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La rivoluzione di Trump non fa sconti
Come quella francese, che condannò a morte Antoine-Laurent De Lavoisier, fondatore della chimica moderna

21-06-2017 - La rivoluzione industriale, iniziata con la scoperta del primo pozzo di petrolio a Titusville, in Pennsylvania, nel 1859, da parte del Colonnello Drake, ha certamente portato un grosso scompiglio nell’economia mondiale. Non era e non poteva essere la panacea di tutti i mali che affliggevano la società del tempo. I primi sconquassi dell’era industriale erano iniziati in Europa con la rivoluzione francese. La classe produttiva del paese, la borghesia illuminata, dette origine alla fine della monarchia, apri le porte alla repubblica e poi all’impero napoleonico.
La rivoluzione francese arrivò in un momento di grande fermento popolare, che trovò nella borghesia il detonatore della rivoluzione, che non fece sconti a nessuno a cominciare dal re e dalla regina. Il direttorio fu capace di ghigliottinare anche il padre della chimica moderna, il grande Antoine-Laurent de Lavoisier. A quelli che andarono a chiedere clemenza dal giudice che lo aveva condannato a morte venne detto, in parole povere, che la rivoluzione non faceva sconti a nessuno, neanche ai sapienti (savants). Siccome tutte le rivoluzioni hanno un inizio ed una fine, non c’è da meravigliarsi se, dopo avere tagliato 35-40 mila teste doc secondo alcuni studiosi e 500-600 mila secondo altri, i francesi scelsero, al posto di un re ghigliottinato, un imperatore, Napoleone Bonaparte. Il potere dei principi, dei marchesi e dei conti venne preso dai parenti e dagli amici dell’imperatore e le cose, dopo il congresso di Vienna tornarono come ai tempi del re ghigliottinato. I tempi cambiano, ma il potere finisce sempre nelle mani di pochi, che dovrebbero gestirlo in nome del popolo, ma poi finisce sempre per essere utilizzato a fini personali.
Anche oggi le cose stanno andando nella stessa maniera, anzi peggio, con i ricchi che diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri e bastonati. Prendiamo l’esempio del problema climatico, che sta portando il mondo ad una catastrofe globale.
Nell’era dell’energia prodotta dalle fonti fossili, petrolio, gas e carbone, le emissioni di anidride carbonica, conosciuta come CO2, stanno creando una serie di problemi climatici, di enorme impatto sulla salute del genere umano. L’aumento della temperatura dei mari, le alluvioni e i cicloni di enorme rilevanza, hanno causato, nel mondo, migliaia di morti. Questi problemi, paradossalmente, non sono uniformemente distribuiti sulla terra, ma sono di rilevanza maggiore nei paesi cosiddetti OECD. Una volta tanto i paesi poveri, con bassa domanda di energia, risultano privilegiati rispetto a quelli ricchi. Non esiste però una percezione precisa di come i gas serra siano distribuiti nelle varie parti del globo terrestre. In questa nota non si cercherà di attribuire meriti o colpe a quelli che inquinano, ma invece si cercherà di individuare uno strumento che ci consenta di capire chi sta facendo veramente la lotta per ridurre le emissioni e chi invece, predica bene ma razzola male.
Per fare una gerarchia tra le varie posizioni che emettono CO2, il ricorso alla statistica è l’unico metodo scientifico che non si presta a manipolazioni di sorta. Dall’esame che è stato fatto sulla quasi totalità delle nazioni del mondo, sono state enucleate alcune aree significative di domanda di energia, nel periodo che va dal 2000 al 2015. Si tratta di un congruo periodo di tempo, che ci consente di fare alcune osservazioni solide e consistenti. Sono stati scelti 15 paesi rappresentativi sia delle virtù che delle omissioni. Ne è risultato un quadro piuttosto inquietante, perché non sempre corrispondente agli ampollosi discorsi fatti a Kyoto, Durban e a Parigi, nella COP21.
Ad aggravarlo Donald Trump, alle ore 21 di Roma del 1 giugno 2017, ha annunciato che gli USA usciranno dagli accordi di Parigi, perché troppo onerosi.
Appena la notizia è diventata ufficiale ho sentito il desiderio di fare chiarezza sulla tematica ed ho scritto questa sintesi in materia.
Ebbene, il primo Paese preso in esame è proprio quello di Trump. Per capire se le parole corrispondevano ai fatti l’unità di misura che è stata scelta per l’analisi è stato il rapporto idrogeno carbonio nelle emissioni di gas serra in atmosfera. Per ognuno dei 15 paesi si è quindi calcolato come variava questo parametro. Nei paesi virtuosi il rapporto idrogeno carbonio dovrebbe essere in continua crescita, per significare che si brucia meno carbone e petrolio e più gas naturale. Nel carbone infatti si può assimilare ad uno il rapporto idrogeno carbonio, nel petrolio a due e nel metano a quattro (CH4: 1 atomo di carbonio per 4 atomi di idrogeno). Ne è risultato che i paesi virtuosi sono quelli in cui si brucia meno carbone e petrolio e più gas naturale. Per definire il rapporto idrogeno carbonio, si è fatto ricorso alle tabelle fornite annualmente dalla BP, quindi a dati ufficiali solidi e consistenti.
