fotografia di: C. Giannini
Suor Josephine, in Libano
L'integrazione, a volte, va davvero al di là del credo religioso
06-02-2012 - Ain Ebel (Libano). Si chiama suor Josephine e combatte una battaglia di fede e di integrazione.
La donna coraggio che dal 2007 guida il convento di Saint Joseph ad Ain Ebel, piccola località nei pressi della vicina Bint Jembel, la città martire che nel 2006 ha visto la guerra tra libanesi e israeliani in faccia, assicura che il segreto del suo successo è il sorriso.
"Arrivai qui nel 2007 – racconta – prima insegnavo pedagogia all'Università di Beirut. Fui chiamata in questo luogo per cercare di prendere la direzione di questa scuola in cui i bambini e gli insegnanti non sapevano più sorridere. Avevano visto la guerra, l'avevano vissuta, in tutta la sua atrocità e avevano paura. Per i primi mesi dovetti accoglierli uno a uno sulla porta dell'istituto, cercando di rassicurarli, senza mai smettere di sorridere e piano piano acquistarono fiducia"
A fondare quel convento, a metà Ottocento, furono i Gesuiti. La guida è greco-cattolica e maronita, quindi di rito cattolico e dipende direttamente da Roma, dal Vaticano.
"Ma ci sono ragazzi che frequentano la scuola – tiene a dire suo Josephine – che sono musulmani. A Natale anche questi bambini hanno cantato canzoni di una religione che non è la loro, nel nome dell'integrazione, della lotta alla diversità, di una fede diversa, sì, ma che deve unire".
Un piccolo grande miracolo, che avviene sotto l'occhio vigile di Unifil e, in particolare, del contingente italiano, molto ben voluto in quest'area.
"Il generale Carlo Lamanna, che comanda il contingente - spiega la suora coraggio – si è adoperato per donarci una biblioteca, che sarà inaugurata nei prossimi giorni. Ma è stato acquistato anche un proiettore e moltissimi altri sono i progetti a cui partecipiamo. Abbiamo aderito a uno sulla robotica, a livello nazionale e siamo arrivati secondi".
I ragazzi che frequentano la scuola sono 800 circa, gli insegnanti 66, molti dei quali giovanissimi. Vengono tutti dai 19 paesi del circondario. E ha ragione suor Josephine: “Hanno tutti quanti il sorriso sulle labbra”, basta osservarli a scuola, mentre disegnano, studiano (l'età va dai 4-5 anni ai 18, per chi fa la scuola superiore – liceo scientifico, matematica e letteratura) si applicano. La guerra è un ricordo lontano e a dar loro serenità c'è una grande mamma, la suora che non ha paura, sul campanile del suo convento, di mostrare una croce che si erge fiera.
"Abbiamo ottimi rapporti anche con Hezbollah – tiene a dire – con cui collaboriamo">.
Segno che l'integrazione, a volte, va davvero al di là del credo religioso.
La donna coraggio che dal 2007 guida il convento di Saint Joseph ad Ain Ebel, piccola località nei pressi della vicina Bint Jembel, la città martire che nel 2006 ha visto la guerra tra libanesi e israeliani in faccia, assicura che il segreto del suo successo è il sorriso.
"Arrivai qui nel 2007 – racconta – prima insegnavo pedagogia all'Università di Beirut. Fui chiamata in questo luogo per cercare di prendere la direzione di questa scuola in cui i bambini e gli insegnanti non sapevano più sorridere. Avevano visto la guerra, l'avevano vissuta, in tutta la sua atrocità e avevano paura. Per i primi mesi dovetti accoglierli uno a uno sulla porta dell'istituto, cercando di rassicurarli, senza mai smettere di sorridere e piano piano acquistarono fiducia"
A fondare quel convento, a metà Ottocento, furono i Gesuiti. La guida è greco-cattolica e maronita, quindi di rito cattolico e dipende direttamente da Roma, dal Vaticano.
"Ma ci sono ragazzi che frequentano la scuola – tiene a dire suo Josephine – che sono musulmani. A Natale anche questi bambini hanno cantato canzoni di una religione che non è la loro, nel nome dell'integrazione, della lotta alla diversità, di una fede diversa, sì, ma che deve unire".
Un piccolo grande miracolo, che avviene sotto l'occhio vigile di Unifil e, in particolare, del contingente italiano, molto ben voluto in quest'area.
"Il generale Carlo Lamanna, che comanda il contingente - spiega la suora coraggio – si è adoperato per donarci una biblioteca, che sarà inaugurata nei prossimi giorni. Ma è stato acquistato anche un proiettore e moltissimi altri sono i progetti a cui partecipiamo. Abbiamo aderito a uno sulla robotica, a livello nazionale e siamo arrivati secondi".
I ragazzi che frequentano la scuola sono 800 circa, gli insegnanti 66, molti dei quali giovanissimi. Vengono tutti dai 19 paesi del circondario. E ha ragione suor Josephine: “Hanno tutti quanti il sorriso sulle labbra”, basta osservarli a scuola, mentre disegnano, studiano (l'età va dai 4-5 anni ai 18, per chi fa la scuola superiore – liceo scientifico, matematica e letteratura) si applicano. La guerra è un ricordo lontano e a dar loro serenità c'è una grande mamma, la suora che non ha paura, sul campanile del suo convento, di mostrare una croce che si erge fiera.
"Abbiamo ottimi rapporti anche con Hezbollah – tiene a dire – con cui collaboriamo">.
Segno che l'integrazione, a volte, va davvero al di là del credo religioso.
Chiara Giannini
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