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''Il genio Lucasiano Isaac Newton''
La storia della scienza: dai grandi classici all'era digitale, secondo il professore Renato Urban

14-01-2019 - Una recensione scritta da Claudia Lo Menzo
"La storia della scienza è come una bella favola in cui si sono alternati periodi di grande splendore e momenti in cui il buio della cultura era simile a quello di una eclisse totale di sole".
Con queste parole il professor Renato Urban, consulente del MiSE e docente al Dottorato di ricerca in Energia e ambiente presso il Dipartimento di Ingegneria astronautica, elettrica ed energetica della Sapienza Università di Roma, introduce il suo saggio dal titolo: "Il genio Lucasiano Isaac Newton". Un viaggio spirituale nella storia dell'uomo tramite cui Urban ci riporta agli albori delle scienze fisiche e matematiche, partendo dai grandi teorici e pionieri che hanno gettato le basi per la formazione della storia di queste discipline.
Da Pitagora a Fermi, la storia della matematica, prolifera di ipotesi e validi teoremi che tengono viva la cultura della scienza. "Tutto è numero" narrava la didattica pitagorica, "Eppur si muove" affermava Galilei al termine della sua abiura all'eliocentrismo. Geni della matematica e della fisica, scopritori delle discipline che regolano tempo e spazio, potenziali decisori del destino dell'umanità per mezzo di una microscopica operazione di scissione atomica. Così Urban, da Archimede a Doppler, ci parla di Newton, scopritore delle leggi della forza di gravità, non adeguatamente apprezzato quando nel 1668, a soli 26 anni, venne nominato professore Lucasiano presso il Trinity College di Cambridge. Interessante l’illustrazione riportata dal professor Urban, delle università inglesi ai tempi di Newton, una rappresentazione storica e reale di Cambridge, università medievale che, come molte altre della stessa epoca storica, era organizzata all’insegnamento e allo studio di sette materie considerate le più importanti del tempo. La didattica era quindi suddivisa tra le arti del trivium e del quadrivio, l’una rivolta alla cultura classica, la logica, la retorica, la grammatica, quindi l’arte del saper ben parlare e scrivere in forma corretta, l’altra rivolta alle materie e alla cultura scientifica, l’aritmentica e quindi le leggi dei grandi numeri, l’astronomia, arte matematica e fisica che spiega gli eventi della sfera celeste i quali formano il nostro universo, la geometria che dà forma materiale e fisica al nostro mondo e la musica, l’arte che allieta menti e anime degli esser umani.
Ai tempi delle università medievali, la professione di docente di materie scientifiche era la meno retribuita; per questo molti studenti preferivano intraprendere altre strade e ricoprire incarichi più prestigiosi. Quella del professore di matematica o scienze simili, era una professione “non inflazionata”, a tal punto che Isaac Newton fu nominato professore lucasiano di matematica giovanissimo; la cosa non fece scalpore, nel diciassettesimo secolo questa era infatti la normalità. A piccoli passi Newton arriva a ricoprire posizioni sempre più prestigiose; dopo i trent’anni passati a fare il professore di matematica, diviene direttore della Zecca, incarico che lo porta a fare un salto di qualità di status sociale ed economico, fino ad essere eletto membro del parlamento nel 1689 e nominato Baronetto nel 1705 dalla regina Anna con la nomina di Sir Isaac Newton.
La vita del fisico all’inizio fu molto tormentata. Perse il padre prima ancora di venire al mondo e viene allevano dalla nonna materna. L’intelligenza che lo caratterizzava, lo portò ad essere molto sensibile ma allo stesso tempo un ragazzo dalla mente acuta, stimolato ad imparare tutte le discipline del sapere, in particolare quelle della fisica, della matematica e della meccanica. Sin da subito i suoi mentori credettero nella profonda intelligenza che lo contraddistingueva dal gruppo dei pari, fintanto che lo incitarono sempre a continuare la carriera scolastica. Nel 1661, a soli 18 anni, entrò a far parte del corpo studentesco del Trinity College; otto anni dopo Isaac Barrow gli cedette la cattedra di matematica.
La grande genialità del fisico Newton ha collocato lo stesso, come commenta Urban, nell’empireo dei geni di tutti i tempi; il fisico stesso afferma “Io non so come il mondo mi veda. Per come mi vedo io, mi sembra di essere stato un bambino che giocava sulla riva del mare, che si divertiva a trovare qua e là, qualche ciottolo più levigato degli altri o una conchiglia più bella del solito, mentre davanti a me si stendeva inesplorato il grande oceano della verità”.
Il saggio rappresenta un cammino in quelle che sono state le prime rivoluzioni che hanno segnato la storia della matematica e della fisica, fino ad arrivare a uno dei più grandi sconvolgimenti della cultura scientifica. Siamo tutti figli del digitale, ci muoviamo autonomamente in quella che è la rete e il microcosmo digitalizzato inserito in un macrocosmo di persone che utilizzano dispositivi elettronici per quasi tutti gli aspetti del quotidiano. La vera domanda è: saremmo mai arrivati a questo senza i grandi geni del passato?
Saremmo mai arrivati all'odierna società digitale senza conoscere il genio di I. Barrow, I. Newton, A. Einstein o S. Hawking? Come loro molti altri hanno fatto la storia della matematica e della fisica. Ora ne prendiamo coscienza senza comprendere che non si possono interpretare i fatti di ieri con le regole di oggi; come afferma il professor Urban "... è un pessimo esempio di errore storico misurare le cose del passato secondo i valori e le norme del presente…"
Non possiamo dare un senso a ciò che è avvenuto con la mentalità ed il modus operandi tipici dell’uomo digitale, inserito in questa società moderna, fluida e magmatica, dove lo sono le relazioni così come la conoscenza. Siamo in un’epoca strutturata sull’etica del viandante, come direbbe Bauman. Ci si chiede quali siano le conoscenze e le competenze che davvero contino nell’era della tecnologia. Ovviamente le competenze digitali sono quelle che caratterizzano la nostra epoca storica; ma come ci siamo arrivati? Chi ci ha guidato fin qui? Perché, quando interagiamo con gli altri individui, abbiamo il dovere di comprendere se oltre l’identità fisica e materialmente visibile, ce ne sia un’altra digitale. E’ un cittadino digitale come sento di esserlo io o è solo un “tecnologico tacito” lontanissimo da quella che è la digital citizenship?
Lo scritto, oltre ad essere un viaggio leggero e sofisticato che aiuta a comprendere la storia della scienza, allo stesso tempo risponde ad alcune domande che distrattamente e quotidianamente ci facciamo su determinati aspetti di questa società moderna, così liquida, così digitale, così matematica.




Claudia Lo Menzo
 
  
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