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Dopo Palermo, la conferenza a Khartoum sulla questione libica
E' importante un'iniziativa unitaria, sponsorizzata dalle Nazioni Unite che possa riflettere i desideri e le priorità dei libici
04-12-2018 - Rispondere alle sfide ed ai pericoli rappresentati dai gruppi armati africani che hanno la loro base nel Sud della Libia è il motivo principale che ha visto lo scorso 29 novembre riuniti in conferenza a Khartoum i ministri degli Esteri dei Paesi confinanti con la Libia.
Alla conferenza hanno partecipato i ministri degli Esteri di Algeria, Ciad, Egitto, Libia, Niger, Sudan e Tunisia, oltre all’inviato speciale dell’Onu per la Libia, Ghassan Salamé, all’inviato dell’Unione africana per la Libia, Amira Fadel, e al rappresentante della Lega araba, Salah al-Din Jamali. Presenti come osservatori l’ambasciatore italiano a Khartoum, Fabrizio Lobasso, e l’inviato speciale francese per la Libia, Frederic Desagneaux.
Nel comunicato finale è stato sottolineato a più riprese l'importanza di un'iniziativa unitaria, sponsorizzata dalle Nazioni Unite che possa riflettere i desideri e le priorità dei libici.
I ministri hanno rinnovato l’impegno a sostenere la Libia nel quadro di una transizione politica pacifica basata sull'applicazione consensuale dell'accordo politico volto a raggiungere la riconciliazione nazionale con istituzioni unificate e forti che siano credibili per tutti i libici.
La conferenza ha sottolineato la salvaguardia dell'unità e della sovranità della Libia e la sua integrità territoriale, nel rispetto dell'accordo politico firmato il 17 dicembre 2015 a Skhirat, come quadro per risolvere la crisi e per spingere verso la sua applicazione da parte dei libici, sulla base dell'adesione all'opzione politica ed al piano del rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla Libia, Ghassan Salamè.
L'incontro ha anche affermato il rifiuto dell'intervento straniero negli affari interni della Libia, nonché il rafforzamento del principio di consenso senza esclusione, oltre all'impegno per un dialogo globale, dando priorità alla riconciliazione nazionale e rifiutando qualsiasi soluzione militare.
La conferenza ha sottolineato anche l'importanza di incoraggiare il dialogo tra i libici e l'importanza di prestare la dovuta attenzione al problema della Libia meridionale, chiedendo l'intensificazione del coordinamento efficace tra i paesi regionali nella lotta contro il terrorismo, la violenza e le attività criminali.
Nel documento finale, si elogia il miglioramento della situazione della sicurezza nella capitale Tripoli, accogliendo con favore le misure economiche che hanno iniziato a dare i loro frutti, sottolineando la necessità di proseguire sulla via delle riforme economiche e di sicurezza che il governo sta attuando per la riconciliazione nazionale, per lo svolgimento delle elezioni e completamento del periodo di transizione.
Nel documento si esprime apprezzamento per gli sforzi dei paesi limitrofi della Libia e sostegno ai meccanismi dell'accordo del quartetto sulla sicurezza del confine tra i Paesi limitrofi della Libia, firmato il 31 maggio a N'Djamena.
L'incontro ha ribadito il suo sostegno al Consiglio presidenziale del governo nazionale per la riconciliazione, accogliendo con favore tutte le iniziative prese per riunire i leader libici, compresi gli sforzi per unificare l'istituzione militare.
E’ stato altresì deciso che la prossima conferenza sui Paesi confinanti con la Libia si terrà entro un periodo di sei mesi, in uno qualsiasi dei Paesi confinanti con la Libia.
Che non esista “una soluzione militare per la crisi libica” e che le “soluzioni pacifiche e la riconciliazione nazionale sono l'unica via d’uscita” viene ripetuto come un mantra nelle varie Conferenze che, da alcuni mesi, si susseguono nel tentativo di far confluire risorse ed energie costruttive nella direzione di una rappacificazione del Paese nord-africano che, nel post-Gheddafi, è stato investito da correnti di estrema instabilità, alla stregua di uno tsunami che, a distanza di sette anni, non ha ancora trovato una via d’uscita sostenuta da tutte le parti.
Allo stesso modo, nella più ben complessa Conferenza di Palermo, durante la conferenza stampa finale viene ribadita la via “pacifica” come unica strada percorribile. Lo stesso Ghassan Salamè, rappresentante della missione ONU in Libia, da mesi è impegnato in conferenze ristrette tra tutte le parti in causa per poter arrivare - Inshallah - ad una concretissima Conferenza nazionale, la cui data non è ancora stata fissata, ma che dovrebbe svolgersi nelle prime settimane del 2019.
Lo scorso 6 novembre, ad una settimana dalla Conferenza per la Libia che ha visto l’Italia rientrare da protagonista nei dialoghi per la stabilizzazione del Paese, il rappresentante speciale del Segretario generale (SRSG) in Libia, Ghassan Salamé, aveva ricevuto la relazione finale sulla fase consultiva del processo della Conferenza nazionale libica. Il rapporto, preparato dal Centro per il dialogo umanitario (HD), presenta i risultati delle consultazioni pubbliche a livello nazionale che si sono svolte da aprile a luglio 2018. Le conclusioni del rapporto costituiranno la base della prossima Conferenza nazionale  - alMultaqa alWatani.
