14:29 venerdì 15.11.2019
L'isola della felicità
Socotra, nello Yemen...non solo vacanza
fotografie di: Sandra Vallelunga

21-01-2011 - Socotra Yemen – 25 dicembre 2010 – 04 gennaio 2011
L’isola della Felicità, questa una delle diverse traduzioni dall’antico sanscrito per Socotra, 300 km sud dalla costa yemenita, a est del corno d’Africa, punto d’unione tra l’Oceano Indiano, il mare Arabico e il famigerato Golfo di Aden.
Si parte da Roma con un certo ritardo.
Ma è il giorno di Natale, c’era da aspettarselo e poi è anche un modo per iniziare a calarsi nei ritmi del Medio Oriente che eccitati come bambini, ci apprestiamo a conoscere in prima persona! Atterriamo di sera a Sanàa, capitale dello Yemen.
E’ buio, ma il tragitto fino all’hotel, dove passeremo appena qualche ora prima di tornare in aeroporto per prendere il volo per Socotra, è abbastanza illuminato, tanto da permetterci di ammirare le costruzioni un pò vecchiotte, che ricordano chiaramente lo stile veneziano.
Alti e stretti palazzi, finestre a volta appuntita, con tanti segmenti colorati e colonnine a torciglione.
Lungo il primo tratto di strada, incontriamo diversi posti di blocco con militari armati di kalashnikov, che andranno a scemare fino a scomparire del tutto, poco distanti dall’aeroporto.
La situazione di fatto non allarma nessuno, nonostante gli avvisi della Farnesina a non recarsi in Yemen.
Forse perché ricorda un po’ le nostre forze armate di routine nei luoghi più trafficati, come può essere la stazione Termini a Roma; perciò non ci sentiamo affatto minacciati e proseguiamo il nostro viaggio fino all’albergo, in serena contemplazione di questa città.
La mattina successiva di buon’ora, siamo di nuovo in aeroporto. Fa un po’ freddo, stiamo a 2300 metri s.l.m. e l’aria è un po’ rarefatta.
Ci mettiamo in fila per sbrigare le formalità e, reduci della notte precedente tra controlli passaporti e visti, attendiamo serenamente che la fila si accorci.
Dopo circa due ore di volo, si inizia a intravedere la sagoma dell’isola e ci sentiamo fremere dalla voglia di toccar terra.
Il portellone si apre e siamo avvolti da una piacevolissima temperatura, circa 28 gradi di clima secco.
Splendido! Altre formalità e passiamo oltre i controlli dove troviamo ad attenderci il corrispondente per Avventure nel Mondo e la guida Thabet che ci accompagnerà per tutto il soggiorno.
Usciamo dall’aeroporto e saliamo sulle Toyota 4x4 che saranno a nostra disposizione per tutto il soggiorno. Lungo il tragitto verso la capitale, notiamo numerosi carri armati col cannone diretto verso mare.
Sono un po’ nascosti dalla vegetazione e ci chiediamo cosa se ne facciano: in effetti l’impressione è che siano dismessi, ma ci viene imposto divieto assoluto di fotografarli.
Arriviamo ad Hadibò. Di fatto è una via di mezzo tra un grande villaggio e una cittadina. I nostri cellulari non prendono sull’isola e la capitale è l’unico posto dove poter trovare un internet point, ampiamente snobbato da tutti noi, desiderosi invece di vivere quest’avventura su quest’isola così sperduta e spartana per noi occidentali e allo stesso tempo carica di fascino, per la sua natura intatta e il turismo quasi inesistente: infatti, si possono trovare forse 3 alberghi, ma solo ad Hadibo: il resto dell’isola è assolutamente sprovvisto di strutture ricettive.
Troveremo lungo le nostre tappe sorte di campeggi, con a volte una doccia, intesa come un tubo attaccato in alto a una struttura, chiusa da grandi foglie secche sui 3 lati.
Spesso, ci accontenteremo di lavarci in ruscelli di acqua dolce e calda o restare col sapore del mare addosso.
Dopo aver preso gli ultimi accordi col corrispondente, ci dirigiamo alla spiaggia di Hamri.
Le Toyota non fanno in tempo a fermarsi che saltiamo giù in cerca dei costumi per tuffarci in un’acqua turchina, con tanto di barriera corallina ricca di pesci coloratissimi, che per nulla spaventati ci circondano in branchi.
Nel frattempo, il nostro staff prepara il posto per la cena.
