20:39 martedì 10.03.2026
Secondo vertice Italia-Africa: un’ambizione che cerca conferme
Un partenariato non gestito dall’alto, ma che si costruisce anche fisicamente ‘’dall’altra parte’’
fotografie di: P. Panozzo da Addis Abeba

14-02-2026 - In Addis Abeba, capitale dell'Etiopia, nei giorni 13 e 14 febbraio, si è tenuto il ‘’Secondo Vertice Italia-Africa’’, e già la scelta della sede racconta qualcosa.
Per la prima volta il summit non si tiene a Roma, ma in Africa, nella capitale etiope, a poche ore dall’avvio dell’Assemblea dei capi di Stato dell’Unione Africana.
Non è un dettaglio logistico: è una dichiarazione di intenti.
Il governo italiano vuole segnalare che questa non è una relazione gestita dall’alto, dal vecchio centro verso una periferia da aiutare, ma un partenariato che si costruisce anche fisicamente “dall’altra parte”.
Se l’intenzione è chiara, la verifica è tutta da fare.

Il Piano Mattei due anni dopo: numeri e domande
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha aperto i lavori ribadendo la visione che anima l’iniziativa: una cooperazione “da pari a pari”, fondata su investimenti strutturali e non su logiche assistenziali.
Parole già sentite, ma il contesto stavolta è diverso: il Piano Mattei — lanciato due anni fa con una dotazione complessiva di 5,5 miliardi di euro, articolata in 3 miliardi dal Fondo italiano per il clima e 2,5 miliardi dalla cooperazione allo sviluppo — deve cominciare a mostrare risultati misurabili, non solo intenzioni.

Secondo i dati diffusi da Palazzo Chigi, nel solo 2025 il piano avrebbe mobilitato oltre 1,3 miliardi di euro. Il condizionale è d’obbligo: queste cifre provengono da fonti governative e non sono ancora state sottoposte a una verifica indipendente sistematica.
I progetti citati come esempi virtuosi — l’agricoltura sostenibile nel Sahara algerino, gli interventi sanitari in Africa occidentale, gli accordi energetici con Kenya ed Egitto — esistono, ma il quadro complessivo sull’allocazione reale dei fondi e sulle procedure di selezione resta, a oggi, solo parzialmente accessibile al pubblico.

Questo è il nodo più delicato. Non si tratta di mettere in dubbio la buona fede dell’iniziativa, ma di ricordare che la credibilità di un programma di questa portata — che coinvolge oggi 14 Paesi africani e si propone come modello alternativo alle strategie cinesi e americane nel continente — si costruisce con la trasparenza, non con i comunicati stampa.

I protagonisti: un tavolo che pesa
Il vertice ha riunito figure di primo piano della politica e della finanza internazionale. Accanto alla premier italiana, il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha svolto il ruolo di anfitrione, affiancato dai vertici dell’Unione Africana e dai rappresentanti delle principali istituzioni multilaterali, tra cui ONU, Banca Africana di Sviluppo e Banca Mondiale.
La composizione del tavolo è significativa: non si tratta di un incontro bilaterale tra Italia e singoli governi africani, ma di un tentativo di agganciare l’iniziativa italiana alle grandi architetture finanziarie multilaterali.
È una scelta ambiziosa, e potenzialmente la più importante dell’intera strategia: senza il coinvolgimento stabile di investitori e istituzioni internazionali, il Piano Mattei rischia di rimanere una somma di progetti isolati piuttosto che diventare una piattaforma strutturale.

Il contesto: Africa contesa
Sarebbe un errore leggere questo vertice fuori dal contesto geopolitico in cui si inserisce. L’Africa è oggi uno dei principali teatri della competizione tra grandi potenze: Cina, Russia, Stati Uniti e, sempre più, le monarchie del Golfo si muovono nel continente con strategie articolate, risorse ingenti e orizzonti temporali lunghi.
L’Europa — e l’Italia in particolare — arriva in questo scenario con un ritardo strutturale, cercando di trasformare in vantaggio la propria storia di relazioni con il Mediterraneo e con il continente.

