Notizie dal Mondo

Ucraina, Whatever it takes?
A che punto siamo con la situazione? una considerazione del generale Tricarico presidente Icsa
12-12-2025 - “Whatever it takes”, tutto ciò che è necessario per l’Ucraina, verrebbe da rispondere di istinto alle dichiarazioni proterve ed ingenerose che i due bulli, già nemici ora quasi compagni di merende, stanno riservando, in inedita sintonia, ai paesi europei. In questi casi però è bene contare fino a dieci, e nel frattempo valutare con cura in quale impegno ci si accinga a cimentarsi e quali prospettive siano ipotizzabili dal punto di vista militare. Nella ormai scontata ipotesi che gli Stati Uniti si mettano alla finestra. Da precisare subito che la loro assenza avrebbe un peso decisivo, almeno nelle fasi iniziali di un ipotetico conflitto, salvo poi riassorbirsi con il passare del tempo. Innanzitutto la guerra bisogna saperla fare, altre ai musicisti serve un direttore d’orchestra, e le macchine da guerra ormai sono di una complessità tale che non ci si può avventurare in attività di gestione operativa se non le si è sperimentate e praticate più volte, magari in operazioni belliche reali.
Bisogna armonizzare l’operato di svariate componenti, magari multinazionali, facendo in modo che non ci siano interferenze, incomprensioni, carenze impreviste ed altro.
L’ultima volta che si è provato ad andare da soli in una circostanza molto meno complessa, la Libia del 2011, dopo due settimane esatte abbiamo dovuto chiamare in soccorso la Nato, pena il farci male tra noi.
E poi l’intelligence.
La sensazione è che l’Ucraina e sopratutto la Russia non se stiano avvalendo, probabilmente perché sprovvisti degli strumenti tipici e della cultura dell’intelligence.
I russi bombardano all’impazzata senza scalfire più di tanto le capacità militari di Kiev, gli ucraini sembrano più efficaci, ma grazie alla creatività più che ad una struttura informativa solida ed aggiornata.
È quindi precondizione ineludibile, prima di dare avvio alle operazioni, scandagliare a tappeto lo scenario russo individuando, catalogando e mettendo in priorità gli obiettivi legittimi, calendarizzando la loro neutralizzazione secondo una dottrina di condotta delle operazioni completamente rifondata rispetto a quanto osservato in questi quattro anni di guerra.
E su questo andrebbe avviata una concertazione preliminare con gli ucraini. Ancora una volta, magari sottobanco, l’attivazione da parte statunitense di un flusso informativo puntuale a supporto delle operazioni sarebbe oltremodo proficuo e qualificante.
Una cosa certamente era (e sarebbe) da fare, a prescindere dall’evolvere dei negoziati: dislocare le forze nell’area, distribuirle nei paesi del nord dove l’Alleanza ha irrobustito la sola componente della difesa aerea, far affluire cioè nei paesi contigui al teatro anche le altre componenti di attacco, ricognizione, sorveglianza, comando e controllo, rifornimento, supporto, soccorso e così via; ed iniziare a provare e riprovare senza sosta gli scenari possibili per mandare a regime il dispositivo multinazionale, per oliare bene la macchina a prescindere dal suo futuro utilizzo.
Associato alla dislocazione ed all’inserimento nelle esercitazioni delle forze di terra, il dispositivo costituirà un deterrente certo per chi continua ancora oggi a bullizzare i più deboli.
Si porrà certamente il problema della catena di comando, e più che un rischio è certezza che la politica, con i suoi riti, entrerà a gamba tesa nelle scelte che dovrebbero restare tecniche.
Per contro, i militari sono abituati a disegnare strutture di comando complesse dove ogni nazione possa ricoprire posizioni dignitose e dove allo stesso tempo gli incarichi, anche di vertice, vengano affidati a chi possiede le competenze migliori.
Nel nostro caso in particolare non tutti i paesi ipotizzabili in coalizione sono accreditati di una sufficiente esperienza, o si sono tenuti aggiornati nella condotta di operazioni belliche ad alta intensità.
E tra militari certe cose si sanno.
Proprio per questo una contaminazione politica sarebbe deleteria, introdurrebbe criticità serie in una macchina in fase sperimentale, o quasi.
Su tutto questo si dovrebbe iniziare a ragionare, anzi lo si sarebbe dovuto fare ben prima, anziché seguire passivamente la linea tracciata da altri, linea che oggi, come troppo spesso accaduto in passato, è in fase di plateale riconversione, di abbandono al proprio destino di chi si intendeva difendere da ingiustizia e sopraffazione.
Con un occhio sempre attento alle minacce non irrealistiche di chi dice che tutto potrebbe terminare anche in pochi minuti.
Leonardo Tricarico

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