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Storie dimenticate

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Vent'anni fa, la guerra del Golfo..(Esclusiva)
Che fine ha fatto Gianmarco Bellini, il pilota abbattuto dalla contraerea irachena, il 17 gennaio 1991 e poi fatto prigioniero?

13-01-2011 - E' una domanda che ci siam posti, negli ultimi tempi, sollecitata dai fatti di guerra che accadono in Afghanistan, dove i nostri soldati operano per ristabilire un minimo di equilibrio.
Ci ricordiamo che l'Italia, nel 1991 partecipò ad una breve guerra in Iraq?
Ma la chiamavamo guerra?
Ci ricordiamo che due nostri piloti furono abbattuti con i loro Tornado e fatti prigionieri?
Erano il capitano pilota Maurizio Cocciolone e il maggiore pilota Gianmarco Bellini.
Ci chiedevamo, da tempo, che fine avesse fatto Gianmarco Bellini. Dove vive? Che fa?
Lo abbiamo “scovato” in Virginia, precisamente a Virginia Beach.
Quando è libero da impegni di lavoro, trascorre le giornate nella sua casa americana, con la moglie, Gilda Di Domenico, da ventisei anni residente negli USA e sposata il 30 gennaio 2009.
Bellini partecipa a missioni di cooperazione in Africa, ultimamente ha trascorso alcuni mesi in Etiopia, ma appena può, corre in Virginia; e per stare ancor più vicino alla famiglia, non è raro trovarlo ad aiutare Gilda nel suo “dolce” lavoro quotidiano, in pasticceria.
Servizio fotografico in PHOTOREPORTAGES
www.cybernaua.it/news/reportage.php?idnews=2665
Gilda, infatti, insieme alla figlia nata dal suo primo matrimonio, gestisce una pasticceria italiana, a Virginia Beach, luogo piacevole dove trascorrere la vita.
E piacevole anche per gli Americani, che gustano le specialità italiane preparate da Gilda, soprattutto sfogliatelle e pastiera napoletana, di cui son ghiotti.
Gianmarco e Gilda trascorrono i loro momenti più belli, nella loro casetta, circondati da molti amici americani, di cui hanno saputo guadagnarsi stima e affetto.
Il 1991 è lontano, forse dimenticato da molti.
Son trascorsi venti anni, in cui di tutto è successo. Ma, nella memoria di Gianmarco, le immagini e l'esperienza provata sono ancora molto vive.
Ne parliamo con lui, cercando di partire proprio dall'inizio della "storia" in cui l’Italia fu coinvolta nella crisi internazionale, conseguente all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq.
E' una guerra dimenticata. All'epoca non si poteva dire che eravamo in guerra...la si poteva solo chiamare "operazione di polizia internazionale". Questo era il termine usato, creato proprio per evitare di parlare di guerra.
Il 2 agosto 1990 Saddam invade il Kuwait, lo vuole conquistare. Che succede?.
"Saddam elimina la leadership politica kuwaitiana e, deposta la monarchia e insediato un governatore iracheno, Ali Hasan al-Majid, inserisce i propri uomini in ogni settore, per compiere razzìe e atti di guerra, usando metodi non proprio ortodossi. La comunità internazionale, dopo alcuni giorni di attesa, attua un embargo contro l'Iraq. E’ l'11 agosto.
Anche l'Italia reagisce, dando il via a dibattiti che portano alla decisione politica di partecipare all’operazione “Desert Storm”, inviando una missione di copertura aerea a supporto del gruppo navale che già è nel golfo Persico, per sostenere l'embargo deciso dall'ONU.
Quindi, il 30 settembre 1990, dalla base militare di Gioia del Colle, partiamo, con i Tornado, in missione di supporto".
Cosa cambia nell'operazione, che da missione di copertura aerea si trasforma in missione bellica?
"L'ONU, dopo vari tentativi falliti di convincere l'Iraq a ritirarsi dall'Emirato invaso, adotta la "risoluzione 678, del 28 novembre 1990" che decreta l'ultimatum a Saddam, da rispettare entro il 15 gennaio dell'anno successivo: se non avesse lasciato libero il Kuwait, si sarebbe fatto uso della forza, (lo prevede il capitolo 7 della Carta dell'ONU n.d.r.).
In Italia, mentre le notizie si accavallavano, incutendo timori e spingendo la gente a fare provviste di ogni tipo, dalle scatolette di tonno alla benzina, proseguiva l'addestramento dei piloti, già combat-ready (pronti al combattimento n.d.r.) e addestrati ad ogni operazione, compreso il rifornimento di carburante in volo.
Intanto il gruppo di piloti con i loro Tornado, delle basi di Piacenza, Ghedi e Gioia del Colle, apprezzati in campo internazionale per la loro preparazione, era in attesa di ordini ad Al Dhafra, a sud di Abu Dhabi".
Là, infatti, era la base operativa, mentre al comando della coalizione, a Riad, era il generale di divisione Mario Arpino.
Ricordiamo che in quell’anno, Capo di stato maggiore dell’Aeronautica era il generale Stelio Nardini, ministro della Difesa era Virginio Rognoni e capo del governo era Giulio Andreotti.
