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Quanto incidono gli interessi altrui sul nostro Paese
Intervista con il dottor Giuseppe Stano, già Liaison Officer Italy presso la NATO ed esperto delle vicende del Grande Medioriente

06-03-2020 - Roma 6 Marzo 2020 - Mentre nella giornata odierna si assiste ad una situazione relativa calma dopo i bombardamenti su Tripoli degli ultimi giorni da parte delle forze di Khalifa Haftar e dopo le dimissioni dell’inviato ONU in Libia dello scorso 2 marzo, pubblichiamo oggi l’intervista con il dottor Giuseppe Stano, già Liaison Officer Italy presso la NATO ed esperto delle vicende del Grande Medioriente.
Esordisce Stano, prima che gli si pongano le domande:
Dato che l’argomento su cui ci esercitiamo si offre indirettamente pure ad una disamina su dove stia andando l’Italia in questo scorcio del XXI secolo, prima di rispondere alle sue domande, vorrei innanzitutto introdurre una breve riflessione, la cui utilità minimale consisterebbe nel fungere da “cornice concettuale” alle mie risposte.
Ma, al contempo, vorrei fosse chiaro, sin da subito, che la mia analisi, per quanto professionalmente tesa all’obiettività, è impregnata da un senso di perdita di ciò che eravamo e che, ahimè, realisticamente non siamo più. Non si tratta tanto di riesumare la versione vichiana della Storia (i Ricorsi storici), quanto piuttosto di operare un confronto, per esempio, tra gli anni ‘80 – appena quarant’anni fa, ma già tre Repubbliche fa! - e oggi. O, per i più giovani, tra il 2008 – in piena globalizzazione e all’insorgere della crisi finanziaria mondiale detta dei “mutui facili”, poco più di un decennio fa! - e oggi.
Negli anni ’80 potevamo vantarci di essere la quarta potenza mondiale. E se non la quarta, la quinta. Eravamo vanesi? Potremmo forse esserlo oggi, che siamo retrocessi in fondo alla terza decina, quanto a sostenibilità, nella classifica dei Paesi OCSE?
Potevamo ancora permetterci una crisi come quella di Sigonella con l’alleato maggiore, gli Stati Uniti, in nome della riaffermazione della nostra sovranità nazionale. Chiedetevi da quanto tempo non udite invocare questo termine o chiederne la tutela in un alato dibattito nelle aule parlamentari o nella grande Stampa nazionale! Forse mi son perso qualcosa. Forse ultimamente nulla e nessuno l’ha forzata o violata impunemente, la nostra sovranità nazionale! Sì, senz’altro dev’essere così … . Ma guarda, nel frattempo abbiamo avuto cura di lasciarne le porte manifestamente spalancate e poco difese!
E ancora. Nonostante (o, forse sarebbe meglio dire, grazie a) la Guerra Fredda, avevamo una buona visione dei nostri dintorni, tra gli altri di quelli a sud-sud-est, sia dal punto di vista dei contatti, delle informazioni che degli scambi economici e culturali, tanto da formulare un concetto strategico, noto come “Mediterraneo allargato”.
Il compito di tale analisi geopolitica era quello di fungere da “Guida” alle scelte strategiche e rendere coerenti le politiche nazionali con i nostri interessi in tale area. Se sopravvive qualcosa di quel concetto, deve trattarsi di una forma speculare all’originale: non siamo più noi ad “allargare“ il Mediterraneo per farvi navigare i nostri interessi nazionali. Sono piuttosto altri ad allargarlo, a nostre spese, per espandere i loro!
Giungiamo così al 2008. Il governo Berlusconi sottoscrive per l’Italia un Trattato con la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, in una parola: Gheddafi! Con il senno di poi, si trattava di un innegabile successo, non solo diplomatico!
Purtroppo, l’invidia uccide! Se poi ci sono di mezzo grossi interessi, altrui ovviamente, … Non poteva durare! Da qui può ben partire la nostra intervista!
”.
Lo scorso 31 gennaio Lei è stato relatore ad una conferenza sulla Libia il cui tema definiva la crisi libica “complessa ma non imprevedibile”. Cosa poteva dunque essere previsto e non lo è stato?
