00:37 mercoledì 17.07.2019
Diamo voce alle donne dell'Afghanistan
Dobbiamo anche noi urlare con loro e non sederci assuefatte alla nostra condizione di persone libere di vivere
fotografie di: Cybernaua

20-02-2019 - “Cara Maria Clara, non ho speranza che qualcuno mi aiuti.
La mia situazione e quella dei miei due bambini è tragica. Mio marito si droga, si ubriaca.
Sto subendo violenze da mio marito che è un uomo cattivo, non normale, spietato, a volte mi blocca a casa, spesso mi ha picchiata dopo avermi serrato mani e gambe .
Ho due bambini e dal giorno in cui mi sono sposata con mio marito, non ho visto un giorno felice. Mi incolpa sempre.
Ultimamente, si è affiliato ad un gruppo, da cui ha ricevuto una pistola a sei colpi e un grosso coltello per uccidermi.
Minaccia di tagliarmi la lingua.
Non posso andare al governo e chiedere aiuto perché mio marito mi ha detto che se avessi fatto qualcosa avrebbe ucciso me e i miei figli e sono sicura che lo faccia.
Sono una donna e nessuno mi aiuterà. Ho anche perso il lavoro. Non posso gestire questa situazione. Ho davvero bisogno di aiuto.
La mia vita è diventata un inferno e non ce la faccio più più... il mio unico pensiero è il suicidio…

E' una delle ultime lettere con richiesta di aiuto da parte di una donna afghana, non facente parte di una tribù in un villaggio sperduto sui monti .
E' una signora istruita, laureata in legge residente in città. Ma di una famiglia, come ancora troppe in quel Paese, schiava delle tradizioni culturali dettate dalla legge islamica.
Quando si ricevono lettere di questo tipo, spedite da donne che vivono in quel mondo lontano che è l’Afghanistan, il cuore si lacera, perché non si sa come operare per aiutare.
Quando si sente parlare di dolore, di povertà, di tragedie umane, il nostro contributo spesso si concretizza in raccolte di abiti, di medicinali, di giochi per bimbi; materiali poi confezionati in scatoloni e affidati ad associazioni di volontariato, affinché possano alleviare almeno una piccola arte delle necessità e delle emergenze di coloro che chiedono aiuto.
Le donne afghane non chiedono materiale per sopravvivere; chiedono che la loro situazione sia posta agli occhi del resto del mondo, affinché non solo i cuori si inteneriscano, ma anche i governi che devono legiferare, che devono controllare i propri sistemi di governo, che devono far rispettare i diritti umani, si attivino per creare una situazione vivibile.
Ora, nella ventilata proposta americana di ritirate i contingenti militari, a cui seguirebbe il ritiro dei contingenti delle nazioni che insieme agli USA fanno parte della coalizione attiva in Afghanistan, la situazione appare, se possibile, anche più tragica.
Se sino ad ora, nonostante gli sforzi dei governi alleati nella lotta contro terrorismo e contro i talebani, la situazione non è ancora migliorata, pur con gli interventi di esperti di gender e di diritti umani di ogni parte del mondo occidentale, possiamo immaginare come potrà svilupparsi in futuro, quando il governo afghano sarà unico interlocutore. Tra l'altro, il governo del Presidente Ashraf Ghani sta trattando per la pace con i taliban, ma nessuno ancora ha avuto notizia se sul tavolo delle trattative sia posta la condizione femminile.
I taliban non sono certo la controparte ideale per discutere sulla situazione della donna.
Ricordiamo che furono proprio loro, nel 2001, ad imporre alle donne il burqa e a costringerle a camminare in silenzio per le strade, mai da sole, sempre accompagnate da marito o padre o fratello e in silenzio, perché a loro voce "altera l'equilibrio maschile''.
Alcune donne si sono opposte a tali costrizioni, hanno avuto la forza ed il coraggio di creare associazioni; hanno frequentato scuole e università; hanno insegnato a loro volta ad altre donne ad acquisire maggiore sicurezza e forza per reagire alle imposizioni; e molte sono morte per questo.
Donne delle città, ove la società, pur non essendo aperta come si vorrebbe, ha comunque di buon grado accettato di vedere figure femminili non più affogate nel burqa, ma con il chador che lascia libero il volto e andare per strada senza l’obbligo della presenza maschile.
Ma la società afghana è costituita da milioni di persone, molte delle quali vivono ancora in villaggi, in capanne di fango tra le montagne, legate a tradizioni e cultura costrette dalla legge islamica integralista che indottrina i bambini maschi nelle madrasse, da cui escono con la convinzione di essere la voce di dio.
Come le donne afghane, altre donne in altri Paesi lontani da noi, lontani per distanze non solo chilometriche, soffrono una tragedia quotidiana di dolori fisici e morali che finisce solo con la loro morte.
Occorre sensibilizzare l'opinione pubblica.
Non è certo vestendo la minigonna o togliendo il velo dal capo che si raggiunge la parità di genere.
Se ricordiamo bene, nelle nostre campagne il velo in capo e le gonne nere a fitte pieghe, lunghe sino alle caviglie si son viste sino a pochi anni fa.
Ma il rispetto per la donna e per i suoi diritti, che siano pari a quelli dell’uomo, sono ormai un tema conclamato.
La società occidentale si erge tutta a condannare il femminicidio e le leggi prevedono la condanna di chi compie azioni contro la libertà e contro i diritti umani.
Che, poi, l’applicazione delle leggi lasci a volte sconcertati per la loro inadeguatezza, è un’altra cosa.
Dobbiamo raccogliere il grido di aiuto delle donne che non hanno ancora né leggi né sostegno sociale che le assista.
Dobbiamo anche noi urlare con loro e non sederci assuefatte alla nostra condizione di persone libere di vivere.
Loro sono impotenti. Diamo loro la voce che non possono nemmeno pensare di poter avere.
Nota
Le immagini sono dell'archivio di Cybernaua scattate dal 2009 al 2015, cioè nel periodo della missione ISAF, (International Security Assistance Force) missione combat; sino all'inaugurazione della missione RS (Resolute Support) tuttora in atto e non più combat, ma solo di supporto alle forze afghane.
Maria Clara Mussa


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