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Terrorismo e prevenzione
In una conversazione con il generale Mario Arpino cerchiamo di approfondire i fatti

02-12-2019 - Usman Khan, l’attentatore 28enne che venerdì sera ha accoltellato dei passanti sul London Bridge di Londra ammazzando due persone e ferendone altre tre prima di essere ucciso dalla polizia, era in libertà vigilata da dicembre 2018 dopo aver scontato sei anni in carcere per reati legati al terrorismo
Nel 2010 aveva partecipato a un complotto per attaccare la Borsa di Londra. 
Intanto, l’antiterrorismo britannica afferma che non è in corso la ricerca di altri sospetti
In Olanda, all’Aia, diverse persone ferite davanti al negozio Hudson's Bay, nella via principale dello shopping. La polizia sta cercando il killer: si suppone sia un nordafricano.
Paura a Parigi, allorché la stazione ferroviaria della Gare du Nord è stata evacuata per alcuni minuti nella serata di venerdì 29 novembre dopo l’allarme di un pacco sospetto. Secondo la compagnia ferroviaria SNCF si trattava della “seconda o terza” allerta di questo tipo nella giornata.
In una conversazione con il generale Mario Arpino, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica dal 1995 al 1999, e poi della Difesa, sino al 2001, abbiamo cercato di analizzare i fatti.
Comandante, cosa si può dedurre da questi tre fatti, accaduti in una sola giornata? C’è il pericolo di attacchi terroristici “diffusi” ?
Sta ritornando Natale, periodo molto attraente per i guastafeste. Se ne deduce ciò che, e non da oggi, è già sotto gli occhi di tutti. Il terrorismo islamista funziona così: quando si elimina un leader, questo viene subito sostituito. Non è permesso celebrare la vittoria su al-Qaeda solo perché è stato ucciso bin-Laden, o sull’Isis perché al-Baghdadi non c’è più. La a diffusione del “messaggio”, gli esperti lo sanno, nell’epoca dei social è molto più importante degli stessi leader. Questi muoiono, ma i loro messaggi continuano a vivere. A costo di far arrabbiare i benpensanti, i politicamente corretti e le anime candide, qualcuno prima o poi dovrà pure spiegaci perché, nel mondo, gli adepti di nessun’altra religione odiano e uccidono tanto quanto gli islamisti. Quando viene il dubbio che la base dell’odio derivi proprio da una visione settaria e ideologica di quella dottrina, i fatti dimostrano che il dubbio è legittimo. Le uccisioni su base religiosa, che avvengono ovunque, colpiscono sopra tutto il mondo dell’islam al suo interno, anche se noi tendiamo a vedere ed a scandalizzarci solo di ciò che avviene attorno a noi. Gli attentati non accadono solo a Londra, all’Aia, a Berlino a Parigi. Recentemente, c’è stata strage anche a Colombo, crogiuolo di razze e di religioni. Ebbene, ho diretta testimonianza che là tutti son ben integrati e vivono in armonia. Tutti, tranne gli islamici. Ce sono meno dell’8% e fanno vita separata, sospettando di tutto e di tutti. Perché ci odiano? Questa è la vera domanda, alla quale l’Occidente deve attrezzarsi per rispondere con lucidità, senza quei sensi di colpa che finiscono per produrre solo autolesionismo”.
L’attentatore del London Bridge in carcere aveva fatto un percorso di ‘’redenzione’’ convincendo i giudici inglesi di poter essere messo in libertà. 
Quanto si riesce a recuperare di queste persone cresciute con la Jihad nell’animo, o quanto sanno fingere di essere pentiti?
E’ un problema che si pone in termini di urgenza, da comprendere bene prima che quello dei ‘rientri’ di jihadisti e famiglie da Siria ed Iraq diventi un fenomeno di massa. I punti di vista variano da un estremo all’altro. Secondo le sinistre elitarie, anche nostrane, ed alcune correnti della Chiesa cattolica il tentativo andrebbe sempre fatto, e le possibilità di successo esistono. Al contrario, i lettori ricorderanno le parole del ministro della difesa di Theresa May, secondo il quale gli jihadisti “cessano di essere pericolosi solo se sono morti”. In effetti, ciò che è successo a Londra (ed in più occasioni) ci dice che in questo sistema qualcosa non funziona. Oggi, Cristina Marconi del Messaggero ci racconta che a Usman Khan era stata ridotta la pena contro il parere di giudici ed esperti. Non solo il ministero della giustizia avrebbe deciso di rivedere 70 dossier di persone uscite dal carcere in anticipo, ma secondo il premier Johnson (propugnatore della linea dura) i terroristi dovranno scontare l’intera pena e dovranno passare in carcere almeno 14 anni. “Alcuni non dovrebbero essere mai rilasciati”. Per contrario, è dimostrato che il carcere è il miglior veicolo di radicalizzazione. E’ un dilemma, che a nostro avviso andrebbe risolto nel modo più favorevole alla sicurezza dei cittadini”:
Per quanto riguarda l’Italia,  alcuni giorni or sono su “Il Giornale” è apparsa la notizia che diverse questure italiane hanno diffuso una circolare in cui si avverte del pericolo di attacco terroristico. 
Secondo lei, si tratta di pericolo percepito o reale?
I Servizi fanno periodicamente una relazione, ascoltata dal Copasir e quindi in Parlamento, dove di questo pericolo, pur con le dovute cautele, non si fa certo mistero. C’è uno scambio di dati e di informazioni anche con il ministero degli interni, il quale, attraverso le questure può ottenere situazioni di dettaglio sul territorio. Esiste un piano nazionale, da implementare parzialmente o totalmente in funzione dei livelli di allarme, per la protezione delle installazioni e dei beni sensibili, e questo dà un buon livello di garanzia. In questo piano è previsto anche l’impiego di forze del ministero della Difesa. L’Italia soffre del problema dei rientri foreign fighters in misura inferiore di diversi ordini di grandezza a quello che devono affrontare altri paesi Europei, come Francia, Belgio, Germania e Olanda. Per ora, nonostante i non infrequenti proclami, evidentemente siamo considerati dal terrorismo islamico organizzato solo come luogo di transito o di stazionamento, ma non come teatro operativo. Storicamente, qui da noi intelligence ed efficacia della risposta – sopra tutto in termini di prevenzione – sono considerati (anche dai nostri amici ed alleati) più che adeguati ad affrontare in modo concreto il pericolo. E di questo, incrociando le dita, c’è buona evidenza. Evidentemente, anni di lotta alla delinquenza organizzata hanno fatto buona scuola.”
Data l’estensione dei canali di finanziamento del terrorismo, secondo lei come occorrerebbe agire per prevenire?
Esattamente come da anni si sta già facendo: l’esperienza non manca, il coordinamento interno c’è e l’efficacia del nostro sistema è dimostrata. E’ essenziale non legare le mani ai Servizi, ricordando che le informazioni sono un mezzo di scambio. Nonostante gli accordi internazionali siano chiari, ciascuno desidera capitalizzare ciò che sa. E’ un mondo, quello dell’intelligence, la cui efficacia si basa sui buoni rapporti bilaterali. Tuttavia, un poco meno di zelo nel ‘politicamente corretto’ e qualche risorsa in più sono elementi che certo non guasterebbero”.





Maria Clara Mussa
 
  
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