domanda che mi pongo fin dal primo giorno: come è stato possibile?
Va detto con chiarezza: i controlli aeroportuali dell'epoca esistevano, ma erano molto meno efficaci di quanto oggi si tenda a ricordare. Non c'era ancora la TSA, non c'erano le porte blindate delle cabine di pilotaggio, mancavano molte delle procedure introdotte proprio in conseguenza degli attentati.
Il sistema era formalmente organizzato su più livelli — controlli passeggeri, liste di sorveglianza, comunicazione tra torri di controllo, compagnie aeree, FAA e NORAD — ma le sue vulnerabilità erano già note prima di quel giorno.

Non tutti i diciannove dirottatori erano seguiti individualmente dai servizi americani.
Il caso più grave, e oggi meglio documentato dalla Commissione d'inchiesta sull'11 settembre, riguarda soprattutto Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi: informazioni su di loro erano disponibili, ma non furono gestite né condivise in modo adeguato tra le agenzie competenti.
È in questo scarto — tra ciò che si sapeva e ciò che è stato messo a sistema — che si concentra, a mio parere, il vero fallimento.

Quattro aerei furono dirottati nell'arco di poche decine di minuti e il sistema di allerta e risposta militare non riuscì a intervenire in tempo: un fallimento che, riletto oggi, continua a lasciare sgomenti.
Una rete di supporto esisteva, questo è un fatto: al-Qaeda organizzò, finanziò e preparò l'operazione.
Se si vuole alludere a un'ulteriore rete operante sul territorio statunitense, o a responsabilità istituzionali esterne rimaste in ombra, è necessario presentare questa ipotesi per quello che è: una questione tuttora controversa, al centro delle cause promosse dalle famiglie delle vittime e riesaminata alla luce dei documenti desecretati negli ultimi anni — non una conclusione provata.

Un pensiero mi accompagna da venticinque anni. Il ritardo con cui decollò il volo United 93 consentì ai passeggeri di apprendere degli altri attacchi e di organizzare il tentativo di riprendere il controllo dell'aereo.
Fu quella rivolta a indurre i dirottatori a far precipitare il velivolo in un campo della Pennsylvania prima che potesse raggiungere il proprio obiettivo.
Senza quel ritardo, il bilancio, già immenso, avrebbe potuto essere ancora più devastante.
Venticinque anni dopo, credo che la lezione più inquietante non sia l'assenza dei controlli, ma qualcosa di ancora più grave: l’esistenza di apparati che non seppero comunicare tra loro, interpretare congiuntamente i segnali e reagire a una minaccia che non rientrava negli scenari previsti.
Ricordare significa anche continuare a interrogarsi su questo: non per alimentare teorie prive di prove, ma perché conoscere fino in fondo le responsabilità e gli errori del passato è il primo dovere verso le 2.977 vittime.

Pierangelo Panozzo
 
  


 
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