19:48 domenica 18.08.2019
Le manovre turche sulla Zee libica ed i rischi per l’Italia
Il nostro Paese è bene che presti la dovuta attenzione ad un fenomeno potenzialmente distruttivo della nostra indipendenza e del nostro sviluppo
fotografie di: Marco Florian

02-07-2019 - Il Mediterraneo orientale ribolle, in attesa della vicenda che riguarda i rapporti USA-Turchia, fondamentale per il futuro della regione e che vede Mosca attrice interessata ed attiva.
In settimana è previsto a Washington il voto finale, presso la Camera dei Rappresentanti del “Eastern Mediterranean Security and Energy Partnership Act of 2019” già approvato dal Senato USA, con maggioranza bipartisan. Dell’importanza di questo provvedimento avevo già parlato in un precedente articolo per Cybernaua
//www.cybernaua.it/news/newsdett.php?idnews=7204
In questo clima “quasi idilliaco” si è inserito il Presidente Trump con dichiarazioni rilasciate al G20, alquanto amichevoli verso Erdogan, anche se più di facciata che di sostanza, dato che il Congresso non condivide questa impostazione. Cosa dimostrata dal fatto che lo stesso Presidente turco ha ammesso come le dichiarazioni di Trump non siano del tutto in linea con i suoi collaboratori (e, aggiungo io, con il Congresso).
Nel frattempo, la situazione è ulteriormente surriscaldata dalle continue violazioni della ZEE cipriota da parte di navi esploratrici turche (Yavuz, Fatih e Barabaros) e da atti e dichiarazioni che sembrano premonire una escalation delle tensioni, con Ankara pronta a passare a fatti concreti. Negli ultimi mesi, settimane e persino giorni, si sono susseguite una serie di eventi che presi singolarmente sembrano solo delle provocazioni. Se però uniamo i pezzi del puzzle, ne esce un quadro potenzialmente esplosivo per il Mediterraneo, con gravi conseguenze anche per l’Italia.
Due eventi in particolare hanno caratterizzato gli ultimi giorni.
Una delle figure di spicco in questi ultimi mesi è il Ministro delle Difesa turco Hulusi Akar, ex Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate di Ankara e fedelissimo del Presidente Erdogan. Nello scorso mese di novembre, Akar fece visita a Serraj portando con sé un messaggio potenzialmente distruttivo degli equilibri mediterranei.
Akar accusò Atene di “rubare” parte della ZEE libica e nel corso dell’incontro, secondo il quotidiano turco Yeni Safak (ritenuto “house organ” di Erdogan), il Ministro mostrò alle controparti libiche una mappa, nella quale si prospetta un confine fra le ZEE turca e libica (vedi foto).
Proposta futuristica e condizionata alla sconfitta di Haftar e che spiega bene il supporto di Ankara al governo Serraj. Supporto che deriva da qualcosa che ha molto poco carattere ideologico o religioso e tanto di strategico ed economico, con valori in gioco che superano nel tempo il triliardo di € complessivo.
Una proposta che, se messa in pratica, sconvolgerebbe gli equilibri della regione e creerebbe un casus belli fra Turchia, Libia, Grecia e Cipro, con il più che probabile coinvolgimento di Israele ed Egitto a fianco di Grecia e Cipro. Prospettiva tutt’altro che improbabile, visto che nel luglio 2018, gli ambasciatori di Egitto ed Israele, nel corso di una conferenza stampa a Nicosia, ammonirono Ankara del possibile ricorso alla forza da parte dei loro Paesi.
Queste furono allora le dichiarazioni dell’ambasciatore egiziano Mai Taha Mohamed, Egitto: “Non esisteremo ad utilizzare la forza contro la Turchia, se lo giudicheremo necessario, nella speranza che questo non sia necessario. Offriremo a Cipro il massimo del supporto“.
