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Il ‘’fattore’’ Trump sugli ultimi sviluppi della crisi siriana e non solo
‘’Colui che capisce quando è il momento di combattere e quando non lo è, sarà vittorioso’’ Sun Tzu


04-02-2019 - Alla fine di dicembre 2018, l’improvviso e per molti inatteso annuncio del presidente Trump, secondo cui gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dalla Siria, ha spinto i suoi alleati curdi a chiedere la protezione, in chiave anti turca, del presidente siriano Bashar al-Assad e ha portato alle dimissioni del segretario alla Difesa James Mattis.
A inizio febbraio, il ritiro è incominciato, ma Washington ha precisato che "Le forze americane hanno avviato il processo del ritiro dalla Siria e per motivi di sicurezza, non parleremo di tempi, luoghi o movimenti di truppe“. Il Pentagono ha precisato che le fasi iniziali riguardano gli equipaggiamenti non essenziali e non i militari. In pratica le truppe statunitensi si ritireranno "a un ritmo adeguato, mentre allo stesso tempo continueranno a combattere ISIS e fare tutto il resto che è prudente e necessario“.
Gli organi di stampa americani hanno rilanciato che il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha voluto chiarire che gli Stati Uniti non si ritireranno fino a quando l'ISIS non sarà sconfitto in modo irreversibile e, a inizio febbraio, Bolton aveva subordinato la smobilitazione ad alcune condizioni, tra cui la garanzia che la Turchia non avrebbe attaccato i Curdi dell’YPG alleati degli Usa che tanto hanno eroicamente fatto nella lotta all’ISIS.
In tutti i casi, a inizio febbraio, gli analisti più attenti concordano sul fatto che è sicuramente in atto un’accelerazione nella pianificazione delle operazioni di chi è interessato a partecipare alla corsa al controllo delle aree che saranno lasciate “libere” dalle truppe americane.
In realtà, il Presidente Trump, seguendo il percorso intrapreso dal suo predecessore Obama, “spinge” gli USA a uscire dall’arena medio-orientale, mentre i suoi principali consiglieri alla sicurezza “frenano” e dicono apertamente che “restare è buona cosa”, al momento.
Punto focale è che Bolton e Pompeo tendono a contenere la minaccia dall'Iran. Teheran in queste giornate non si muove (o non lo fa vedere) sul terreno del SIRAQ e sul campo diplomatico. La “Sciite Crescent” dall’Iran via Iraq e Siria arriva oggi al Mediterraneo e Libano, cosa ottima per il regime di Teheran.
Inoltre, l'annuncio sul futuro della presenza USA in Siria, avendo scatenato una ridda di critiche interne agli USA e in campo internazionale, sta dando sempre maggiore forza e attendibilità all’impegno della Russia per affermarsi come superpotenza areale.
Come indicato, la conseguenza immediata di un ritiro degli Stati Uniti sarebbe, senza dubbio, una lotta per il controllo nella Siria orientale, territorio ora controllato dalle forze curde con l’appoggio americano (pare i Curdi abbiano raggiunto la capacità di decine di migliaia di combattenti).
Tornando alla richiesta di protezione curda al governo di Assad, è intuitivo pensare che, dopo la veloce decisione favorevole di Damasco, sia giunta perché il governo siriano ha bisogno dei Curdi per controllare il nord del Paese e, parimenti, i Curdi hanno bisogno dell'esercito siriano per proteggerli contro i Turchi. Con buona pace di Ankara e con il benestare della Russia, è più fattibile, al momento, che il governo siriano ristabilisca la propria sovranità territoriale accordandosi con i Curdi, invece che la Turchia prenda il controllo nel Nord Siria senza lasciare ai Curdi una loro autonomia. Se si ritireranno effettivamente gli USA, vedranno significativamente ridotta la loro capacità di influenzare la soluzione finale a scapito dell’intraprendenza di Putin.
