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‘’Kabul come Saigon. L’Afghanistan dell’estate 2021 come il Vietnam nell’aprile del 1975’’
Le parole del generale Morabito, membro della NATO Defense College Foundation in un’intervista con il Corriere del Ticino
16-08-2021 - L’immagine è forte. Precisa. Richiama alla mente scene che tutti conoscono: una città assediata e preda del caos, la ritirata dei militari, la fuga precipitosa e disordinata dei civili. E il terrore negli occhi di chi resta. Il paragone, avanzato per primo da Mitchell McConnell, senatore repubblicano di lungo corso. è ripreso dal generale di Brigata Giuseppe Morabito, già capo di Stato maggiore di vari contingenti NATO nei Balcani e oggi componente del Collegio dei Direttori della “NATO Defense College Foundation”.
«La decisione degli Stati Uniti di lasciare il Paese ha fatto precipitare l’Afghanistan nello scompiglio. Rischiamo un altro Vietnam, una resa dei conti sanguinosa. Bisogna agire presto, salvare le persone che hanno collaborato con l’Occidente in questi anni. Se non lo faremo, se li abbandoniamo, li condanniamo a morte».
L’avanzata inarrestabile e repentina dei talebani verso la capitale Kabul ha forse colto di sorpresa qualche commentatore, ma «era scritta nelle cose - dice Morabito - Gli americani, già un anno fa durante la presidenza di Donald Trump, avevano annunciato il loro ritiro. Scelta confermata da Biden senza imporre condizioni. In realtà, nell’accordo di Doha, del febbraio dell’anno scorso, queste condizioni erano state elencate, ma nessuno le ha rispettate. Parlo del cessate il fuoco, dell’interruzione dei contatti con Al Qaeda e gli altri gruppi terroristici, dell’avvio dei colloqui tra talebani e governo afghano».
Titolino
Un errore grave, cui se n’è sovrapposto un altro, persino peggiore: «Tradizionalmente il periodo estivo, da aprile fino a ottobre, è quello della stagione dei combattimenti. Si scioglie la neve sui passi che collegano Afghanistan e Pakistan, e possono così riprendere i collegamenti per il rifornimento di munizioni e il movimento di uomini. Sarebbe bastato che gli americani dicessero “ci ritiriamo a ottobre, a novembre”, quando gli spostamenti sono più difficili; invece la scelta è caduta nel pieno della stagione dei combattimenti e i signori della guerra ne hanno approfittato».
Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Si potrebbe tornare a Tito Livio e sostituire Roma con Doha e Sagunto con Kabul: il quadro sarebbe identico. Mentre nella capitale del Qatar si cerca un affannoso accordo tra le parti, sul terreno i ribelli conquistano porzioni sempre maggiori di territorio ogni giorno. E si avvicinano sempre più  a prendere il controllo totale del Paese.
«L’obiettivo dei talebani - insiste Morabito - è evitare le elezioni e cacciare prima possibile il Governo di Ashraf Ghani Ahmadzai, giudicato un fantoccio degli occidentali, un nemico da distruggere e annientare».
Le lancette della storia, nello scenario mediorientale, sembrano tornare indietro di decenni. Molte cose sono cambiate, è vero. Non c’è più Bin Laden e gli equilibri internazionali sono diversi. Ma il disimpegno americano può' somigliare a quello sovietico. E le conseguenze potrebbero essere addirittura peggiori.
«Il problema - spiega ancora Morabito - è che l’Occidente è andato in Afghanistan perché ha seguito gli Stati Uniti. L’unica potenza in grado di intervenire a così grandi distanze, con uno strumento militare “importante”, di grande forza e capacità tecnologica. Pensiamo ai trasporti strategici, all’intelligence, al supporto di fuoco aereo. Sull’onda dell’attentato alle Torri Gemelle, molti Stati hanno appoggiato gli USA che avevano invocato l’applicazione dell’articolo 5 del trattato NATO, lo stesso che prevede l’aiuto di tutti gli altri membri a un Paese sotto attacco».
Nel momento in cui Washington decide di abbandonare il campo, nessuno degli alleati è in grado di prenderne il posto. Il paradosso è che sullo scenario afghano si affacciano i «nemici dell’Occidente», come li chiama Morabito, vale a dire Russia, Cina e forse anche la Turchia. «Dove c’è un vuoto, c’è sempre qualcuno che prova a riempirlo. Lo fecero gli USA dopo il ritiro dell’URSS, lo faranno probabilmente adesso i cinesi, interessati alla Via della Seta e a consolidare gli accordi con il Pakistan. Per Pechino, avere la possibilità di usare l’Afghanistan come zona di transito è importante: nella logica dei piccoli passi prima si costruisce un’amicizia e poi si decide che fare».

Intanto, sulle rotte interne dell’Afghanistan riprenderà vigore il traffico dell’oppio, il prodotto che alimenta il mercato mondiale dell’eroina. 
«I talebani e le altre formazioni terroristiche si finanziano con la droga - conclude il generale Morabito - È il loro business, l’industria di Stato. Se una volta il Paese era “strategico” perché dava protezione ai fondamentalisti islamici, oggi lo è soprattutto per i grandi trafficanti di droga. Anche per questo si spiega la rapidità con cui i talebani hanno riconquistato il territorio. Era prevedibile che lo facessero, che si riprendessero lo Stato. Ma non così in fretta. Purtroppo, c’è stato un collasso delle forze di sicurezza afghane, lasciate sole e scarsamente motivate. Le stesse forze speciali, i cosiddetti commandos, potranno forse difendere la capitale per qualche settimana, ma poi? Non reggeranno l’urto». 
Sullo sfondo di tutto questo, si staglia l’ombra sinistra dell’islamismo radicale. «Più che un rischio è una certezza - dice Morabito - soprattutto nel momento in cui si torna a uno Stato assolutista e fondamentalista”.


Redazione
 
  
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