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Olimpiadi in uniforme: quando la divisa non spaventa
''Molti Azzurri provenivano dalle Forze Armate, dai Corpi di Polizia e dai Vigili del Fuoco''... considerazione del generale Battisti
13-08-2024 - Un aspetto che non ha trovato, come sempre, la giusta rilevanza nelle recenti Olimpiadi di Parigi è il fatto che molti Azzurri provenivano dalle Forze Armate, dai Corpi di Polizia e dai Vigili del Fuoco.
Dei 402 atleti presenti a Parigi ben 297 appartenevano alle Istituzioni dello Stato, pari al 74% dei partecipanti (solo 105 provenivano da organizzazioni sportive civili), di cui:
- 102 della Polizia di Stato;
- 54 della Guardia di Finanza;
- 39 dell’Esercito Italiano;
- 33 dell’Arma dei Carabinieri;
- 25 dell’Aeronautica Militare;
- 23 della Polizia Penitenziaria;
- 18 della Marina Militare;
- 3 dei Vigili del Fuoco.

Una chiara dimostrazione che lo sport di eccellenza non può fare a meno delle donne e degli uomini in uniforme che hanno vinto, a livello individuale e di squadra, buona parte delle medaglie (di cui 12 d’oro), assicurando un indubbio prestigio all’Italia!

Un’eccezione nel “ricorso alla divisa” accettata anche da coloro che affermano di spaventarsi quando vedono un’uniforme!

Senza tale apporto, ben poche medaglie sarebbero state vinte a Parigi (come nelle precedenti edizioni) e la nostra posizione nella classifica ufficiale sarebbe stata ben oltre il 9 posto.

Si tratta di una partecipazione che risale agli albori delle Olimpiadi moderne: in quelle di Londra del 1908 il marinaio Enrico Porro del Cacciatorpediniere “Castelfidardo” della Regia Marina vinse una medaglia d’oro nella lotta greco-romana.

Una realtà che ha avuto ampio sviluppo soprattutto nel secondo dopoguerra, quando gli atleti di spicco e gli sportivi professionisti (in particolari calciatori), chiamati ad assolvere il servizio militare di leva venivano destinati ai “battaglioni atleti” dove potevano continuare ad allenarsi per la propria disciplina mantenendo così una elevata condizione psico-fisica.
Una forma di attenzione che consentiva alle squadre e alle organizzazioni sportive del CONI di disporre di questi coscritti evitando loro le fatiche del servizio militare e dall’altro, all’Istituzione, di beneficiare della loro presenza, per una qualificata immagine nell'ambito dello sport nazionale quando la considerazione per le Forze Armate non aveva i livelli di gradimento attuali.

Con la completa professionalizzazione si è continuato a mantenere attivo questo peculiare aspetto dello sport militare, ed in particolare quello d'eccellenza, nella convinzione che questi giovani atleti possano fornire un significativo contributo al consolidamento del senso di appartenenza nonché di fungere da stimolo per l'attività sportiva diffusa, anche attraverso il potenziamento del numero e della qualità degli istruttori. ​

Un grande “valore aggiunto” allo sport nazionale, che meriterebbe di ricevere una maggiore visibilità in ambito opinione pubblica, visto il consistente supporto fornito al CONI, nella considerazione che gli Atleti in uniforme sono completamente a carico delle relative Istituzioni (e si allenano nei rispettivi centri sportivi) che impegnano consistenti risorse umane e finanziarie in questo settore.

Un riconoscimento del ruolo primario della Difesa, e degli altri Dicasteri, che meriterebbe di porre alla presidenza del CONI un militare di esperienza nel settore (e ce ne sono), tenuto anche conto della competenza maturata dall’Italia – a partire dal 1949 – in ambito Consiglio Internazionale dello Sport Militare (CISM), istituito nel 1948 con l'obiettivo di stringere relazioni permanenti tra le Forze Armate nel campo dello sport (ad oggi hanno aderito 141 Paesi).

Del resto, fu l’onorevole Carlo Montù, ufficiale del Regio Esercito, a promuovere nel 1914 la nascita del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, per diventarne poi commissario nel 1920-1921!


Giorgio Battisti
 
  


 
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