Noi non dobbiamo fare altro che goderci il pesce fresco, il riso aromatico e una salsa di patate e verdure.
Questo sarà il nostro pranzo e la nostra cena per tutto il soggiorno, sostituendo il pesce col capretto un paio di volte.
L’isola è abitata da tantissime capre che sono, insieme al pesce e al riso, il principale pasto. In realtà le capre, come ci spiegheranno, stanno proliferando oltremodo col rischio di compromettere seriamente l’eco-sistema dell’isola. Avremo occasione di notare simpatici grembiulini allacciati sul dorso di diverse capre maschio, per impedirne l’accoppiamento.
In serena convivenza con queste capre ci sono moltissimi avvoltoi che becchettano insieme per terra ricordandoci ironicamente le nostre galline da cortile. E’ una scena davvero curiosa cui assistere.
Il giorno dopo ci attende il trekking nell’area protetta di Homhil.
La particolarità dell’area è dovuta a una massiccia concentrazione dei caratteristici alberi bottiglia il cui nome deriva appunto dalla loro ineguagliabile forma che ricorda la sagoma di una bottiglia. Larghi e tozzi alla base per sfinarsi e allungarsi sui pochissimi rami, con foglioline verdi e da cui fanno già capolino con leggero anticipo i primi fiori rosa che ricordano quelli del nostro oleandro. Ne incontreremo moltissimi e di forme diverse. L’albero bottiglia, insieme all’albero del sangue di Drago, sono solo due delle 300 specie di piante endemiche sull’isola.
L’unicità di piante e animali del mondo invertebrato hanno fatto che l’isola a partire dal 2003 diventasse patrimonio dell’Unesco e d’accordo con le autorità si è cercato di contenere il turismo e sviluppare progetti a tutela del territorio.
A tale scopo sono state istituite negli ultimi anni le eco-guide. Si tratta di ragazzi, abitanti dell’isola, cui sta a cuore la sorte della loro terra e che sono stati istruiti sia per guidare i gruppi che per fare una sorta di controllo affinché territorio e tradizioni vengano rispettate.
Queste guide conoscono bene l’inglese e in maniera più sommaria anche le lingue dei turisti che vengono a visitare l’isola. Gli italiani hanno la percentuale più alta di presenze.
Dopo aver ammirato i primi alberi bottiglia e i Dragon Blood, il cui nome deriva da una leggenda che narra di un combattimento tra un elefante e un drago: il drago soccombe sotto il peso del pachiderma, spargendo così il proprio sangue sul terreno che cosi alimenta la linfa di un albero, vicino al quale era avvenuto il combattimento.
Oggi, la resina rossa viene utilizzata sia per fini cosmetici, per colorare i capelli o fare tatuaggi, oppure per decorare alcuni oggetti di artigianato locale in terracotta o creta, quali gli incensieri.
Homhil ci riserva ancora una bellissima sorpresa: scendendo lungo il greto di un fiume, wadi, giungiamo in una piscina naturale di acqua dolce e freddina.
Ci tuffiamo impavidi e coi gomiti appoggiati al bordo ci godiamo la vista mozzafiato della discesa della montagna fino al mare, che laggiù tra mille onde schiumose si riversa sulla spiaggia bianchissima.
Il campo è già stato allestito ad Ar Ar dallo staff che ci accompagna.
Di fronte a noi la spiaggia bianchissima di polvere di corallo, un ruscello di acqua dolce che si unisce al mare e alle nostre spalle, a ridosso della montagna, due dune altissime di oltre 100 mt.
La tentazione è grande e molti di noi, nonostante la fatica del trekking appena terminato, si avventurano nella scalata di quella più alta. Si intuisce la fatica perché lì vediamo affondare fino al polpaccio, fermarsi spesso e continuare la salita a “4 zampe”.
Il giorno dopo, ci attende la visita alla famigerata cava di Hoq.
Si tratta di una grotta che di fatto si snoda per ben oltre 10 km, ma noi ne percorriamo soltanto 3.
La grotta è stata scoperta solo nel 2000 da un gruppo di speleologi belgi, che con grande cura hanno segnato un tracciato per evitare che i visitatori potessero rovinare le nuove formazioni e per tutelare quelle già esistenti.
Sembra che siano anche state ritrovate, in cima a delle stalagmiti, delle bacinelle di pietra e degli affreschi di scene di caccia sulle pareti.
