16:18 mercoledì 20.11.2019
Il mondo migliore
Il Centro di prima accoglienza a Rocca di Papa (Roma) è una organizzazione operativa efficiente a favore di migranti provenienti dai centri di detenzione libici e di chi ha bisogno di protezione internazionale
fotografie di: Cybernaua

21-08-2019 - Dopo che la nostra richiesta al ministero dell’interno di effettuare un reportage su “Mondo Migliore” è stata approvata, ci siamo attrezzati di microfono, macchine fotografiche e block notes, pronti alla missione che da tempo ci eravamo prefissi: conoscere le strutture di “prima accoglienza immigrati” nel nostro territorio.
E la nostra scelta era caduta proprio su Mondo Migliore, situato in una località dei Castelli Romani, a seguito di un incontro con i suoi responsabili durante uno degli arrivi di migranti a Pratica di Mare, con un aereo dalla Libia, il 30 aprile scorso.
//www.cybernaua.it/photoreportage/reportage.php?idnews=7148
La struttura si trova in una zona verde, in un parco ricco di alti alberi, ben curato ove, appena giunti, siamo stati accolti da uno stuolo di bambini che giocavano con alcuni assistenti.
Tre ettari di parco in cui è inserita una “fattoria didattica”, 16mila metri quadrati la struttura abitativa in cui gli ospiti vivono ognuno nella propria stanza.
Proprietà degli “Oblati di Maria Vergine”, Mondo migliore è nato come Centro spirituale, costruito nel 1956 e inaugurato da Pio XII nel 1957.
Da questi fu donato a Padre Riccardo Lombardi, gesuita, fondatore del “Movimento Per un Mondo Migliore”, sorto subito dopo la seconda guerra mondiale.
Completamente ristrutturato, ora il Centro è luogo di prima accoglienza di migranti che, in un secondo tempo, nello spazio di sei mesi, sono ricollocati o in luoghi in cui già risiedono dei loro parenti, o in situazioni che possano essere adeguate alle necessità dei richiedenti asilo.
La prima impressione è stata di serenità, di allegria.
Bambini sorridenti. Abbiamo chiesto se fossero minori soli.
No, i minori non sono soli, ma sono con le proprie famiglie. Dopo i controlli sanitari di routine, sono accolti e sistemati in stanza attrezzate ove possono condurre la propria vita di famiglia”.
In un momento di foga nella corsa, un bambino ci è venuto addosso. Ci ha guardati e sorridente ha chiesto scusa.
Un impatto che ci ha fatto pensare e comparare il gesto del bambino, straniero, migrante, in situazione di vita per lui anomala, con l’attuale pessima educazione di molti dei nostri bambini connazionali.
Accolti dal direttore, dottor Domenico Alagia, di cui pubblichiamo una breve intervista, siamo stati introdotti alla conoscenza dell’organizzazione.
//www.cybernaua.it/video/video.php?idvideo=177
Della struttura si occupa la cooperativa San Filippo Neri (figlia della cooperativa ''Auxilium") che dal 2016 si prende cura degli ospiti ci spiega Alagia, nel suo modo stringato, ma efficace, di narrare le attività del Centro, Attualmente risiedono 331 ospiti, di cui 197 uomini, 84 donne 50 minori provenienti da 31 Paesi”.
Rappresentate le varie religioni, Islamici, Cristiani copti, cattolici, Alagia sottolinea come “ Tutti convivono serenamente senza alcun problema, pregando nei rispettivi luoghi di culto creati all’interno della struttura ove, in occasione delle rispettive ricorrenze, sono coinvolti in una preghiere interreligiosa”.
Nel corso dei tre anni di attività, Mondo Migliore ha ospitato 7mila persone, migranti provenienti dai centri di detenzione libici, che arrivano dagli orrori di guerra, povertà e violenza.
Degli immigrati accolti, sono stati ricollocati 4.500, nel rispetto del progetto di “rilocation”, realizzato per evitare fughe di persone che, in transito, andavano via in modo illegale.
Il controllo avviene anche grazie all’opera delle Forze dell’Ordine che regolarmente effettuano visite al Centro; se qualche ospite non rispetta il regolamento che ha firmato al suo arrivo al Centro, riceve provvedimenti disciplinari.
Visitiamo la struttura accompagnati dal Direttore:
Nell’ala ove sono ubicati gli uffici, una prima descrizione del funzionamento del sistema di accoglienza e gestione ci ha reso consapevoli della capacità di condurre una struttura così complessa, quale una “comune convivenza” di persone provenienti dalle varie e differenti abitudini, tradizioni, religioni.
Dall’ufficio del direttore, siamo passati all’ufficio amministrativo del “pocket money”, ove il responsabile ci ha descritto come viene applicata la distribuzione della somma di 2,50 euro ad ospite, come previsto dal regolamento.
Non avviene contatto con denaro: ogni ospite può quotidianamente, o quando ritiene di avere accumulato un corrispettivo adeguato, acquistare beni non monetari quali succhi di frutta, biscotti, saponette o altre necessità che essi richiedono direttamente alla direzione del Centro e che non fanno parte del materiale in dotazione.
Quest’ultimo è costituito da abbigliamento, oggetti per l’igiene, accessori indispensabili per l’uso quotidiano, di uomini, donne e bambini, scheda telefonica.
Nel conversare con il direttore e con i suoi collaboratori (nella struttura lavorano 50 persone, ognuna con il proprio compito), la prima impressione che abbiamo avuto è stata di ammirazione per come svolgono ognuno il proprio impegno, seguendo regole e programmazioni in un sistema non certo semplice.
