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Economia italiana a rischio con Eastmed instabile
A causa della decisione di Ankara e Tripoli di delimitare un illegale confine delle reciproche ZEE (zone economiche esclusive)
01-12-2019 - La recente decisione dei governi di Ankara e Tripoli di delimitare un inesistente ed illegale confine delle reciproche zone economiche esclusive (ZEE), ha creato una situazione di grande instabilità nell’Eastmed, che potrebbe riflettersi sulla macro regione che coinvolge anche i Balcani. Ovvero un’area vitale per l’economia italiana.
Tralasciando per un momento gli aspetti politici, legali ed etici di una decisione tanto improvvida, è importante concentrarsi anche su quelli economici. Aspetti che potrebbero creare un danno significativo in termini di PIL italiano (con riflessi molto vasti a vari livelli, come ad esempio il rapporto debito/PIL, i vincoli di bilancio legati al fiscal compact, l’attività industriale e quella finanziaria).
Alcuni dati aiutano a capire meglio i rischi per la nostra economia.
Eastmed e Balcani significano per l’industria italiana:
Investimenti strategici italiani nelle rinnovabili e nell’ O&G
Sicurezza energetica e diversificazione con risorse O&G
Forti commesse per industria E&P, EPC, O&M
Oltre 37 miliardi di € di export italiano verso la regione (2018 - SACE), ovvero circa 1,5 volte più che verso Cina, Russia e India insieme
Danno ai porti italiani ed all’industria dello shipping, con 500 Milioni di tonnellate di merci che passano dai porti italiani, fra queste il 53% dell’ Import-Export italiano. Per avere un dato di riferimento basta pensare che circa il 50% dei containers a Genova e La Spezia passa da Suez/Eastmed.
E’ evidente l’effetto di un’aumentata instabilità (e quindi dei rischi) nell’area, che per prima cosa si rifletterebbe negativamente sui costi assicurativi per le compagnie di trasporto e quindi sui noli applicati. Con grave danno al nostro export, al costo delle importazioni, e in definitiva alle economie di scala, ai costi di produzione ed alla capacità di finanziare il ciclo produttivo per la già boccheggiante industria nazionale.
Industria in difficoltà significa anche minori flussi di cassa con potenziali effetti negativi sulla liquidità del sistema, aumento delle sofferenze bancarie, diminuzione del credito e recessione del ciclo economico.
Pensiamo ai porti italiani, già in difficoltà rispetto ai porti del Nord Europa.
Se il rischio ed il costo della navigazione in Eastmed dovesse salire, il primo effetto sarebbe quello di vedere diverse compagnie di shipping optare per i porti del Nord Europa.
Stesso rischio per molte aziende nazionali di navigazione, che controllando il 38% dello “short sea shipping” mediterraneo, sono leader europee di settore.
Pesante anche il conto per il settore energetico, con noli in aumento per l’import di LNG dal Qatar e dall’Egitto ed in generale per le aziende italiane coinvolte nel mercato dell’O&G (ENI, Edison, Snam, Saipem….).
Concludendo, con questa rapida disamina dei possibili danni economici derivanti dalle decisioni turche, che sarebbe possibile quantificare fino al 2/2,5% del PIL italiano, è logico chiedersi quale possa essere la posizione di Roma. In considerazione delle dichiarazioni fatte in Parlamento dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che ha parlato della necessità di una maggiore cooperazione con la Francia per una più incisiva presenza militare a favore degli interessi italiani ed europei nell’area.

Marco Florian Enad
 
  


 
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