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Cosa succede a Washington?
A colloquio con il generale Mario Arpino, già capo di stato maggiore della Difesa
07-01-2021 - Attraverso le immagini ed i commenti da parte degli inviati dei telegiornali, abbiamo seguito i fatti accaduti il 6 gennaio a Washington: la manifestazione dei sostenitori del presidente Donald Trump, l'occupazione del Campidoglio da parte di alcuni di loro, l'intervento delle forze di polizia, la morte di una manifestante colpita al petto e poi, alla dichiarazione del coprifuoco, il lento diradarsi della folla che se ne andava a casa, seguendo l'invito del suo Presidente: " andate a casa in pace..." .
Ne parliamo con il generale Mario Arpino
Generale, qualche sua riflessione sull’attualità. E’ sorpreso da ciò che sta accadendo a Washington?
Non del tutto. Direi che, viste le premesse ed i soggetti in campo, qualche episodio importante me lo aspettavo. Ma sicuramente non questa violenza. Certamente mi attendevo un comportamento teatralmente provocatorio, considerato il caratterino e la spocchia del principale attore, da sempre abituato – da perfetto tycoon - a vincere ogni partita e a non essere mai contraddetto. Ma la violenza no, questa certamente è andata anche oltre le sue aspettative e qualcosa, che lui stesso ha alimentato, gli deve essere sfuggita di mano. L’arringare la non ingente folla che si era riunita sulla piazza certamente è stato l’ultimo fattore scatenante. D’altra parte, Trump non era mai stato certissimo di vincere, se ancor prima che le elezioni iniziassero aveva parlato di inaccettabilità del voto postale e della possibilità di sostanziosi brogli, secondo lui già architettati in partenza. L’inserimento frettoloso di una sua candidata alla Corte Suprema aveva confermato tutti questi suoi timori. L’utilizzare poi continuamente i mantra di maggior successo nel corso delle elezioni precedenti, quelli che lo avevano portato alla vittoria, e il continuo asserimento di frodi (che, come in tutte le elezioni nel mondo, in qualche misura ci saranno pure state), sono due fattori che hanno esacerbato gli animi”.
Com’è potuta accadere l’occupazione di Capitol Hill?
Va anzi tutto considerata da chi è formata la componente più ‘rumorosa’ dell’elettorato trumpiano e, in parte, repubblicano. Sono i cittadini di quell’America profonda che i Padri pellegrini (all’origine, ma per lungo tempo anche dopo) consideravano gli “eletti di Dio”, quindi contenitori ambulanti di certezza e verità. Ancora oggi, anche se non più o non solo in termini religiosi, molti Americani vivono nella convinzione che gli Stati Uniti siano un Paese speciale, una sorta di terra promessa che irradia luce e democrazia nel mondo, con una missione da compiere. Che non è sempre la stessa. All’esterno era battere il comunismo, poi esportare democrazia, poi, ancora, rovesciare gli stati-canaglia. All’interno, e oggi siamo nella fattispecie, battere coloro che hanno reso l’America “uno Stato come gli altri” e sconfiggere truffatori, millantatori e disonesti. Quelli che, è stato loro detto, hanno vinto imbrogliando. Alimentando questo tipo di popolazione con frasi patriottiche come America first o Make America Great Again, è facile che il tutto si trasformi in una componente fortemente ideologica. E tutti sappiamo l’effetto delle ideologie sulle masse: possono perfino far entrare i più facinorosi a Capitol Hill, tempio sacro della democrazia, spaccando tutto per sedersi sugli scranni dopo aver messo in fuga i “disonesti”. Ricordiamo che prima del ’68, che negli Usa ha coinciso con l’assassinio di Martin Luther King, questo luogo costituzionalmente irraggiungibile dai profani non era nemmeno presidiato. Oggi, con il progresso delle idee, la Polizia non è stata sufficiente: è dovuta intervenire la Guardia Nazionale”.
Questi eventi danneggeranno la credibilità degli Stati Uniti nel mondo?
Certamente, ma non più di tanto. Perché da parecchi lustri siamo già in una situazione di fatto che, originatasi con i macroscopici errori di Bush figlio (seconda guerra in Iraq, dopo le Twin Towers), ha poi continuato ad aggravarsi con Barack Obama, insignito del premio Nobel per la pace prima ancora di insediarsi e cominciare a lavorare. Impegnandosi nel sociale, aveva cercato di dare al suo pubblico ed al mondo una risposta che non poteva divergere troppo dal Nobel che gli era stato concesso. Così, riduceva gli stanziamenti per la Difesa, depotenziava la Nasa (percepita, dopo il trattato sull’uso militare dello Spazio, quale potenziale strumento dell’Usaf) e abbassava in tal modo nel mondo la percezione della presenza dell’hard power americano. Ciò ha lasciato a metà i problemi interni mentre, all’esterno, ha prodotto un visibile calo di credibilità e, quindi, di autorevolezza. Infatti, pur rimanendo tuttora la maggiore potenza economica e militare del mondo, ancora oggi gli Usa non sono in grado di far valere appieno la rendita di posizione che loro compete. In una prima fase, pur con grossolana sicumera e scarsa sensibilità diplomatica, Donald Trump, fedele al suo mantra, aveva rimesso nelle mani dell’America gran parte degli strumenti necessari per riacquisire credibilità e, perché no, incutere anche un certo timore. Il paradosso è che proprio lui, con le ultime mosse, ha lacerato buona parte della tela che aveva intessuto”.
Sarà possibile riguadagnare prestigio e voce in capitolo?
Certamente il regalo che il bizzoso Donald in questi giorni sta facendo alla Cina, alla Russia, alla Corea del Nord, all’Iran e anche ai competitori economici, è stato tanto apprezzato quanto inatteso. Ma è un regalo che è fatto molto più di immagine, ora offuscata, piuttosto che di vera sostanza. Al di là del mantra di Trump, l’America è grande davvero tale rimane, avendo ben saldi in mano tutti gli ingredienti del potere. Biden è un democratico convinto, ben lontano sia dai liberals, sia dai facinorosi dell’ultima ora. E’ anche un buon patriota, come lo sono quasi tutti gli Americani quando devono confrontarsi con il mondo. Certamente, anche se non li pronuncerà mai, la sostanza degli slogan America first e Make America great again sono ben radicati anche nel suo cuore. Possiamo essere certi che Joe Biden, acquisendo (sperabilmente) una progressiva autonomia dai suoi padrini – saprà proseguire nel recuperare quel capitale di credibilità e voce in capitolo che negli anni si era andato appannando”.




Maria Clara Mussa
 
  


 
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