Le guerre balcaniche e l’Afghanistan, prima, la guerra in Iraq e quella, infinita, in Siria ci avrebbero dovuto insegnare – noi le chiamiamo lessons learned – che se distruggi le fondamenta di uno stato, devi avere in tasca un progetto per sostituire alle esistenti quelle altre di cui ti fai portatore (state rebuilding). Che queste siano meglio di quelle, è tutto da vedere! Sta di fatto, dopo la farsa della ribellione a Gheddafi del febbraio 2011 - in realtà trattavasi di un’insurrezione fomentata e comunque cavalcata da chi all’estero vi aveva interesse – e l’uccisione del rais nell’ottobre successivo, nessuno dei paesi che aveva militarmente attaccato la Libia se ne è fatto carico, imponendo in Libia la propria presenza e la propria legge (del più forte!). Non credo che costoro siano riusciti neanche ad impossessarsi di granché delle ricchezze di quel paese; così tanto da pagarsi le spese e il disturbo! Perché penso ciò? Perché Obama, a fine mandato presidenziale, si è tolto un sassolino dalla scarpa effigiando di “scrocconi” i suoi due compari europei nell’impresa libica: il presidente francese Sarkozy e il premier inglese Cameron! E ne aveva un buon motivo! Gli USA avevano sperperato in quell’impresa – e senza un ritorno fattivo! - un miliardo di dollari! Poi, perché almeno uno del trio aveva un interesse B), molto più semplice da soddisfare: l’eliminazione fisica di Gheddafi! E questo obiettivo è stato raggiunto., rendendolo in qualche modo appagato. Sta di fatto, da allora, la Libia è rimasto uno stato fallito, in dissoluzione, alla mercé di potenti vicini e di potenze lontane. Finché quel vuoto di potere, com’era ovvio, qualcuno ha pensato di riempirlo per intero e si è riaccesa la lotta per prevalere. Lotta in cui i libici, quando va bene, forniscono la carne da cannone! Per questo motivo ho definito la crisi libica “non imprevedibile”, perché era nell’ordine delle cose, per come queste erano state disposte! “Complessa” lo è diventata, allorché non si è trattato più semplicemente di contendere ad altri il controllo sui giacimenti di petrolio e gas del paese; o di tenere sotto controllo la setta dei Fratelli Musulmani, considerati terroristi in Egitto; o di imporre un più vasto ordine infra-settario all’interno della Sunna; o di gestire e lucrare sul traffico di carne umana (immigrati) proveniente dall’area sub-sahariana. Lo è diventata quando il Paese, questo scatolone di sabbia, è divenuto l’ago della bilancia per nuovi interessi geopolitici e il luogo ove esercitare azioni d’interdizione nei confronti di quelli di altri attori internazionali. Ecco allora la complessità cui mi riferivo che, purtroppo, assomiglia molto ad un nodo gordiano!
A poco più di un mese dalla Conferenza di Berlino, sembra che quei colloqui di pace non abbiano sortito alcun effetto tangibile. Lei ha parlato di “parodia felliniana”, ce ne vuole spiegare i motivi?
Non certo  Merkel, padrona di casa tuttofare, e il Seg. Gen. dell’ONU, controfigura di Amleto (“essere o non essere”)! Si può trovare meno gente non strettamente necessaria in una sfilata di moda! Fellini qualche Oscar l’ha vinto! Questo Cast, quanto a risultati, non avrebbe meritato nemmeno il Razzie Award per il peggior film dell’anno!
Per rispondere infine alla sua domanda, mi riferivo all’onirico, fatato affresco di immagini del famosissimo film felliniano “8 ½”, in cui questo affresco fa da contorno alla crisi esistenziale e senza via d'uscita del protagonista (M. Mastroianni), la quale, a sua volta, si manifesta in continui dubbi e incertezze.
Bene, nelle attuali, inconcludenti titubanze del mondo multipolare e del metodo multilaterale per la soluzione dei conflitti, di questo conflitto in particolare, ho visto riprodotta tutta la crisi esistenziale di Mastroianni. Da ciò il mio “parodia felliniana”!
Nella cinica realtà internazionale, per concludere qualcosa, bisogna essere in pochi a decidere … e poi bisogna essere ancor più bravi nel far digerire agli altri quella decisione! Quella di Berlino sembrava piuttosto una sfilata di presenzialisti ad oltranza. Notata pure la defilata posizione del rappresentante italiano, non certo nella fila di quei pochi che avrebbero potuto contare!

Dalla morte di Gheddafi in poi, la Libia è passata attraverso più guerre civili senza approdare mai ad una vera soluzione di pace. Molto si è detto e letto sul ruolo che la Francia avrebbe operato sottobanco contro gli interessi dell’Italia. Ma l’oggetto della contesa è stato solo il petrolio?
