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Strategia di Sicurezza Nazionale 2025: ambizioni imperiali e realtà fragili
Washington rivendica otto accordi di pace in otto mesi. Ma molti sono già collassati
14-12-2025 - Il 2 dicembre 2025, la Casa Bianca ha pubblicato la National Security Strategy che segna il ritorno di Donald Trump alla presidenza. Il documento, di oltre 100 pagine, non è una semplice dichiarazione di intenti: è un manifesto politico che ridefinisce radicalmente il ruolo americano nel mondo, combinando realismo geopolitico aggressivo, protezionismo economico e una visione neo-monroista dell’emisfero occidentale.Ma tra le dichiarazioni trionfalistiche e la realtà verificabile dei fatti si apre un abisso che solleva interrogativi fondamentali sulla credibilità della nuova dottrina strategica americana.
Otto conflitti risolti (sulla carta)
“Nel corso dei soli primi otto mesi del mio secondo mandato”, scrive Trump nella prefazione, “abbiamo risolto otto conflitti violenti — inclusi quelli tra Cambogia e Thailandia, Kosovo e Serbia, la RDC e il Ruanda, Pakistan e India, Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, e la conclusione della guerra a Gaza con tutti gli ostaggi vivi restituiti alle loro famiglie”.
Una lista impressionante. Troppo impressionante.
Perché mentre l’inchiostro della strategia si asciugava, alcuni di questi “successi” stavano già disintegrandosi sul campo.
Cambogia-Thailandia: la pace durata tre settimane
Il 4 dicembre 2025, appena due giorni dopo la pubblicazione della strategia, combattimenti violenti sono ripresi lungo il confine cambogiano-thailandese presso il tempio di Preah Vihear. Almeno dodici soldati sono morti, oltre cento sono rimasti feriti, e più di 100.000 civili sono stati costretti a evacuare le loro case.
L’accordo mediato dagli Stati Uniti nel novembre 2025 — presentato come uno dei successi diplomatici dell’amministrazione Trump — era già collassato prima ancora che il documento strategico venisse reso pubblico.
Repubblica Democratica del Congo e Ruanda: 72 ore di pace
Il cessate il fuoco tra RDC e Ruanda, firmato solennemente il 4 dicembre a Luanda sotto mediazione americana e angolana, è durato esattamente 72 ore. Il 7 dicembre, le forze del movimento M23 (sostenute dal Ruanda secondo l’ONU) hanno lanciato nuovi attacchi nella provincia del Nord Kivu.
Più di 400.000 persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case nei giorni successivi all’accordo che avrebbe dovuto portare la pace.
Gaza: una tregua sospesa nel vuoto
Sul conflitto israelo-palestinese, la strategia dichiara: “la conclusione della guerra a Gaza con tutti gli ostaggi vivi restituiti alle loro famiglie”.
La realtà è più complessa. Il cessate il fuoco parziale raggiunto continua a reggere in modo precario, ma la “fase 2” dei negoziati — che dovrebbe portare a un accordo permanente — rimane bloccata. Combattimenti sporadici continuano in diverse aree della Striscia. Secondo dati verificati, al 14 dicembre 2025, non tutti gli ostaggi sono stati liberati e le condizioni per una pace duratura appaiono lontane.
L’Operazione Midnight Hammer: il successo reale
Non tutto nel documento è propaganda. L’Operazione Midnight Hammer contro le strutture nucleari iraniane, condotta nel giugno 2025, rappresenta un successo strategico verificabile. Fonti di intelligence multiple confermano che l’operazione ha significativamente degradato la capacità di arricchimento dell’uranio dell’Iran, ritardando di anni il programma nucleare di Tehran.
Questo intervento — non dichiarato pubblicamente fino alla pubblicazione della strategia — ha alterato gli equilibri regionali in modo sostanziale, rafforzando la posizione di Israele e dei Paesi del Golfo e indebolendo l’asse della resistenza iraniana.
Qui la distanza tra retorica e realtà si azzera: il successo è documentato, verificabile e strategicamente rilevante.
La dottrina del disimpegno selettivo
Al di là delle specifiche rivendicazioni, la National Security Strategy 2025 rappresenta una rottura netta con l’approccio che ha guidato la politica estera americana dalla fine della Guerra Fredda.
