Politica

Realismo strategico contro le illusioni
Perché il discorso dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone segna una svolta nel dibattito sulla sicurezza europea
03-02-2026 - Nel rumore di fondo che accompagna il dibattito europeo sulla difesa – spesso dominato da slogan, posture ideologiche e semplificazioni mediatiche – l’intervento di Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare della NATO, si distingue per chiarezza, rigore e soprattutto realismo strategico. Non è un discorso “politico” in senso stretto, né un esercizio accademico: è una lettura operativa del mondo così com’è, non di come alcuni vorrebbero che fosse.Il mito dell’invincibilità russa smontato dai fatti
Sul conflitto in Ucraina, Cavo Dragone usa parole nette e difficili da aggirare.
La guerra, dopo anni di combattimenti, non ha prodotto per Mosca i risultati strategici inizialmente perseguiti.
Il mancato successo del blitz su Kyiv non è un dettaglio tattico, ma il segnale del collasso dell’intero impianto strategico originario.
Il dato più significativo, sottolineato dall’ammiraglio, è che la Russia non controlla nemmeno integralmente il Donbass, nonostante l’enorme investimento militare, umano ed economico. Continuare a definire il conflitto come “operazione speciale” appare quindi, nella sua analisi, una costruzione narrativa scollegata dalla realtà sul terreno.
Non è propaganda occidentale: è valutazione militare basata su obiettivi, tempi e risultati.
Questa lettura ha un valore politico indiretto ma decisivo: demolisce l’idea che l’Europa debba adattarsi a una presunta inevitabile vittoria russa.
Al contrario, dimostra che la deterrenza funziona quando è sostenuta da coesione, capacità e continuità.
Esercito europeo: il limite strutturale delle illusioni sovranazionali
Uno dei passaggi più interessanti – e forse più scomodi per una certa retorica europea – riguarda la questione dell’esercito comune dell’Unione.
Cavo Dragone non nega l’esigenza di una difesa europea più solida; nega però la fattibilità di un esercito sovranazionale nel senso classico del termine.
Il punto è giuridico, politico e operativo: le forze armate restano prerogativa sovrana degli Stati.
Non esiste un esercito della NATO, così come non può esistere un esercito dell’Unione Europea.
Esistono eserciti nazionali messi a disposizione di un comando comune, secondo regole condivise.
Qui l’ammiraglio introduce un concetto chiave: il modello NATO come struttura “pantografabile” anche in ambito UE. Non integrazione forzata, ma cooperazione strutturata, permanente e credibile.
È una visione che ridimensiona le ambizioni simboliche, ma rafforza l’efficacia reale.
In altre parole, meno bandiere e più catene di comando funzionanti.
Il legame transatlantico: interdipendenza, non sudditanza
Sul rapporto con gli Stati Uniti, Cavo Dragone evita sia il tono allarmistico sia quello consolatorio. La NATO, afferma, non può esistere senza gli USA.
Ma allo stesso tempo, gli Stati Uniti non possono fare a meno della NATO. È un rapporto di interdipendenza strutturale, non di subordinazione unilaterale.
L’ipotesi di un riequilibrio dell’impegno americano in Europa viene affrontata con maturità strategica: se avverrà, sarà graduale, coordinata e non traumatica.
Questo richiede però un’Europa più responsabile, non più retorica. Più capacità, non più dichiarazioni.
Anche dossier delicati come quello della Groenlandia vengono inseriti in questa cornice di realismo: le decisioni politiche condivise all’interno dell’Alleanza restano, al momento, la linea più solida per evitare destabilizzazioni inutili.
Il contesto che rende urgente questo realismo: l’Europa nella tempesta perfetta
L’intervento di Cavo Dragone non cade nel vuoto.
Arriva in un momento in cui l’Europa attraversa quella che potremmo definire una “tempesta perfetta” strategica, dove convergono simultaneamente diverse crisi sistemiche.
Il ritorno di Trump e la pressione sul burden sharing.
L’amministrazione Trump 2.0 ha ripreso con rinnovato vigore il tema della condivisione degli oneri all’interno della NATO.
Le dichiarazioni sulla Groenlandia, per quanto controverse nella forma, segnalano una realtà che molti europei preferiscono ignorare: Washington considera sempre più gravoso l’impegno unilaterale nella sicurezza europea.
La richiesta di portare le spese militari al 2% del PIL non è più negoziabile – e per molti alleati europei nemmeno sufficiente.
Il messaggio implicito è chiaro: o l’Europa diventa un partner credibile, o gli Stati Uniti ridefiniranno le priorità strategiche guardando altrove, verso l’Indo-Pacifico.
La paralisi tedesca e il vuoto di leadership
La caduta del governo Scholz e l’incertezza politica in Germania hanno creato un vuoto di leadership proprio quando l’Europa ne avrebbe più bisogno.
Berlino, tradizionalmente riluttante su temi di difesa, si trova ora in una fase di transizione che blocca decisioni cruciali.
