17:24 martedì 15.09.2026
AYAMA, sulle pendici della Paardeberg Mountain
Paradiso nascosto dove Italia e Sudafrica si stringono la mano (reportage esclusivo di Pierangelo Panozzo)
fotografie di: P. Panozzo

24-08-2026 - Sulle pendici della Paardeberg Mountain, a un'ora da Cape Town, esiste un luogo che sembra sfuggire al tempo: Ayama.
Non è solo una tenuta vinicola, ma un manifesto vivente di ciò che accade quando due culture agricole d'eccellenza — quella italiana e quella boera — si incontrano e si fondono senza perdere nulla della propria identità.

Una storia di persone, prima ancora che di terra
Tutto comincia nel 2005, quando le due famiglie Friulane, tuttora proprietarie, arrivano in questa regione del Western Cape e se ne innamorano.
Non è un investimento a tavolino: è la scelta di due famiglie che decidono di portare qui, ai piedi della Paardeberg Mountain, la propria idea di agricoltura, fatta di pazienza, cura del dettaglio e rispetto per la terra. Da quella scelta nasce Slent Farm, oggi conosciuta con il nome che ne racchiude lo spirito: AYAMA, "qualcuno su cui appoggiarsi".
L'anima della farm è una coppia di Italiani, Chiara Fabietti (enologa e agronoma) e Giuseppe Di Benedetto (marketing manager) nonché direttori.
Il loro progetto di ospitalità e produzione di qualità hanno reso la farm nota, ricevendo riconoscimenti locali e internazionali.

Non solo vigna

I 70 ettari di vigneto raccontano già una storia straordinaria: qui è nato il primo Vermentino mai piantato in Sudafrica, affiancato da varietà come il Nero d'Avola, la Barbera, lo Chenin Blanc e il Pinotage.
Ma ridurre Ayama al vino sarebbe un errore.
Su questa terra crescono anche i carciofi (varietà siciliana - Violetto), coltivati con la stessa cura riservata alla vite: quattro ettari dedicati a questa coltura tipicamente mediterranea, che qui ha trovato un terroir capace di esaltarne il sapore, tra i più apprezzati del Paese, celebrati ogni anno dall'ormai noto Artichoke Festival (giornate speciali dedicate alla raccolta pubblica in campo e pranzo a base di carciofi).
Vengono coltivati anche pomodori San Marzano, ulivi di varietà italiane e Peperoni Palermo.

Un’italianità che dialoga con la terra del Western Cape
Ciò che rende Ayama particolare non è la semplice trapiantazione di un modello italiano su suolo africano, ma la capacità di farlo dialogare con la tradizione agricola sudafricana di origine boera, fatta di rigore, adattamento e conoscenza profonda del territorio.
Il risultato è un'azienda che parla due lingue agricole allo stesso tempo: la sapienza contadina italiana e la concretezza pratica del Western Cape.
Due qualità che, invece di scontrarsi, si rafforzano a vicenda, dando vita a un prodotto — vino, olio, carciofi — che difficilmente potrebbe nascere altrove.

Un modello di biodiversità
Ayama non è solo un'azienda agricola: è un ecosistema.
Ai 70 ettari di vigneto si affiancano uliveti, frutteti, orti e ampie porzioni di fynbos e macchia naturale, lasciate volutamente intatte.
Non è un caso che il logo della tenuta sia un leopardo: la fauna selvatica della montagna, dai leopardi ai caracal, convive con le coltivazioni in un equilibrio raro da trovare in un'azienda produttiva.
La partecipazione al Cape Leopard Project è la prova concreta di un impegno per la conservazione che va oltre il marketing.

Un esempio da seguire
In un'epoca in cui l'agricoltura intensiva erode biodiversità e paesaggi, Ayama dimostra che è possibile produrre eccellenza — enologica, olearia, orticola — senza sacrificare l'ambiente.
Ma è anche qualcosa di più: la dimostrazione che le relazioni fra Italia e Sudafrica non si costruiscono soltanto nelle ambasciate o nei grandi accordi commerciali.
Possono nascere anche da un vigneto, da un uliveto, da un carciofo, e dalla capacità di due culture di lavorare insieme.
Pierangelo Panozzo


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