“L’epoca in cui gli Stati Uniti sostenevano da soli l’intero ordine mondiale, come Atlante, è finita”, dichiara esplicitamente il documento. Washington non intende più essere il gendarme globale, ma un impero selettivo che interviene solo quando i suoi interessi vitali sono direttamente minacciati.
Questa dottrina si articola su tre pilastri:
1. Il Corollario Trump alla Dottrina Monroe**: l’emisfero occidentale viene rivendicato come zona di esclusiva influenza americana. Qualsiasi presenza militare o controllo di asset strategici da parte di “competitori non emisferici” (Cina, Russia) verrà contestata e respinta. È una dichiarazione di neo-colonialismo esplicito, che rivendica per gli Stati Uniti ciò che nega alla Cina in Asia.
2. La competizione asiatica come priorità assoluta**: l’Indo-Pacifico diventa il teatro principale della strategia americana. Contenere la Cina — economicamente, tecnologicamente, militarmente — è l’obiettivo centrale. Taiwan viene definita cruciale non per ragioni ideologiche (democrazia vs autoritarismo), ma per ragioni strutturali: semiconduttori, controllo delle rotte marittime, equilibrio della First Island Chain.
3.L’Europa come problema da gestire**: il continente europeo viene descritto con un misto di condiscendenza e preoccupazione. “I problemi più grandi che l’Europa deve affrontare includono […] cancellazione civile”, afferma il documento, riferendosi a immigrazione, declino demografico, perdita di identità nazionale. L’alleanza atlantica rimane, ma viene rinegoziata: i membri NATO devono spendere il 5% del PIL per la difesa (non più il 2%), e devono assumersi “la responsabilità primaria per la propria difesa”.
Economia come arma strategica
Uno degli aspetti più innovativi — e potenzialmente dirompenti — della strategia è l’equiparazione tra sicurezza nazionale e sicurezza economica. “La sicurezza economica è fondamentale per la sicurezza nazionale”, recita il documento, trasformando dazi, controllo delle catene di approvvigionamento, reindustrializzazione e indipendenza energetica in strumenti di difesa nazionale.
La globalizzazione non è più vista come opportunità, ma come vulnerabilità. Il libero scambio diventa un lusso che gli Stati Uniti non possono più permettersi. Al suo posto: reciprocità forzata, protezionismo strategico, “reshoring” industriale.
“Gli Stati Uniti reindustrializzeranno la propria economia”, dichiara la strategia, “riportando la produzione industriale sul territorio nazionale […] attraverso l’uso strategico di dazi”. Non è retorica elettorale: è politica dichiarata.
Il rifiuto del multilateralismo
Particolarmente significativo è il linguaggio usato per descrivere le istituzioni internazionali. Il documento accusa organismi transnazionali di voler “dissolvere la sovranità degli Stati nazionali” e di essere guidati da “anti-americanismo dichiarato”.
L’Unione Europea viene criticata per “normative nazionali e transnazionali che minano la creatività”, per politiche migratorie che stanno “trasformando il continente”, per “censura della libertà di parola” e “repressione dell’opposizione politica”.
Non si tratta di critiche diplomatiche misurate, ma di attacchi espliciti ai fondamenti dell’ordine liberale internazionale.
La strategia respinge apertamente il concetto di “ordine internazionale basato sulle regole” — quello stesso ordine che gli Stati Uniti hanno contribuito a costruire dopo il 1945 e che hanno difeso per quasi ottant’anni.
“Il mondo funziona meglio quando le nazioni danno priorità ai propri interessi”, afferma il documento. È il manifesto del nazionalismo transazionale: ogni Stato persegue i propri interessi, le alleanze sono strumentali, i valori universali sono illusioni pericolose.
Tra propaganda e pragmatismo
La National Security Strategy 2025 oscilla costantemente tra due registri: la propaganda trionfale (otto conflitti risolti, operazioni spettacolari, accordi storici) e il pragmatismo cinico (equilibri di potenza, interessi nazionali ristretti, realismo senza illusioni).
Il problema è che la propaganda mina il pragmatismo. Quando dichiari risolti conflitti che continuano a bruciare, quando rivendichi successi che collassano in tempo reale, non stai costruendo credibilità strategica — stai erodendo la fiducia nella parola americana.
E la credibilità è precisamente ciò di cui una superpotenza ha bisogno quando tenta di rinegoziare l’ordine globale. Se gli alleati non possono fidarsi delle dichiarazioni di Washington, perché dovrebbero accettare di spendere il 5% del PIL per la difesa? Se i partner economici vedono gli “accordi di pace” americani collassare dopo settimane, perché dovrebbero scommettere sulle garanzie commerciali statunitensi?