La triste verità è che la Libia non è mai stata una nazione, bensì l’aggregato di tre realtà ben distinte e distanti: Bengasi, Tripoli e il Fezzan. Tra esse, il deserto, il nulla, il petrolio e volubili alleanze tribali! Se vogliamo rintracciare un vistoso precedente agli strappi diplomatici ed economici avvenuti tra Italia e Francia nel corso delle due ultime presidenze (Sarkozy e Macron), questo è sicuramente il cosiddetto “schiaffo di Tunisi” del maggio 1881, allorché la Francia precluse le mire coloniali dell'Italia sulla Tunisia e mise in evidenza la debolezza internazionale del giovane Regno d'Italia. Né dobbiamo dimenticare il risolino sarcastico scambiato da Sarkozy con Merkel all’indirizzo del presidente del consiglio italiano, Berlusconi, nell’ottobre 2011. Gheddafi era stato “suicidato” solo tre giorni prima! Né abbiamo dimenticato la “prelazione e nazionalizzazione” operata dalla Francia a cessione già avvenuta dei Cantieri di Nantes alla nostra Fincantieri. Quanto alla Libia, alla Francia premeva far saltare il trattato italo-libico del 2008 che assegnava all’ENI il 75% delle prospezioni petrolifere e alla Total francese solo le briciole. Chiaramente occorreva qualcosa di dirompente e, in prospettiva, d’innovativo. Per questo i nostri cugini d’oltralpe hanno messo in cantiere un intervento umanitario dell’ONU, con la sua longa manus militare, la NATO, e hanno addirittura creato il problema umanitario che avrebbe richiesto l’intervento internazionale per essere risolto! La Francia e Sarkozy avevano inoltre altri e due problemi da risolvere con un intervento radicale e definitivo. Ma questi riguardavano piuttosto il capo dello stato libico, più che la Libia in quanto tale. Gheddafi intendeva rendere pubblico il suo copioso contributo alle elezioni presidenziali di Sarkozy, creando un caso simile al Russiagate di Trump. Poi, ancora, intendeva sabotare il famoso sistema monetario delle ex colonie francesi dell’Africa occidentale – quello basato sul cd. Franco africano, il CFA – e far cessare la dipendenza di quei sistemi monetari da Parigi (diritti di signoraggio inclusi!). Quest’ultima “chicca” l’abbiamo appresa dalle cd. “e-mail di Hillary (Clinton)”, nel 2015. Fatto sta che Gheddafi stava diventando eccessivamente pericoloso e che bisognava sbarazzarsene. Sarkozy, una volta di più, ha dovuto pensare in grande e diventare un degno emulo del cardinale Richelieu! Quindi, No, non è stato solo il petrolio!
Il ruolo della Banca Centrale di Libia ha avuto momenti definibili “oscuri”: quale il rapporto tra Haftar, il petrolio e la Banca Centrale?
Nulla di oscuro. Piuttosto un comportamento di alto profilo istituzionale e, data la situazione, assai sensato. Diciamo che la Banca centrale libica (LBC) s’è comportata come ci aspetteremmo si comporterebbe la nostra Presidenza della Repubblica davanti ad una bagarre istituzionale italiana, per es., ad uno scontro al vetriolo tra Parlamento e Governo. Assumendo cioè una posizione super partes e continuando a fare gli interessi della Stato! Che nel caso libico vuol dire di entrambi, di Sarraj e di Haftar. Vinca il migliore, viva la Libia! In concreto, la Banca centrale ha continuato a percepire tutti i proventi derivanti dalla vendita del petrolio dell’Ente libico National Oil Corporation (NOC) e a erogare ai due governi, di Tripoli e di Bengasi, i fondi necessari per la loro attività. Sta di fatto, Haftar controlla la gran parte del territorio in cui si trovano i pozzi o gli oleodotti che portano petrolio e gas sino alla costa. Qui le Compagnie acquirenti caricano le loro navi e pagano la merce. Se la Banca avesse dato tutti questi proventi a Sarraj, avrebbe dovuto prevedere pure, a breve, un’interruzione della produzione o l’arrivo dei carri armati di Haftar! Invece, ha pagato ad entrambi i rispettivi barili di petrolio e consentito che ognuno quel denaro come meglio credeva: acquistando nuovi armamenti o piuttosto (e in parte) nella sanità, l’amministrazione, e le altre esigenze del territorio sotto il proprio controllo! Haftar non sarebbe stato in grado di gestire la commercializzazione del petrolio libico, per cui ha accettato di buon grado questo compromesso. Almeno sino a quando (18 gennaio 2020) non ha deciso di fermare gli impianti di estrazione. Questo nuovo passo – a meno che non fosse caduto vittima della sindrome di Sansone: muoia Sansone con tutti i Filistei! - può trovare spiegazione in alcune ipotesi. Innanzitutto, essendo Haftar un signore della guerra che conduce la propria attività per conto terzi, può darsi che i suoi padroni (E.A.U., Arabia S., Russia, Egitto e Francia) gli abbiano ingiunto di sbrigarsi! Garantendo peraltro di coprirgli i mancati introiti da petrolio per poter continuare la guerra (i primi due). Cosa che invece i “protettori” di Sarraj (ONU, Turchia e comunità internazionale) non faranno mai! La mossa servirebbe non solo a privare l’avversario (Sarraj) dei proventi del petrolio, ma anche a far scorrere più in fretta la sabbia nella clessidra! Sì perché occorre del tempo ad Ankara per schierare a Tripoli i propri mercenari e materiali bellici! Infine, per esercitare una pressione sul mercato mondiale del petrolio, grazie al conseguente aumento dei prezzi e un’indebita pressione “psicologica” sull’imminente Conferenza di Berlino”.