Di questi giorni la notizia che gli Stati Uniti vogliono che la sia la Turchia a garantire la “protezione” dei combattenti curdi-siriani che hanno sostenuto Washington nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Il Segretario di Stato Mike Pompeo lo ha detto in modo chiaro al ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, durante un colloquio telefonico avvenuto lunedì 22 gennaio scorso. Lo scopo è quello di raggiungere un accordo sul futuro delle People’s Protection Units (YPG), parte delle Syrian Democratic Forces (SDF), alleanza di militanti arabi, curdi, ceceni e turkmeni che ha svolto il ruolo chiave nella guerra contro l’ISIS. Pare che nel corso della conversazione, Pompeo abbia ribadito l’impegno di Washington a cercare di risolvere i timori della Turchia lungo i confini con la Siria. In particolare, il segretario americano ha sottolineato l’importanza attribuita dagli USA alla protezione delle forze che hanno sostenuto la coalizione internazionale anti-ISIS.
Il sostegno alle YPG è da sempre base della controversia tra Washington ed Ankara, poiché Erdogan, per interesse interno continua a considerarla un’organizzazione terroristica come Kurdistan Workers’ Party (PKK), che dal 1978 compie attacchi contro la Turchia per ottenere l’indipendenza e creare uno Stato autonomo del Kurdistan. Il timore di Ankara è che, nel caso in cui i curdi-siriani riuscissero a mantenere il controllo su una zona del territorio siriano al confine con il proprio territorio nazionale, i Curdi che risiedono in Turchia potrebbero avanzare rivendicazioni di autonomia.
Gli analisti internazionali che conoscono l’erdogan-pensiero non caratterizzano credibile che Ankara dia garanzie nella direzione indicata da Pompeo, non per gli USA ma per la fiducia che si può avere nelle eventuali future dichiarazioni/ decisioni del presidente turco.
Infine, c’è da considerare la posizione di un’importante potenza areale, Israele. Si può pensare che una presenza militare americana significativamente ridotta probabilmente spingerà ulteriormente il livello d’intervento militate israeliano in Siria e la conseguente conflittualità con l’Iran. Quanto precede, poiché Gerusalemme non potrebbe più dipendere dalla potenza/protezione areale militare americana per scoraggiare l'espansione iraniana verso le alture del Golan. A sua volta, questo potrebbe indurre l'Iran, per reazione, a cercare di espandere la propria presenza in supporto di Assad. È probabile che Teheran possa pensare di continuare a costruire una sua rete di combattenti stranieri sciiti (Shiite Foreign Fighters) e spostarli nella regione anche con il supporto di Hezbollah. Se i leader iraniani la riterranno una strategia valida, i cui benefici superano i suoi costi, la rete di combattenti potrebbe crescere la minaccia da regionale a globale, creando in definitiva nuovi problemi a lungo termine per gli Stati Uniti e i loro alleati europei.
A seguito di questo, e in chiave anti-Iran, il segretario Pompeo ha dichiarato che il 13 e il 14 febbraio a Varsavia sarà ospitata «una conferenza ministeriale sulla pace, la libertà e la stabilità in Medio Oriente. Riuniremo dozzine di Paesi da tutto il mondo, Asia, Africa, emisfero occidentale, Europa, e ovviamente dalla regione. Ciò include l’importante elemento di garantire che l’Iran non sia un’influenza destabilizzante”.
Semplificando, tra pochi giorni in Polonia, mentre le forze americane lasciano la Siria, si cercherà di trovate il consenso per “costruire la coalizione contro Teheran a guida Trump”!
Si potrebbe voler passare dalle parole ai fatti e si annuncerebbe così una “calda Primavera” nel Golfo, come se non bastasse l’allargarsi della crisi diplomatica USA-Russia-Cina dopo la decisione di Washington di sospendere la propria partecipazione al trattato sul controllo dei missili nucleari a raggio intermedio INF ( Intermediate- Range Nuclear Forces).


Giuseppe Morabito
 
  


 
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