L’Europa di fronte alla scelta
Per l’Europa, la strategia rappresenta un momento di verità differito troppo a lungo.
Washington non offre più protezione automatica, ma un contratto condizionato: spendete di più, riformatevi profondamente, allineate le vostre politiche commerciali e tecnologiche alle nostre, oppure arrangiatevi.
“Non è affatto ovvio che alcuni Paesi europei avranno economie e forze armate sufficientemente robuste da rimanere alleati affidabili”, afferma brutalmente il documento.
È una minaccia appena velata: se non cambiate rotta, potreste diventare irrilevanti per i nostri interessi strategici.
Ma l’Europa può davvero permettersi una rottura con gli Stati Uniti? E gli Stati Uniti possono davvero permettersi un’Europa debole, divisa, esposta all’influenza di Russia e Cina?
La strategia scommette che la pressione americana costringerà l’Europa a riformarsi. Ma la storia suggerisce che la pressione esterna produce spesso reazioni nazionaliste e centrifughe, non convergenza strategica.
Il Medio Oriente: dalla centralità alla periferia
Forse la trasformazione più radicale riguarda il Medio Oriente.
“I giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana […] sono fortunatamente finiti”, dichiara la strategia.
Questo declassamento strategico riflette una realtà: l’indipendenza energetica americana, l’indebolimento dell’Iran, la normalizzazione parziale tra Israele e alcuni Stati arabi hanno ridotto l’urgenza della regione per Washington.
Ma il Medio Oriente ha una lunga storia nel non conformarsi ai piani delle grandi potenze. I conflitti che Washington considera “risolti” o “gestibili” hanno la tendenza a esplodere proprio quando vengono marginalizzati.
Un mondo più instabile
La National Security Strategy 2025 non promette stabilità globale. Promette sicurezza americana attraverso forza militare, dominanza economica e disimpegno selettivo. Il resto del mondo dovrà arrangiarsi — o allinearsi.
È una visione coerente con l’America First, ma incompatibile con l’ordine internazionale costruito dal 1945. Non è un aggiustamento della strategia precedente: è la sua demolizione programmatica.
Il documento presenta questa trasformazione come realismo necessario dopo decenni di illusioni globaliste. I critici la vedono come regressione neo-isolazionista mascherata da pragmatismo.
La verità probabilmente sta nel mezzo: gli Stati Uniti non possono più sostenere i costi dell’egemonia globale, ma il mondo che emergerà dalla loro ritirata selettiva non sarà necessariamente più stabile o più sicuro — nemmeno per l’America stessa.
La credibilità come risorsa strategica
Resta la questione centrale: come può una strategia fondata sulla “pace attraverso la forza” essere credibile quando gli accordi di pace che rivendica collassano in tempo reale?
La contraddizione non è marginale. Se Washington vuole essere presa sul serio come mediatrice globale — come “il Presidente della Pace”, secondo la retorica trumpiana — deve produrre risultati duraturi, non cessate il fuoco di settantadue ore presentati come risoluzioni storiche.
L’Operazione Midnight Hammer dimostra che l’amministrazione Trump è capace di successi strategici reali quando usa la forza militare con precisione chirurgica. Ma la diplomazia richiede pazienza, costruzione di fiducia, credibilità accumulata nel tempo — esattamente le qualità che il documento sembra disprezzare come debolezza.
Conclusione: una scommessa ad alto rischio
La National Security Strategy 2025 è una scommessa: che l’America possa ritirarsi dall’ordine globale che ha costruito senza pagare costi eccessivi; che gli alleati accetteranno condizioni più dure per mantenere l’alleanza; che i competitori rispetteranno le “linee rosse” americane anche mentre Washington riduce i suoi impegni; che la forza militare e la leva economica possano sostituire le istituzioni multilaterali.
Potrebbe funzionare. Ma la storia suggerisce che quando una superpotenza rinuncia al ruolo di garante dell’ordine internazionale, il vuoto che lascia viene riempito — raramente in modi prevedibili o desiderabili.
E quando quella superpotenza costruisce la propria strategia su rivendicazioni che la realtà smentisce in tempo reale, rischia di scoprire che la credibilità — una volta perduta — è la risorsa strategica più difficile da ricostruire.
Pierangelo Panozzo

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