03:47 giovedì 18.08.2022
In fuga da Kabul
Intervistati alcuni Afghani imbarcati sul C 130 dell'Aeronautica Militare che li ha portati in salvo in Italia
fotografie di: C. Giannini

27-08-2021 - Abdul ha 58 anni, viene da Baruan, il suo viso scavato mostra i segni delle fatiche di una vita. In Afghanistan faceva il camionista, un lavoro umile, ma che gli rendeva abbastanza per vivere. È sul KC-767 dell’Aeronautica militare verso Fiumicino. Con lui la sua famiglia. “È grazie a mia figlia se siamo su questo aereo” - ammette - “perché gli Italiani del contingente le hanno permesso di studiare in Italia e allora aveva contatti in base e questo ci ha consentito di metterci in salvo”. Abdul racconta di un’odissea per raggiungere l’aeroporto di Kabul, Hkia.
I gate erano tutti chiusi, avevano perso la speranza: “Abbiamo dovuto attraversare un fiume di escrementi, una fogna a cielo aperto. Avevamo l’acqua maleodorante fino alle ginocchia, ma questo ci ha consentito di raggiungere un punto da dove poi ci hanno fatti entrare. Per il nostro futuro? Spero in una vita serena, quello non è più il mio Afghanistan”.
A parlare sono solo gli uomini. Le donne sorridono, ringraziano, ma non se la sentono di raccontare. Delegano sempre al capofamiglia. La loro cultura questo impone loro. Tra loro anche tante giovanissime. Due gemelle adolescenti che sul C-130 si tengono abbracciate, poi tanti bambini, alcuni di pochi mesi. Il personale di bordo cerca di farli ridere. Gioca con loro. E qualche sorriso riesce a strapparlo.
Abdel, invece, ha 40 anni ed è sul volo con i 5 figli, la moglie e la cognata.
Lavoravo per la banca centrale” - spiega - “agli uffici regionali. Ho collaborato con il contingente italiano negli ultimi anni e so che i talebani mi cercavano. Hanno le liste di coloro che hanno cooperato con gli occidentali”. L’odissea per raggiungere Hkia è la stessa di Abdul. “Siamo passati nel fango, pensavamo di non farcela. Ore e ore a cercare di entrare. Alla fine gli Americani hanno aperto un varco per pochi minuti e ora siamo dentro”.
Amena ha invece 15 anni e viaggia con la sorella di 17 e il fratello di 11. Tre minori non accompagnati il cui destino, adesso, sarà affidato alle autorità competenti. A Kabul era una piccola campionessa di Tae Kwon do. Ha deciso di tentare l’avventura con i fratelli lasciando i genitori nel suo Paese. Sono fuggiti con dei conoscenti adulti e sono riusciti a entrare nello scalo della capitale afghana. “Abbiamo paura per papà e mamma” - ci racconta -, “ma sappiamo che loro vogliono darci un futuro. Siamo fuggiti da soli perché avevamo paura che i talebani prendessero noi ragazze. Avremmo avuto un destino terribile. Non abbiamo dietro neanche una foto dei nostri parenti. Ci auguriamo un giorno di poterli rivedere”.
Sono di etnia ahmazara, odiati dai pashtun che li considerano una razza mista. “Ma non è un problema” - proseguono - “perché in Italia crediamo che la gente ci apprezzerà per quello che siamo. Vorrei continuare a fare il mio sport anche lì. Spero le lo consentano”. E mostra orgogliosamente le medaglie ricevute che si è portata dietro.
Allah Bakhs ha invece 30 anni ed è partito con moglie e due figli. “Io lavoravo per il governo; mi avrebbero ucciso e l’Italia mi ha accolto. Vi ringraziamo, vi saremo debitori per sempre. Sono solo preoccupato per mia madre, è rimasta lì”.
Ramazan è da solo. Sembra incredibile, ma ha lasciato a Kabul moglie, due figli, una sorella di i genitori. “Stanno tutti lì” - si giustifica - “e venendo a lavorare in Italia, magari, avrò la possibilità di mandare loro dei soldi. Ho paura che i talebani li uccidano, sanno dove abitavo e sono certo andranno a casa mia per cercarmi”. Lui garantisce che non si tratta di egoismo. “Prima o poi troverò il modo di portare anche loro. Voi sapete come fare”?
Chiara Giannini


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