Dose rincarata dall’ambasciatore israeliano Sammy Revel: "Cipro ha il diritto assoluto di compiere ricerche e di sfruttare i propri giacimenti. In maniera assoluta. Speriamo di non dover essere costretti a risolvere la questione con interventi militari“.
Israele ed Egitto sanno che certi appetiti è improbabile che si fermerebbero a Grecia e Cipro (gli elementi non mancano). Insomma una vera destabilizzazione di tutta la regione, con effetti devastanti sulle forniture e sugli sviluppi energetici, ma anche sui traffici marini. In entrambi i casi i contraccolpi sull’economia italiana sarebbero enormi.
Perché un confine fra le ZEE libica e turca creerebbe un simile putiferio? Per vari motivi:
Una soluzione del genere elimina completamente gli effetti della UNCLOS (la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare), che viene applicata dalla UE (Grecia e Cipro), ma anche da Israele, Libano ed Egitto, ma viene contestata da Ankara
Vengono eliminate completamente le piattaforme continentali greca e cipriota e viene negato qualsiasi effetto delle isole greche nella definizione delle ZEE (elemento che sarebbe stato esplicitamente citato dal Ministro turco Akar nel corso degli incontri in Libia)
Perché i due punti precedenti sancirebbero che la definizione delle ZEE avverrebbe su basi del tutto nuove e discrezionali, decise univocamente ad Ankara. Un processo che ovviamente nessun Paese dell’area può accettare, visto che potrebbe poi diventarne vittima in futuro.
Ad oggi la mappa delle ZEE disegnata sulla base della UNCLOS e delle linee mediane è quella evidenziata nella foto.
Si vede chiaramente quanto siano distanti le ZEE turca e libica e come sia necessario rivoluzionare i confini e le leggi, per poter ottenere il risultato prospettato dai turchi alla Libia.
EGAYDAAK E DOTTRINA DELLA PROFONDITA’ STRATEGICA
Vediamo adesso quali sono le basi dottrinali della posizione turca.
Era il 1996 quando i servizi ellenici scoprirono l’esistenza di un Piano redatto dall’Accademia Militare Turca, chiamato EGAYDAAK, acronimo di “Egemenligi Anlasmalarla Yunanistan’a Devredilmemis Ada Adacιkve Kayalιklar”. Possiamo tradurlo in italiano come “Isole, isolette e scogli dei quali la sovranità non è stata ceduta alla Grecia”. Questa è ovviamente l’interpretazione di Ankara, contrastante però con la lettera di tre Trattati: Losanna 1922, Roma 1932 e Parigi 1947.
Oggi EGAYDAAK è un piano sempre attuale, richiamato e sostenuto da tutti i principali partiti turchi e contribuisce a spiegare l’attività turca con le frequenti Navtex, le violazioni dello spazio aereo e marittimo greco, la denuncia dei Trattati di cui sopra.
La EGAYDAAK è la base di quella teoria delle “Zone Grigie” che il Presidente Recep Tayyip Erdogan ed il Ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu hanno più volte reclamato, sempre contestati dalla controparte greca. Sulla base della EGAYDAAK Ankara arriva a rivendicare fino a 152 isole, isolette e scogli oggi sotto sovranità ellenica, (come si vede nella foto).
Un secondo strumento dottrinale di Ankara è la “Profondità Strategica”, elaborate e pubblicata nel 2001 dall’ex Primo Ministro ed ex Ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu. Secondo questa teoria la Turchia deve rivestire un ruolo geostrategico primario, basato sia sul retaggio storico ottomano, sia sulla posizione geografica di Ankara. Elementi che darebbero alla Turchia il diritto e dovere di influenzare una vasta area che include Medio Oriente, Balcani, Mediterraneo orientale (quindi Egeo) e aree dell’Africa. Ankara punta perciò ad una forma assai diversa di ZEE di quella pubblicata nelle cartine mostrate nei vari studi. Punta ad una versione ancora più ampia e minacciosa. Il combinato di queste teorie crea quindi la base strategica e politica che il governo turco utilizza per le proprie rivendicazioni, (che possiamo evidenziare nelle foto). Una sorta di “lago turco”. Facile comprendere la reazione nei paesi vicini.