Grande umanità dimostrano, ma ben fermi e precisi nel fare osservare orari e regolamenti, applicando ognuno la propria professionalità nello svolgere il proprio compito.
Alcuni operatori provengono dal Cara di Castelnuovo di Porto, ove hanno avuto occasioni di forti esperienze
Ci è parso di capire che per tutta l'equipe che lavora al Centro condurre una struttura come “Mondo Migliore” è davvero una missione che tutti compiono con autorevolezza, capacità e comprensione.
All’arrivo nella struttura, i migranti, molti dei quali sono rifugiati politici o religiosi, vengono sottoposti a visita medica in una stanza adibita a vero e proprio ambulatorio ove medico e infermiera svolgono le attività di analisi della situazione sanitaria della persona.
Parlando con l’infermiera, abbiamo appreso che la visita è effettuata dal medico infettivologo, sempre in contatto con l’ospedale Spallanzani di Roma ove, in caso di necessità, si effettuano ulteriori controlli sanitari in una struttura adeguata.
Inoltre, sono in contatto con una rete di ospedali che li supportano, nonché con Università e strutture di ricerca scientifica e statistica.
Abbiamo incontrato alcuni degli ospiti che hanno voluto conoscerci, parlare con noi, molti in italiano, frutto dell’insegnamento che viene loro offerto dal Centro.
Un Gambiano, meccanico, spera di trovare lavoro in Italia ove praticare il proprio mestiere.
Una coppia di Iraniani, convertiti al cattolicesimo, è fuggita dal proprio Paese che condanna con il taglio della gola chi abbandona la religione dell’Islam.*
Altri fuggiti da Sudan, Turchia, Etiopia, Guinea, Azerbaigian, Marocco, Palestina, Perù...un elenco lunghissimo
Famiglie che provengono dal Senegal, dal Ghana, da Nigeria, Eritrea, Somalia ci mostrano le proprie stanze, che tengono perfettamente in ordine.
Abbiamo incontrato Iracheni, Siriani, Libici, Pakistani, Armeni ed Egiziani; molti nel proprio abbigliamento tradizionale.
Visitiamo la Mensa, ove gli ospiti consumano i tre pasti della giornata, con “cibi halal" preparati nella cucina del Centro e distribuiti in self service; al termine del pasto ognuno porta il materiale di rifiuto nel contenitori della raccolta differenziata.
Nel percorso di visita ai locali, abbiamo ammirato le opere di artigianato che gli ospiti provenienti dalle varie Nazioni creano per farne dono a chi apprezza le loro “creazioni”, realizzate con materiali di recupero, uso di fantasia e capacità manuale.
Una grande bandiera che rappresenta tutto il mondo, immaginato in pace, è stata ideata e realizzata da due ingegneri pakistani ospiti del Centro un anno fa.
Un ampio Auditorium permette incontri, convegni e riunioni, in un ambiente ben strutturato.
Abbiamo potuto constatare come il rispetto e la cortesia tra di loro e nei confronti di chi estraneo li sta osservando siano spontanei.
E, soprattutto, non possiamo dimenticare che la maggior parte di loro proviene da Paesi in cui torture e schiavitù sono la prassi normale.
Nell’ascoltare il direttore Alagia, apprendiamo come il recente decreto sicurezza abbia costretto ad effettuare alcuni cambiamenti, forti mutamenti nella gestione dell’organizzazione, ove non è più possibile offrire agli ospiti lezioni di lingua italiana o avviarli ad attività che possano loro permettere di trovare lavoro o effettuare controlli sanitari h24 o ad avere a disposizione psicologi o sociologi quotidianamente.
Tali attività ora sono affidati ai luoghi in cui vengono ricollocati.
E’ di grande attualità la continua diatriba sulla gestione degli immigrati in Italia, sbarchi sì, sbarchi no.
Resta il fatto innegabile che non è umanamente concepibile che chi cerca asilo in Italia sia lasciato senza alcuna possibilità di riparo, vivendo in mezzo ai cespugli o sotto le arcate delle gallerie in città o nei fossati dei fiumi o sotto ponti maleodoranti.
Il Centro di prima accoglienza, oltre a rendere testimonianza di organizzazione operativa efficiente, offre l’immagine di cooperativa che usa le risorse che riceve dallo Stato, per condurre un sistema efficace, preoccupandosi di offrire ai propri ospiti un Mondo Migliore.
Nota
*Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della rivoluzione iraniana del 1979.
Dal 1983, in Iran, le donne possono stare a capo scoperto solo quando si trovano all'interno di mura domestiche. A fronte di episodi di ribellione sempre più diffusi, il capo della Corte Rivoluzionaria di Teheran ha minacciato sino a 10 anni di carcere per le donne che postano foto o video sui social senza indossare l’hijab.
Nel 2014 Masih Alinejad, giornalista, scrittrice e attivista politica iraniana che vive negli Stati Uniti, ha lanciato una campagna contro l’obbligo del velo attraverso una pagina Facebook, My stealthy freedom (la mia libertà furtiva). Tutto è cominciato con una prima foto, un selfie, pubblicato sul suo profilo Facebook
La repressione da parte delle autorità è molto severa.
All’inizio del 2018 una trentina di donne iraniane è stata arrestata per aver trasgredito alla legge togliendosi l’hijab e scoprendosi il capo in luoghi pubblici
Per coloro che intendono abbandonare la religione islamica, taglio della gola.
Maria Clara Mussa


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