L’ingresso è molto ampio e fin dall’inizio troviamo ad attenderci imponenti stalagmiti che si innalzano verso l’alto ed enormi stalattiti che scivolano verso il basso; alcune unendosi assumono le sembianze di mastodontiche canne d’organo.
All’uscita beviamo un po’ di acqua che gocciolando dall’alto della grotta si deposita generosamente in una conca naturale di pietra.
Smontiamo il nostro accampamento nella spiaggia di Ar Ar e ci dirigiamo verso la punta est dove il mare indiano si unisce a quello arabo.
La spiaggia sarà davvero una grande sorpresa e la dimostrazione che il turismo di massa non è ancora arrivato sull’isola (e speriamo non arrivi mai): sulla spiaggia di sassi tondi e colorati misti a enormi conchiglie intere, troviamo ancora intatti nella loro struttura cartilaginea un pesce scatola, un’aragosta e una tartaruga.
Restiamo davvero molto sorpresi nel constatare che nonostante il tempo e le mareggiate siamo stati così fortunati a trovare queste incredibili testimonianze dell’integrità dell’isola.
Felici e soddisfatti risaliamo sui fuoristrada e ci dirigiamo verso la spiaggia di Dlesha dove ci regaliamo uno splendido bagno prima di proseguire prima per la capitale e poi in alto, verso l’altipiano di Terbak, dove ci accamperemo, precisamente a Toare.
Siamo a 700 m.s.l.m. e il freddo si fa sentire per la prima volta dal nostro arrivo sull’isola.
La mattina, facciamo velocemente colazione e siamo già pronti per la marcia.
Attraversiamo diversi paesaggi che variano da concentrazioni di alberi e arbusti, a scarpinate rocciose e passaggi su piccole pianure, intervallati da spettacolari viste sul mare, man mano che saliamo di quota, fino a giungere quasi i 1500 m.s.l.m..
Sulla strada del rientro, incontriamo tre giovani donne in vesti colorate che lasciano scoperti solo gli occhi e insieme a loro un bimbetto, Alì.
Sulle prime tendono ad allontanarsi saltellando sulle pietre aguzze con la velocità e l’eleganza delle gazzelle. Grazie all’intervento della guida riusciamo a fermarle e con la promessa di non fotografarle tentiamo di comunicare con loro, chi donando penne, chi una scarpetta e chi, intrepida, prega per un “autografo” sul proprio quadernetto di viaggio! Le donne ci accompagnano per un pezzo, siamo di strada per il loro villaggio dove troviamo tantissimi bambini che dal muro circondariale ci urlano senza tregua “bai bai”, chiaro retaggio di qualche predecessore anglosassone.
A coronare la giornata, è il campo per la notte presso una spiaggia incantevole: Halme.
Ci sono alte dune di sabbia bianca finissima e cespugli a spezzare il paesaggio, fino alla riva che si stende piatta e intatta fino alla risacca del mare.
Sarà l’atmosfera, o il fuoco acceso a far un po’ di luce, o la complicità ormai instaurata coi ragazzi del team che ci accompagna e si prende cura di noi, che dopo cena ci lasciamo trascinare in danze tribali. Sembra la scena di un film…e noi lo stiamo vivendo davvero.
Le mani calde dei nostri giovani autisti sono allacciate alle nostre guidandoci nei passi e le risate per la nostra goffaggine sono un filo d’oro che ci lega tutti ancora più profondamente questa sera.
Il cielo è così affollato di stelle e la via lattea è così perfettamente evidente, da lasciarci attoniti in contemplazione di questa struggente bellezza.
A forza ci separiamo per la notte: domattina ci aspetta l’ennesima sveglia all’alba.
Ma non possiamo permetterci diversamente: il sole tramonta alle 17 e ci sono troppe cose da vedere che compensano ampiamente la levataccia. Infatti, molto prima della sveglia stabilita, mi accorgo di non essere l’unica ad aver voluto immergersi in questo splendido mare. L’acqua è turchina e trasparente e la schiuma dei cavalloni in cresta è un vero e proprio invito a immergervisi. E tra un tuffo e una risata per la semplicità di questo rincorrersi tra le onde come quando si era bambini, assistiamo al sorgere del sole dal mare.
Penso che gli spettacoli che la natura ci regala sono talmente belli da “star male”.