I piloti schierati erano pronti, ma in attesa della decisione del Parlamento italiano, che doveva definire con chiarezza lo scopo della missione, se da operazione di polizia internazionale potesse diventare “bellica”: dopo il 15 gennaio lo scopo fu reso chiaro, con l'ok per l'intervento.
www.aeronautica.difesa.it/Operazioni/Internazionali/Pagine/LaguerrainIraq.aspx
Cosa accade nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 1991?
"La missione prevedeva l’intervento su due obiettivi in Kuwait, con decollo notturno, rifornimento in volo sul mare, situazione poco favorevole, sia per l'orario sia per il luogo.
Raggiunto l'obiettivo, un deposito di munizioni, con volo a bassissima quota sulla strada che unisce il Kuwait a Bassora, dopo aver sganciato bombe e taniche e compiuto le manovre tattiche per rientrare, siamo stati colpiti dalla contraerea mentre eravamo a 170 piedi”.
Da quel momento per i due piloti è un susseguirsi di attimi concitati: data la bassissima quota, il lancio poteva diventare un suicidio. La fortuna, se possiamo così definirla, ha voluto che cadessero in modo corretto. Ma gli Iracheni li stavano aspettando: presi e portati in un bunker situato proprio nel luogo dove era caduto l’aereo, forse anche drogati con sostanze pesanti.
Malmenati, sottoposti a interrogatori senza alcun rispetto della convenzione di Ginevra verso i POW, prigionieri di guerra (POW, prisoner of war n.d.r.) Bellini non ricorda molto dei primi dieci giorni trascorsi in mano agli iracheni.
I suoi ricordi incominciano ad essere più chiari a partire dalla permanenza nella prigione di Bagdad, poi colpita dalle bombe, da cui furono evacuati per essere portati in diverse installazioni militari, per poi essere liberati il 3 marzo, alla fine della guerra e affidati alla Croce Rossa internazionale.
Erano 34 i prigionieri di guerra, tra cui Bellini ricorda il kuwaitiano Mo Barak, di cui non ha più avuto notizie da allora e che vorrebbe rintracciare.
I POW, dopo due giorni trascorsi tra la nave ospedale americana Mercy e il Barhein, rientrano, ognuno nelle proprie destinazioni.
Ed è in questo particolare frangente che il maggiore Bellini, provato da 47 giorni di prigionia, ha il suo momento più grande di commozione: il generale Arpino, il comandante che dirigeva le operazioni "di guerra", eludendo la sorveglianze e l'ordine di non avvicinare i due prigionieri prima della loro discesa dall'aereo, sale, si siede vicino a Bellini e l'abbraccia, come un padre farebbe con il figlio ritrovato.
E Bellini finalmente piange.
A Ciampino, dove il volo militare ha riportato i due piloti, Bellini subisce l’impatto con la stampa. Ne nasce un po’ di confusione mediatica sulle notizie, come spesso accade, quando i fatti sono particolarmente appetitosi.
Ma, tutto è bene ciò che finisce bene.
Dunque lei può fregiarsi del titolo di POW, come pochi hanno potuto farlo, dalla fine del secondo conflitto mondiale?
“No, non posso, perché l’Italia non era ufficialmente "in guerra".
Noi risultavamo non in missione di guerra, ma "a disposizione del comandante di corpo". Praticamente, non in servizio, ma in attesa di essere assegnati a compiere qualcosa.
Quindi, di fatto, la dicitura “prigionieri” non esiste nel nostro libretto: noi abbiamo partecipato all'attività di polizia internazionale. Naturalmente, ho fatto ricorso ed attualmente la cosa è all'attenzione del governo che si è impegnato a risolvere la questione".
Oggi, riandando all'operazione che si svolse in quei tragici giorni, come commenta?
"La campagna aerea ha consentito di ridurre la guerra terrestre al minimo, salvando un sacco di vite umane, dato che l'Aeronautica, il "potere aereo" ha proprio il compito di preparare il campo di battaglia colpendo obiettivi molto significativi e fiaccando le forze nemiche, cosa che e' successa; una forza armata specializzata nelle operazioni aeree e' assolutamente indispensabile per avere uno strumento equilibrato ed efficiente".
Le Istituzioni, la sua Forza Armata cosa dicono riguardo la sua attuale situazione?
"Ci sono azioni in corso con impegno del governo a sanare la situazione per tutti i reduci e la Forza Armata appoggia completamente la cosa…
Mi sento tranquillo, perchè sicuramente avrò il giusto riconoscimento: io sono un militare che ha fatto la guerra".
In questo periodo, come appare la situazione italiana, a lei che vive tra l’America e le missioni di cooperazione all’estero?
“Sono Italiano al 100% e l'Italia e' la mia patria. Penso che l'Italia è una grande nazione, un esempio per tutti.
Ma che ha anche i problemi di tutte le nazioni democratiche moderne.”
Maria Clara Mussa
 
  
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