Complessivamente, sono state convocate 77 riunioni di consultazione pubblica pacifica in tutti i segmenti della società libica in oltre 40 sedi in tutta la Libia, nonché con gruppi di diaspora residenti all'estero. Più di 7.000 libici hanno partecipato fisicamente negli incontri consultivi o tramite piattaforme digitali come il sito Web della conferenza e le pagine di Facebook, mentre milioni di altri hanno seguito il processo attraverso media sociali o tradizionali.
Il documento finale evidenzia i principali punti di consenso raggiunti durante gli incontri di consultazione e dimostra l'unità che esiste tra i libici su questioni chiave relative al loro governo, sicurezza e difesa, così come la direzione che vogliono che il loro paese prenda.
«Questo rapporto è il culmine di un processo veramente inclusivo e trasparente che è stato fondamentale per dare forma alle mie opinioni sulla situazione in Libia», ha affermato Salamé. «I principi che delineano possono essere gli elementi costitutivi di un accordo nazionale per contribuire a far uscire la Libia dalla sua attuale crisi».
Se a Palermo era stato riaffermato con forza il forte e inequivocabile impegno per la sovranità, l'indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia - come si legge nel documento finale redatto ma non sottoscritto dai partecipanti - anche a Khartoum sono stati ribaditi gli stessi concetti e le medesime linee guida del percorso di stabilizzazione della Libia con piena adesione sia all’azione del Piano d'Azione delle
Nazioni Unite per la Libia e agli sforzi indefessi del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite (SRSG) Ghassan Salamé, sia al Governo di Accordo Nazionale presieduto da Fayez al Sarraj e sostenuto dalle Nazioni Unite.
Ma ciò che rende differente la Conferenza di Khartoum da quella di Palermo è stata la sua natura più specificamente legata ai problemi di sicurezza che investono il Sud della Libia (e dunque i Paesi confinanti) dove nelle ultime settimane si sta manifestando una ripresa di scontri, attacchi terroristici, sequestri di persona, e bombardamenti da parte di Africom in risposta ad essi.
Tutti erano nella capitale sudanese per prendere decisioni serie sulla protezione delle frontiere libiche nella lotta contro il movimento transfrontaliero di terroristi, armi, migranti illegali e droghe perché il Sudan vuole una forza di confine regionale.
La presenza di militanti nelle aree di confine della Libia è stata evidenziata lo stesso giorno della conferenza quando dieci uomini armati, che si dice siano membri di al-Qaeda nel Maghreb islamico, sono stati uccisi in un attacco aereo vicino Ghat al confine libico con l'Algeria.
Una sfrenata illegalità nel sud della Libia ha reso impossibile il controllo delle frontiere.
Questa illegalità è stata dimostrata il 23 novembre, quando lo Stato islamico (ISIS) ha attaccato una stazione di polizia nella remota oasi sud-orientale di Tazirbu, 800 chilometri a sud di Bengasi, uccidendo nove persone, cinque dei quali poliziotti. Molti altri sono rimasti feriti e 11 sono stati rapiti.
Dopo la presa delle forze del Consiglio pro-presidenza della città di Sirte, condotte da Misurata nel dicembre 2016, un migliaio  di combattenti dell'ISIS sono fuggiti nelle vaste e in gran parte aree vuote a ovest, sud e sud-est della città, cambiando le tattiche alle operazioni.
Lo scorso aprile, le forze di Misurata sotto il Consiglio della Presidenza hanno lanciato un'offensiva contro l'ISIS a ovest e a sud-ovest di Sirte, guidando il gruppo a concentrare gli attacchi sull'area più a sud e a sud-est: in luglio Isis ha attaccato la stazione di controllo del Great Man-Made River, 50 km a est di Tazirbu. Il 28 ottobre, un attacco a Fugha, nel distretto centrale di Jufra, in Libia.
La necessità di una forza di confine regionale è stata chiaramente compresa da Haftar che era in Niger ad agosto per i colloqui sulla sicurezza e due volte in Ciad in ottobre per i colloqui sulla sicurezza delle frontiere.
Ed è proprio in Niger che si sta sviluppando una significativa presenza dell’Italia con la la “Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger - MISIN”, autorizzata dal governo italiano con area geografica di intervento allargata anche a Mauritania, Nigeria e Benin, al fine di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel.
La missione prevede dal 1° gennaio 2018 un impiego massimo di 470 militari, 130 mezzi terrestri e 2 mezzi aerei; in novembre si sono conclusi i primi corsi di addestramento a favore delle Forze di Difesa e Sicurezza nigerine da parte degli addestratori militari italiani dei Mobile Training Teams (MTT).



Carmela Modica
 
  


 
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