La posta in gioco non è solo economica. È la capacità di costruire un’alternativa credibile a modelli di presenza che, in più di un caso, hanno prodotto dipendenza piuttosto che sviluppo. L’Italia, con il Piano Mattei, dice di voler fare qualcosa di diverso. Ad Addis Abeba ha avuto l’occasione di mostrarlo. Il giudizio, però, lo daranno i fatti nei prossimi anni — non il summit di oggi.

All’Assemblea dell’Unione Africana
La missione della premier continua il 14 febbraio, con la partecipazione come ospite d’onore alla sessione plenaria di apertura dell’Assemblea dell’Unione Africana nella Mandela Hall.
Un riconoscimento che non va sottovalutato: in un consesso che storicamente guarda con diffidenza alle intenzioni europee, ottenere un posto d’onore è un segnale politico concreto.
Resta da vedere se diventerà anche qualcosa di piú.

Addis Abeba: l’altra faccia della diplomazia italiana
In queste ore a Monaco è in atto la Conferenza sulla Sicurezza
Mentre a Monaco si discute di sicurezza militare, la premier Giorgia Meloni è impegnata in una missione che il governo considera cruciale: il secondo vertice Italia-Africa, ospitato in concomitanza con l’assemblea dell’Unione Africana.
L’invito rivolto alla premier è stato interpretato come un segnale politico di fiducia verso il ruolo italiano nel continente.
Al centro del vertice: il Piano Mattei, che entra nella fase operativa dopo due anni di avvio.

Piano Mattei: dalla visione alla fase 2.0
Nel suo intervento, Meloni ha rivendicato un cambio di paradigma nei rapporti con l’Africa, fondato su: cooperazione “da pari a pari”, superamento degli approcci paternalistici e sviluppo congiunto per ridurre le cause delle migrazioni.
Il piano coinvolge oggi: 14 Paesi africani, circa 100 progetti attivi e settori strategici come energia, infrastrutture, AI e agricoltura.
La presenza di grandi gruppi italiani — tra cui Eni, Enel, Leonardo e Fincantieri — segnala una chiara integrazione tra diplomazia e politica industriale.

La risposta africana: partnership e legittimazione politica
Il premier etiope Abiy Ahmed ha definito il rapporto con l’Italia “sempre più stretto”, sottolineando convergenze su tecnologia, sanità e infrastrutture.
Anche il Presidente angolano João Lourenço, attuale presidente di turno dell’UA (Unione Africana), ha lodato l’Italia per l’approccio cooperativo sui temi migratori.

Una strategia a due livelli
La simultaneità dei due eventi non è casuale. La scelta di non esporre direttamente la premier allo scontro transatlantico di Monaco mentre consolidava il consenso africano appare come una mossa diplomatica precisa.
L’Italia sembra perseguire una strategia tripla: mantenere l’alleanza privilegiata con gli Stati Uniti, restare pienamente integrata nella difesa europea e costruire una sfera di influenza economico-politica nel Mediterraneo allargato.

Il significato geopolitico
La doppia scena del 13-14 febbraio 2026 racconta molto più di una semplice coincidenza diplomatica.
Rivela una crescente autonomia strategica europea guidata dall’asse franco-tedesco, una competizione globale per l’influenza in Africa e il tentativo italiano di ritagliarsi un ruolo di mediatore tra Occidente e Sud globale
In questo quadro, la politica estera italiana appare sempre meno reattiva e sempre più progettuale.

Conclusione
Tra Monaco e Addis Abeba emerge una fotografia chiara: l’Italia sta cercando di trasformare la propria tradizionale posizione di “ponte” in una leva geopolitica attiva.
Se la conferenza tedesca ha mostrato un Occidente in tensione, il vertice africano ha evidenziato uno spazio crescente per iniziative diplomatiche autonome.
Il vero banco di prova sarà ora la capacità di Roma di mantenere questo delicato equilibrio nel lungo periodo, mentre il sistema internazionale continua a ridefinirsi.
Pierangelo Panozzo


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