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foto di: Archivio cybernaua e Panozzo
Gibuti: il fragile equilibrio tra politica, potenze e migrazioni
Il Paese riuscirà a trasformare il suo ruolo di piattaforma strategica in opportunità per rafforzare governance, sicurezza e diritti umani?
07-03-2026 - Gibuti cammina sul filo del rasoio geopolitico.
Con il presidente Ismail Omar Guelleh al potere da oltre un quarto di secolo, basi militari cinesi e americane a pochi chilometri l’una dall’altra e rapporti delicati con l’Etiopia e il Somaliland, ogni scossone interno può avere conseguenze regionali.
La domanda che pesa sul paese è tanto semplice quanto inquietante: se Guelleh venisse a mancare improvvisamente, chi riuscirebbe a garantire stabilità in un contesto così denso di interessi contrastanti?

Il sesto mandato di Guelleh: continuità garantita, opposizione assente
Il 26 ottobre 2025 il parlamento gibutino ha approvato una revisione costituzionale che elimina il limite di età presidenziale, inasprisce i requisiti di residenza per i candidati e sopprime l’obbligo di referendum per l’adozione di nuove riforme.
Pochi giorni dopo, Guelleh, 77 anni, ha ufficializzato la propria candidatura per un sesto mandato — lo stesso uomo che nel 2022, in un’intervista alla BBC, aveva risposto tre volte “no” a chi gli chiedeva se si sarebbe ricandidato: “Ho superato il limite di età e devo passare il testimone.”
La scarsa opposizione interna, con soli 7 seggi su 65 dell’Assemblea nazionale e il boicottaggio dei principali partiti critici MRD e ARD, alimenta la percezione di un regime blindato.
Omar Ali Ewado, presidente della Lega gibutina per i diritti umani, denuncia una “presidenza a vita”: “Il popolo di Gibuti è privato del diritto di scegliere liberamente i propri leader.”
La comunità internazionale osserva, per ora, senza interventi decisivi.
Il nodo centrale resta inquietante: cosa succederebbe se Guelleh morisse o fosse costretto a dimettersi? Con basi straniere, investimenti esteri e debito così concentrati, una successione improvvisa potrebbe trasformarsi in una crisi regionale.

Basi militari e competizione globale
Gli Stati Uniti mantengono Camp Lemonnier, la più grande base permanente in Africa, con circa 4.000 militari, fulcro delle operazioni anti-al-Shabaab.
La Cina ha aperto la sua prima base permanente all’estero vicino al porto Doraleh, a soli undici chilometri da Camp Lemonnier.
L’Italia gestisce la Base Amedeo Guillet dal 2013, a supporto delle missioni anti-pirateria nel Golfo di Aden.
Questa densità militare in un territorio minuscolo ha trasformato Gibuti in una piazza dove la competizione globale si gioca in tempo reale.
//www.cybernaua.it/photoreportage/reportage.php?idnews=4350
I prestiti e gli investimenti cinesi hanno raddoppiato il PIL nazionale — da 2 a 4 miliardi di dollari tra il 2013 e il 2023 — ma hanno anche portato il debito estero al 68% del PIL, legando il paese a una dipendenza economica strutturale. Ogni decisione interna, ogni frizione politica rischia di riverberarsi immediatamente sulla stabilità dell’intera regione.

Etiopia, Somaliland e logistica strategica
Il 1° gennaio 2024, Etiopia e Somaliland hanno firmato un memorandum che assegna ad Addis Abeba l’accesso a 20 km di costa del Somaliland per usi navali e commerciali per 50 anni, in cambio del riconoscimento esplicito dell’indipendenza del Somaliland e di quote nelle imprese statali etiopiche.
L’accordo ha colpito Guelleh nel punto più sensibile: poche settimane prima aveva ospitato un incontro tra il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud e il presidente del Somaliland Muse Bihi, tentando di rilanciare il dialogo tra Mogadiscio e Hargeisa.
Il MoU ha svuotato quella iniziativa diplomatica dall’interno.
Il colpo è arrivato anche da un’altra direzione: il 26 dicembre 2025, Israele ha riconosciuto formalmente il Somaliland, consolidando ulteriormente l’isolamento diplomatico di Gibuti sul dossier più delicato della regione.
Il porto di Tadgiura, affidato in concessione trentennale alla saudita Red Sea Gateway Terminal con un investimento previsto di 180 milioni di dollari, diventa così un tentativo di recuperare centralità logistica.
Ma la dipendenza etiope non è più esclusiva: la centralità di Gibuti è ora contendibile.

Debito e contratti: la trappola cinese
Oltre la metà dei 2,6 miliardi di dollari di debito esterno è detenuta da istituzioni cinesi. La gestione del Doraleh Container Terminal, revocata unilateralmente dal governo nel 2018 nonostante le sentenze internazionali favorevoli a DP World — con 385 milioni di dollari di sanzioni ancora non pagate — ha mostrato come sovranità nazionale e interessi stranieri possano entrare in collisione con effetti immediati sull’economia e sulla diplomazia.
Ogni scelta finanziaria o infrastrutturale del governo è ormai un atto di equilibrio tra potere locale e pressioni esterne.

Migrazione e dimensione umana
I primi nove mesi del 2025 hanno visto il transito di 351.000 persone attraverso Gibuti, con un aumento del 24% rispetto al 2024.
Il costo umano è drammatico: 890 migranti morti o dispersi nello stesso periodo, contro 421 nell’anno precedente — più del doppio.
Le forze gibutiane, impegnate in Somalia con 1.800 soldati nella missione dell’Unione Africana contro al-Shabaab e 300 unità dedicate alla protezione di infrastrutture e leadership politica, non possono garantire sicurezza e assistenza a tutti.
Qui il dramma umano incontra la logica della geopolitica: le stesse rotte che i migranti percorrono per sfuggire alla povertà e alla guerra sono le stesse che le grandi potenze presidiano per ragioni strategiche.
Gibuti non è solo un crocevia di eserciti: è un crocevia di disperazione.

Uno sguardo al futuro
Gibuti attraversa una fase in cui politica interna, migrazioni, presenza militare e interessi economici internazionali si intrecciano in modo pericolosamente instabile.
Anche se Guelleh completasse il suo sesto mandato, la concentrazione di potere in mani sempre più longeve e la densità di basi straniere a distanza ravvicinata indicano che la stabilità del paese resterà strutturalmente fragile.
La vera questione non è più chi guiderà Gibuti: è se il Paese riuscirà a trasformare il suo ruolo di piattaforma strategica in un’opportunità per rafforzare governance, sicurezza e diritti umani — o se rimarrà un territorio di tensione permanente, in balia degli interessi stranieri e di flussi migratori che crescono più in fretta di qualsiasi risposta istituzionale.


Pierangelo Panozzo
 
  


 
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