Per quanto riguarda gli Usa, il quadro che è emerso è del tutto positivo, come si può riscontare dal grafico di FIG. 1, in cui sono riportati i valori del rapporto dal 2000 al 2015. Nel caso Usa ci si trova di fronte ad una sorpresa.
Gli Usa sono un paese virtuoso, in cui il rapporto idrogeno carbonio è passato da 2,31 nel 2000 a circa 2,52 nel 2015, linea rossa. La retta nera che simula l’andamento del rapporto ha un coefficiente angolare m=0,0148. Non si tratta di una retta a crescita molto sostenuta, ma comunque indicativa che il paese è tra quelli virtuosi che stanno cercando di applicare i precetti di Kyoto, Durban e Parigi. Per questo motivo è incomprensibile la decisione del presidente Trump di uscire dagli accordi di Kyoto. Se ci spostiamo invece in Europa, ci troviamo di fronte a delle sorprese, in cui il quadro cambia radicalmente.
La prima a scagliarsi contro la decisione di Trump è stata la Germania, che ha parlato come leader di un paese virtuoso, che ha cuore le sorti climatiche dell’umanità. Se si analizzano le emissioni della Germania, attraverso il rapporto idrogeno carbonio dei fumi emessi dalle fonti fossili, ci si trova davanti ad un’amara sorpresa, come si rileva dalla figura FIG. 2.
La retta blu che simula l’andamento del rapporto idrogeno carbonio della Germania è quasi parallela a quella delle ascisse, con il coefficiente angolare della retta m=0,0003. Se poi esaminiamo gli ultimi cinque anni del rapporto idrogeno carbonio, linea spezzata, si scopre che il rapporto è uguale a quello del 2001, circa 2,22. Questo significa che in Germania, Kyoto o non Kyoto, le cose sono rimaste stabili e quindi che si bruciano sempre le stesse quantità dei vari combustibili fossili, carbone, petrolio e gas naturale. La Germania ha il carbone della Ruhr e quindi la produzione del kWh da carbone mette l’industria tedesca nelle condizioni di avere costi operativi minori di quelli che usano più gas naturale al posto del carbone. In sintesi si scopre che la
Germania è quella delle automobili, che parla bene e razzola male. Ma è in buona compagnia, perché l’Olanda fa addirittura peggio, come risulta dal grafico seguente.
Se nel caso olandese, il coefficiente delle rette è negativo, cioè il rapporto idrogeno carbonio si riduce, se ne deduce che anche il paese dei tulipani non è una nazione virtuosa che segue i dettami di Kyoto, Durban e di Parigi. Forse, per far crescere meglio i tulipani serve l’effetto serra! Anche per l’Olanda gli ultimi 5 anni sono stati disastrosi dal punto di vista delle emissioni di CO2 da fonti fossili, con un brusco calo del rapporto idrogeno carbonio, linea rossa di FIG. 3, che è passato da 2,73 a circa 2,59.
Sulla stessa lunghezza d’onda di Germania e Olanda c’è anche la Finlandia, l’Ucraina e la Gran Bretagna, mentre invece in Francia, Italia e Federazione Russa, il rapporto idrogeno carbonio è in crescita come dovrebbe essere in tutti i paesi che si sono impegnati negli accordi, da Kyoto a Parigi COP21.
Anche nei paesi asiatici come India, Malesia, Indonesia, Arabia Saudita e Nuova Zelanda, le direttive di Kyoto non hanno lasciato un segno tangibile di miglioramento delle emissioni di CO2. Non si notano, infatti, politiche di riduzione delle emissioni di CO2. Anche in questi paesi, le rette di simulazione del rapporto idrogeno carbonio nei fumi della combustione, hanno una pendenza negativa, il che significa che stanno disattendendo completamente gli accordi sulla riduzione delle emissioni da Kyoto, Durban e Parigi COP21.
In India, come si evince dalla linea rossa di FIG. 4, il rapporto idrogeno carbonio è sceso da circa 1,64 nel 2010 a circa 1,512 nel 2015. L’India che produce poco petrolio e gas naturale, ma ha consistenti riserve certe di carbone, a basso costo, ha preferito privilegiare il costo basso del kWh prodotto dal carbone piuttosto che osservare le raccomandazioni di Kyoto.
In questo scenario, fa spicco la posizione della Cina, che ha un rapporto idrogeno carbonio che cresce nel tempo, da 1,31 del 2000 a 1,41 nel 2015, linea rossa e quindi ha preso molto sul serio il problema climatico, come si può vedere dal grafico di FIG. 5.
In termini assoluti il rapporto è molto basso, ma la pendenza ci indica che le misure prese vanno nella giusta direzione raccomandata nelle conferenze di Kyoto, Durban e Parigi.