Colazione veloce e via di nuovo nelle Toyota: oggi ci aspetta un lungo viaggio. Le macchine ci portano in un posto detto “deserto” per via della sconfinata area di sabbia e dune. La tentazione di lasciare le nostre orme dappertutto vince sulla fatica di saltellare da una cima all’altra, fino a cadere sfiniti per terra indifferenti alla sabbia che si infila sotto i vestiti: ma non ci importa, tanto e da due giorni che abbiamo il sale addosso!
Nella successiva spiaggia di Dearhu, ci viene incontro un pescatore e Thabet, la nostra guida, contratta per noi una bellissima aragosta che i miei compagni di viaggio vedono già in pentola.
Di nuovo in macchina, attraversiamo l’isola da sud a nord e ci immettiamo sulla strada che porta a ovest verso Qualansya, dove notiamo nell’ultimo tratto numerosi carri armati col cannone diretto verso il mare. Siamo educatamente ma irremovibilmente invitati a non scattare fotografie, si tratta di un presidio militare, pertanto è off-limits.
Il posto dove ci accamperemo è la riserva di Detwah, rinomata per la laguna che ospita centinaia di razze, motivo per cui è assolutamente vietato farsi il bagno.
Arriviamo quasi col buio e non ci rendiamo bene conto di dove siamo capitati. Lo scopriremo il giorno dopo, all’alba del nuovo anno.
E’ infatti il 31 e per noi occidentali è serata di grande festa. Diversi turisti sono diretti come noi a Qualansya e per motivi di sicurezza ci troviamo a oltrepassare un paio di posti di blocco perché la polizia vuole sincerarsi che ad accedere alla riserva siano solo i turisti e i rispettivi team.
I locali per questa sera non sono ammessi in laguna: motivi di sicurezza, ci spiegano. Veniamo anche contati, le forze dell’ordine vogliono avere davvero tutto sotto controllo.
Restiamo un po’ perplessi perché non abbiamo mai avuto nemmeno il sentore che qualcosa potesse andare storto.
I locali sono molto cordiali ed educati e i bambini che incrociamo non sono affatto insistenti, anzi, abbiamo modo di apprezzare la discrezione con cui si avvicinano e la dignità dei loro sguardi.
Per allietare i turisti occidentali, è stato organizzato uno spettacolo di danze tipiche accompagnate dal ritmo dei loro tamburi.
E alla mezzanotte, assistiamo alla parziale accensione dei legni appoggiati sul pendio della montagna, dove la sorpresa doveva coglierci leggendo “Socotra 2011”.
Evidentemente qualcosa deve essere andato storto perché il fuoco bruciava solo alcune lettere. Tuttavia l’idea che i Socotrini abbiamo voluto farci questa sorpresa, ci ha fatti apprezzare ancora di più il gesto.
Il primo dell’anno non potevamo che iniziarlo con un bagno di fronte a una delle spiagge più bianche e spettacolari dell’isola. Il mare di fronte con barriera corallina è pieno di pesci coloratissimi, tra cui spiccano i simpaticissimi pesci scatola con i loro occhioni sporgenti e le pinnette roteanti come l’elica di un motore.
Davvero buffi.
Il nuovo anno ci riserva altre sorprese.
Siamo davvero baciati dalla fortuna: un gruppo di delfini si avvicina fino a fermarsi a giocare in mezzo al cerchio che avevamo formato con le nostre tre lance e una tartaruga fa capolino sull’acqua e con la sua tipica eleganza si immerge lentamente verso il blu, salutandoci con un guizzo della codina!
Siamo giunti alla fine di questo indimenticabile viaggio e Thabet ci guida sull’alta montagna che domina la costa ovest e la laguna.
Da lassù possiamo ammirare chilometri di costa bianca e mare blu.
In cima incontriamo una costruzione e il tipico recinto di pietre, lassù particolarmente aguzze. Siamo gentilmente invitati a prendere del thè con latte di capra.
Così, brindiamo al nostro viaggio e all’ultimo giorno, mentre assaporiamo questo liquido dolce e particolarmente apprezzato per la generosità e semplicità con cui ci viene offerto, caratteristiche che abbiamo avuto modo di apprezzare in tutte le persone incontrate e che rispecchiano la peculiarità dell’isola, che ci auguriamo possa il più a lungo possibile restare così e come lei i suoi abitanti.
Mentre l’aereo si alza in volo, ognuno di noi è concentrato nei propri pensieri.
Sotto di noi l’isola si fa più piccola e, riconoscendo i luoghi che abbiamo visitato, la stretta al cuore si fa sentire, immancabile dopo l’esperienza unica che abbiamo appena vissuto
Sandra Vallelunga


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