La Zeitenwende (svolta epocale) annunciata dopo l’invasione dell’Ucraina rischia di rimanere incompiuta, mentre il dibattito elettorale tedesco evita accuratamente le questioni più spinose: chi pagherà per il riarmo? Come conciliare vincoli di bilancio e investimenti militari?
Quale ruolo per la Bundeswehr in un’Europa sotto pressione?
I negoziati sull’Ucraina e il rischio di una pace instabile
Le discussioni su possibili scenari negoziali per l’Ucraina pongono l’Europa di fronte a un dilemma strategico: accettare un compromesso che potrebbe consolidare le conquiste russe, o sostenere una resistenza prolungata senza certezze sulla tenuta del sostegno occidentale?
La posizione di Cavo Dragone sul fallimento strategico russo assume qui un significato particolare: suggerisce che cedere ora a Mosca significherebbe premiare un’aggressione che non ha raggiunto i propri obiettivi, creando un pericoloso precedente.
Ma questa fermezza richiede una coesione europea che, al momento, appare fragile.
Il dibattito sull’autonomia strategica e le sue contraddizioni.
Macron continua a invocare l’autonomia strategica europea, ma il concetto rimane ambiguo e divisivo.
Per la Francia significa capacità di proiezione indipendente; per i paesi baltici e la Polonia significa prima di tutto difesa territoriale sotto ombrello NATO; per l’Italia capacità industriale e tecnologica; per la Germania un incubo budgetario.
Cavo Dragone, rifiutando l’idea di un esercito europeo sovranazionale, taglia corto su questa ambiguità: l’autonomia non può essere un sostituto dell’Alleanza Atlantica, ma al massimo un suo complemento. È una posizione che delude i sovranisti europei ma che riconosce i vincoli della realtà.
L’Artico come nuovo fronte strategico
Meno visibile ma non meno importante, l’Artico emerge come teatro di competizione geopolitica crescente.
Lo scioglimento dei ghiacci apre nuove rotte commerciali e l’accesso a risorse strategiche, mentre Russia e Cina intensificano la loro presenza militare nella regione.
La questione della Groenlandia, sollevata da Trump, per quanto gestita in modo goffo, punta a un problema reale: la NATO deve presidiare questo spazio o rischia di trovarsi con un fianco scoperto.
Cavo Dragone, menzionando la linea condivisa sulla Groenlandia, riconosce implicitamente che l’Alleanza deve affrontare questa sfida senza drammatizzazioni ma con determinazione.
In questo quadro, l’intervento dell’ammiraglio assume il valore di una bussola strategica.
Mentre il dibattito politico europeo oscilla tra wishful thinking (l’illusione di un’autonomia a costo zero) e panic mode (la paura dell’abbandono americano), Cavo Dragone riporta la discussione su un piano operativo: cosa possiamo fare davvero, con quali risorse, secondo quali meccanismi di comando, per quali obiettivi concreti.
Non è un caso che questo richiamo al realismo arrivi dal vertice militare della NATO, non da un politico.
I militari, per formazione e funzione, ragionano in termini di capacità, non di aspirazioni. E in questa fase storica, è esattamente questo tipo di lucidità che serve.
Una dottrina implicita per l’Europa che verrà
Mettendo insieme i vari elementi, l’intervento di Cavo Dragone delinea una vera e propria dottrina implicita della sicurezza europea.
Fine delle illusioni su vittorie rapide russe o scorciatoie istituzionali europee; centralità del dato militare valutato su obiettivi, risultati e sostenibilità nel tempo; cooperazione pragmatica attraverso modelli esistenti che funzionano meglio di architetture teoriche; ancoraggio atlantico consapevole, non ideologico ma strategicamente necessario.
È una visione che può non piacere a chi vive di slogan, ma che parla il linguaggio di chi deve prendere decisioni con conseguenze reali.
E che, soprattutto, tiene conto del contesto in cui l’Europa si trova: sotto pressione americana a fare di più, divisa internamente su come farlo, alle prese con una guerra alle porte e con un panorama strategico globale sempre più competitivo.
Conclusione
Il valore del discorso dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone sta proprio qui: nel riportare il dibattito europeo sulla sicurezza dal piano dell’aspirazione a quello della responsabilità. In un’epoca segnata da guerre ad alta intensità, ritorno della forza e instabilità sistemica, il realismo non è cinismo. È l’unica forma possibile di serietà strategica.
E forse, oggi più che mai, è esattamente ciò di cui l’Europa ha bisogno: meno proclami sull’autonomia strategica e più investimenti concreti in capacità militari; meno retorica sull’esercito europeo e più cooperazione strutturata; meno illusioni su un mondo post-atlantico e più consapevolezza che la sicurezza europea, nel futuro prevedibile, dipenderà dalla capacità di essere partner credibili degli Stati Uniti, non alternativi ad essi.
La lezione di Cavo Dragone è semplice, ma radicale: la strategia non si fa con i desideri, si fa con i mezzi.
E i mezzi dell’Europa, oggi, passano ancora – e per molto tempo ancora – attraverso l’Alleanza Atlantica.
Pierangelo Panozzo

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