L’era del petrolio facile e della crescita economica del mondo industriale moderno, che era iniziata a Titusville, nel 1859, per uno dei tanti paradossi della storia, potrebbe iniziare il suo declino nelle stanze ovattate del potere di Trump. La nazione guida del mondo industriale potrebbe chiudersi su sé stessa, condannando a morte la crescita e lo sviluppo economico mondiale. Parafrasando il matematico Lagrange, che diceva che non sarebbe bastato un secolo perché nascesse un altro cervello come quello di Lavoisier, ghigliottinato dal Terrore della rivoluzione francese, nel 1794, si potrebbe dire che non basteranno due secoli per rimediare ai danni che farebbe Trump al pianeta terra con le sue teorie pro carbone. Trump, per far contenti i minatori di carbone, sta portando al suicidio il suo paese, perché gli effetti nefasti delle sue decisioni cadrebbero, per primi, sulla popolazione americana e poi sul resto del mondo.
Si prepari ad una catastrofe molto peggiore di quella che ha quasi distrutto New Orleans, con l’uragano Katrina. Vicino a sé Trump ha uno dei massimi esperti mondiali del settore energia, Rex Tillerson, che è stato il capo indiscusso del più grande impero energetico mondiale, la Exxon-Mobil. Si fidi dei suoi giudizi e dimostri di essere un uomo prima che un politico. Tante delle sue idee possono essere condivisibili, ma quella sulla salute dell’umanità merita una riflessione molto più approfondita di quella fatta dal Tycoon. La campagna elettorale è finita. Ora Trump deve governare il futuro, non solo suo, ma anche quello delle giovani generazioni, che certamente, in mezzo alla sventura che si preannuncia nel mondo, non saranno disponibili a perdonargli questo sconquasso.
Nel clima non c’è l’immunità per i ricchi, è una rivoluzione epocale, questa sì che non fa sconti a nessuno, neanche ai “savants”, come diceva il giudice che aveva condannato a morte Lavoisier. Il giudice pronunziò la frase celebre che la rivoluzione non faceva sconti ai geni, ma si dimenticò di dire la cosa principale, che non si condannano a morte gli innocenti. Lavoisier lo era. Se Trump vuole passare alla storia come il giudice Jean Baptiste Coffinhal, che ha mandato alla ghigliottina Lavoisier, si accomodi pure.
Gli imperi nascono, crescono, raggiungono il loro massimo splendore e poi muoiono. L’ultimo a morire è stato quello inglese, che è stato longevo ed ha iniziato il suo declino dopo aver raggiunto la massima espansione territoriale di 39,5 milioni di km2.
Trump, ritirandosi dalla COP21, a prescindere da quello che farà, che ancora non è dato conoscere, ha abdicato al ruolo Usa di guida mondiale del settore.
Sarà ricordato nei libri di storia come quello che ha dato il via al declino dell’impero Usa nel mondo.
Ci sono altre potenze che sono pronte e disponibili ad assumere la guida del mondo moderno. Sono lì impazienti di assistere all’errore di Trump, che non sa che l’era del carbone è finita con la scoperta del primo pozzo di petrolio a Titusville, in Pennsylvania. Si fidi di Rex Tillerson, che è un grande protagonista della storia dell’energia. Dia Via di Campo Marzio, 78nuovo impulso alla ricerca scientifica che porti ad una riduzione graduale delle emissioni nocive da fonti fossili e ad un mondo in cui si possa giocare a golf sui prati verdi e non in quelli trasformati in deserto per asfissia dai Green House Gases. Tutti gli imperi finiscono. Trump lo ha visto a Taormina, nell’ultimo G7. Se non cambia politica anche quello Usa è destinato a finire più presto di quanto non si creda! Trump non è un esperto di energia. Neanche Mattei e Churchill lo erano. Avevano però una marcia in più, quella che Einstein chiamava l’immaginazione, che abbraccia tutto il mondo. Se Trump ne è dotato, questa sarà la sua arma vincente. L’età della pietra, diceva in una conferenza ad Oxford il dr. Zaki Yamani, famoso ministro del petrolio saudita, non è finita per mancanza di pietre! Neanche l’era del carbone, che Trump sembrerebbe resuscitare, è finita per mancanza di carbone. Il nuovo che avanza, le nuove tecnologie, il gas naturale e le energie rinnovabili, saranno la vera rivoluzione del futuro, non certo il carbone. Se Trump sarà in grado di usare l’immaginazione, allora le cose cambieranno in maniera sostanziale.
Il mondo farà un grosso passo avanti e Trump entrerà nella storia, come Winston Churchill ed Enrico Mattei.

**Renato Urban, docente al Dottorato di Ricerca in Energia e Ambiente, Sapienza Università di Roma, Facoltà di ingegneria. Membro del Comitato Tecnico Emergenza e Monitoraggio del Gas Naturale (CTEM) del Ministero dello Sviluppo Economico. Già Vice President della Commercializzazione del gas naturale dell’Agip SpA.






Renato Urban
 
  
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