IL FORUM DEL GAS MEDITERRANEO DI ISPIRAZIONE TURCA
Le mire energetiche di Ankara sono un fatto ben conosciuto. Ho insistito molte volte, in vari articoli, sul fatto che tali mire hanno l’appoggio di Mosca che vede nel gas mediterraneo un pericoloso concorrente del gas russo. Gas russo che è parte integrante della strategia russa per influenzare la UE (Diplomazia del Gas). Certo parte (non tutto) di quel gas, se sfruttato e commercializzato da Ankara, potrebbe anche rafforzare la strategia russa. Ragione per la quale per Mosca l’instabilità dell’area o un parziale sfruttamento da parte di Ankara sono soluzioni preferibili allo sfruttamento da parte occidentale.
Una notizia importante in tal senso viene di nuovo da Ankara che sta pensando di fondare un Forum del Gas del Mediterraneo Orientale con Siria, Libano e la Repubblica di Cipro Nord (Stato che ricordiamo essere condannata dall’ONU, dalla UE e dagli USA e non riconosciuto da nessun Paese al mondo salvo la Turchia, essendo frutto di una illegale occupazione del territorio cipriota).
Com’era logico attendersi, a tale Forum Ankara invita anche Mosca. Questa iniziativa si pone in netto contrasto con le uguali iniziative USA (Centro USA-Eastmed per l’Energia) ed Europea (Forum del Gas del Mediterraneo Orientale).
GLI IMPATTI PER L’EUROPA E PER L’ITALIA
CHI CONTROLLA EASMTED PUO’ RICATTARE L’EUROPA (E L’ITALIA)
Un’evoluzione di questo tipo, creerebbe una forte instabilità in una regione che per l’economia e lo sviluppo italiani riveste un ruolo fondamentale.
Infatti, Eastmed contiene, secondo le stime di USGS, circa 31 Tcm di gas, se ai 16 Tcm localizzati nelle ZEE di Libano, Israele, Egitto, Cipro e Grecia, aggiungiamo gli altri 15 nella parte Nord Est della ZEE libica (riserve Reef 1 e Reef 2), poco a sud di Creta, nel punto di incrocio fra le ZEE libica, greca ed egiziana.
Si tratta di un secondo Qatar, direttamente ai piedi dell’Europa.
Un numero sconvolgente.
Se infatti consideriamo il consumo totale europeo di gas post 2030, stimato fra i 400 e di 420 Bcm/anno, quei 31 Tcm se sfruttati equivarrebbero al 100% del consumo di gas europeo per oltre 50 anni (considerando anche la quota di autoconsumo dei paesi produttori). Detto altrimenti equivalgono a circa 400 anni di consumo di gas italiano.
Inoltre, una fetta consistente dell’import-export italiano si muove lungo le rotte che passano da Suez, ovvero da Eastmed. Così come l’Italia è leader europea nello Short Sea Shipping nel Mediterraneo (36% di quota di mercato), per controvalori superiori ai 100 miliardi di €/anno.
L’area che include i Paesi rivieraschi del Mediterraneo Centro-orientale ed i Balcani garantisce al nostro Paese un export quasi doppio rispetto a quanto esportiamo un Cina, Russia ed India insieme.
Se a questo aggiungiamo gli investimenti strategici di pressoché tutte le nostre maggiori aziende, abbiamo una combinazione di fattori che difficilmente ci permetterebbe di restare spettatori neutrali in caso di crisi in Eastmed.
Un motivo per il quale è bene che il nostro Paese, le autorità e l‘opinione pubblica italiani prestino la dovuta attenzione ad un fenomeno potenzialmente distruttivo della nostra indipendenza e del nostro sviluppo.
Sembra un’eco lontana, invece non lo è affatto.
Marco Florian Enad


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