Dal suo punto di vista, lei ritiene che il metodo di approccio multilaterale per la risoluzione dei conflitti sia stato applicato in Libia e come esso potrebbe riportare il popolo libico ad una unità?
A Berlino si è assistito a qualcosa che sembrava tendere piuttosto all’istituzione di un negoziato permanente tra attori esterni, teleguidati dai propri specifici interessi. E ciò mentre gli attori locali, i veri protagonisti, avrebbero atteso fuori dalla stanza di conoscere gli sviluppi che li riguardavano.Un tale approccio prelude, concettualmente, ad una “gestione durevole” dei conflitti, che tenga conto, nel massimo conto, gli interessi di tutti. Come dire che nel tentativo di pervenire ad un “volemose bene TUTTI” che può durare in eterno, il caso in esame rimanga irrisolto!
Se in questi anni viviamo la crisi profonda del multilateralismo, di tutto ciò che è multilaterale, come ONU, NATO, UE e quant’altro, allora Berlino ha avuto il merito di rappresentare la diagnosi più infausta del fenomeno conclamato”
.
La Turchia è entrata a gamba tesa nella crisi libica da poco tempo: criticata aspramente da Europa e dai soggetti politici che sostengono Haftar, sembra aver spostato l’asse di equilibrio nell’attacco a Tripoli tuttora in corso. Qual è il suo pensiero sull’accordo che il GNA ha siglato con Erdogan?
Atteniamoci ai fatti. Il 4 aprile 2019 iniziano la campagna di Haftar contro gli "islamisti" di Tripoli e gli aiuti di Erdogan a Tripoli, con l’invio di tecnici, droni e mezzi corazzati. Ma solo il 27 novembre 2019, Ankara firma con il GNA di Sarraj un Memorandum che regola i comuni interessi e i nuovi confini marittimi tra Turchia e Libia nelle rispettive zone economiche esclusive (ZEE) per la ricerca di gas e petrolio sul fondo del Mediterraneo. Dopo essersi assicurato la compiacenza di Putin e favorito dall’ignavia dell’Europa, Erdogan può procedere al dispiegamento di forze turche in Libia. Stando alla tempistica, Sarraj prima chiede aiuto all’Europa (e, in particolare, all’Italia). Avendo ricevuto in risposta solo parole (=né fatti, né tantomeno aiuti militari), è costretto a rivolgersi altrove. Trova un Erdogan disponibile, ma vuole prima cautamente “tastare” l’aiuto turco … . Erdogan, dal canto suo, invia in Libia solo degli assaggini. A far precipitare le cose è l’avanzata di Haftar fin sotto Tripoli. Sarraj s’affretta a firmare il Memorandum del 27 novembre che consente a Erdogan di tagliare in due il Mediterraneo orientale con la congiunzione delle rispettive ZEE (Zone Economiche Esclusive), turca e libica.
L’obiettivo strategico che Erdogan persegue non è di riconquistare la provincia libica dell’Impero ottomano, quanto quello di contrastare il progetto di gasdotto EastMed, cui parteciperebbe la Repubblica di Cipro, stato membro della UE dal 2004, ma che lascerebbe a bocca asciutta la Repubblica Turca di Cipro del Nord!
Basta sovrapporre le due cartine per comprendere il senso della mossa di Erdogan
”.











Carmela Modica
 
  
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