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Come cambierà la politica di difesa americana
Un considerazione del generale Mario Arpino già Capo di Stato maggiore della Difesa
20-11-2020 - Per quanto ci è dato di capire, a meno di un esito positivo del minacciato ricorso di Donald Trump alla Corte Suprema, il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà il democratico Joe Biden, già vice di Barack Obama.
Come cambierà la politica di difesa americana? Asinello od elefante, la necessità di mantenersi forti ha fatto sì che la Difesa rimanesse un concetto condiviso: almeno in questo, America first vale per entrambi. E’ un grande Paese che, chiunque sia al potere, resterà sempre “patriottico” per nascita, origini e scelta.
Più interessante può essere collocare il quesito in una situazione di fatto che, creatasi con gli errori di Bush figlio, ha poi continuato ad aggravarsi.
Perché ci odiano?”, si era domandato Barack Obama. Impegnandosi nel sociale, aveva poi cercato di dare al suo pubblico e al mondo una risposta dal gusto populista, riducendo la percezione della forza militare. Ciò non ha risolto i problemi interni, ma ha invece creato vuoti e incertezze proprio in politica estera. E, si sa, quando c’è un vuoto, qualcuno è sempre pronto a colmarlo. La conseguenza? Un visibile calo di credibilità, e quindi di autorevolezza.
Infatti, pur rimanendo comunque la maggiore potenza economica e militare, ancora oggi gli Usa non sono in grado di far valere appieno la rendita di posizione che ne potrebbe derivare. Ci riescono a stento con gli alleati della Nato, e non con tutti.
Quali sono i principali assetti globali che hanno condizionato (o semplicemente influenzato) la politica di difesa americana nell’ultimo decennio? Se riusciamo ad estrapolare, sarà possibile immaginare come cercherà di adattarla al futuro il Comandante in Capo.
Guardando il mappamondo con occhi americani per valutare la reattività degli Stati nei confronti dell’influenza statunitense, potremmo tentare di immaginarli (analisi IAI) come raggruppabili in almeno tre grandi categorie. Ciascuna afflitta, tuttavia, da un certo grado di disomogeneità.
Nella prima troviamo quegli Stati che, sentendosi competitivi o tentando di esserlo, avvertono gli Usa come un limite alla propria espansione. Parliamo della Cina, che tende a subentrare sulla scena globale, e della Russia, che, non riuscendoci, vorrebbe almeno mano libera su parte degli ex possedimenti sovietici e sulle vie di sbocco ai mari caldi. Gli isolati, come la Corea del Nord, l’Iran, Cuba e il Venezuela, tendono invece ad appoggiarsi sopra tutto alla Cina, e di meno alla Russia (ma la Siria lo fa). Nella seconda categoria troviamo quelle aggregazioni che, pur vicine agli Usa e beneficiando di protezione e risorse, ambirebbero diminuire con il tempo la dipendenza e, parallelamente, guadagnarsi una propria autonomia strategica. Tra queste, troviamo aggregazioni deboli come l’Europa, l’Asia-Pacifico e paesi forti come l’India. Nel futuro, potrebbe aggiungersi anche Israele. Gruppi di Stati che non si schierano danno invece corpo ad una terza categoria: succede in Africa, in Sud America e nel Sud-Est asiatico, con aggregati disomogenei e basculanti secondo appetiti e convenienze.
Chiunque sia al potere negli Stati Uniti, ai fini di riacquisire e mantenere un buon grado di credibilità nel prossimo decennio dovrà muoversi nel modo più conveniente nei confronti di questo triplice intreccio, tarando i poteri militare, cibernetico e spaziale in funzione dell’influenza globale desiderata. Sono i tre poteri che, sommati, danno la reale misura del potenziale contributo della Difesa alla reale efficacia della politica estera ed economica.
In questo contesto Donald Trump, pur con scarsa sensibilità diplomatica, ha operato con efficacia per potenziare la triade magica di questi poteri determinanti. In un eventuale secondo quadriennio, non è escluso decida anche di aderire alla riscrittura, su base più attuale e cercando di includere la Cina, degli ormai obsoleti trattati da cui aveva ritirato gli Usa. Effetto secondario immediato sarebbe una maggiore empatia con gli alleati europei.
Ma il settore, abbiamo detto, è bipartisan e gli Americani sono patriottici. Tutti, e lo è anche Joe Biden. Convinto democratico, ma lontano dai liberal, una volta entrato alla Casa Bianca probabilmente troverebbe il modo di scrollarsi di dosso l’ormai “ingombrante” protezione di Hillary Clinton e Barack Obama per percorrere con autonomo successo almeno il primo quadriennio. Per questo, non recederà dagli strumenti di potenziamento della politica di difesa già avviati da Trump, e, differenziandosi nei modi, recupererebbe quel prezioso capitale di credibilità e di autorevolezza globale ormai da lustri in continua erosione.Tra voti ed auguri, ci esprimiamo anche perché nel suo periodo contribuisca a far dimenticare una statistica poco esaltante: con rare eccezioni, negli ultimi cent’anni quasi tutte le guerre americane sono iniziate con il contrassegno di un democratico asinello.



Mario Arpino
 
  


 
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