Manifestazioni ed Eventi

''Geopolitica eTerre rare''
La nuova mappa del potere prende forma a Milano e l’Africa è asse portante
18-03-2026 - A Milano, il 17 marzo scorso, nell’Auditorium Giorgio Squinzi di Assolombarda, il convegno “Geopolitica e Terre Rare” si è rivelato molto più di un confronto tra esperti: è stato uno specchio delle nuove gerarchie globali. E dentro questo specchio, l’Africa non è più riflesso marginale, ma asse portante.
Ad aprire i lavori è stato il presidente di Assolombarda, Alvise Biffi, che ha richiamato il ruolo dell’industria italiana nella sfida delle materie prime critiche, sottolineando la necessità di un approccio sistemico tra imprese, finanza e istituzioni.
Ideato dal giornalista Paolo Gila e dall’analista Maurizio Mazziero, l’incontro ha posto al centro un dato ormai incontrovertibile: le terre rare non sono solo materie prime, ma infrastrutture di potere.
Africa: numeri, non più promesse
Il salto di qualità del dibattito sta nei numeri.
La Repubblica Democratica del Congo concentra circa il 70% della produzione mondiale di cobalto, elemento cruciale per batterie e mobilità elettrica.
Il Mozambico ospita uno dei più grandi giacimenti di grafite al mondo, fondamentale per gli anodi delle batterie agli ioni di litio, mentre la Namibia si sta affermando come hub emergente per uranio e terre rare leggere, con progetti minerari in espansione sostenuti da capitali internazionali.
Non si tratta più di potenziale, ma di realtà operativa. E soprattutto: di competizione.
Il panel del generale Battisti: tra analisi e cautela sulle fonti
Nel panel guidato dal generale Giorgio Battisti, il concetto di sicurezza ha assunto una dimensione concreta e misurabile. Non più solo difesa militare, ma resilienza delle supply chain.
Nel corso del dibattito è emersa con forza l’idea che una quota significativa delle catene di approvvigionamento europee attraversi aree caratterizzate da instabilità geopolitica o fragilità istituzionale.
Si tratta di una valutazione coerente con numerose analisi di settore; tuttavia, il dato percentuale circolato va inteso come ordine di grandezza e non come indicatore ufficiale puntualmente attribuibile, in assenza di una fonte pubblica diretta.
Il punto sostanziale resta però invariato: la vulnerabilità non è teorica, ma strutturale. In Africa, questo significa operare in contesti dove instabilità politica e pressione delle potenze esterne — in primis la Cina — ridefiniscono continuamente le regole del gioco.
Europa: le posizioni di Letta e Fitto
Non sono mancati interventi di peso politico, con accenti tutt’altro che rituali.
Enrico Letta ha insistito sulla necessità di una “sovranità industriale europea” costruita lungo l’intera filiera: dall’estrazione alla trasformazione, fino al prodotto finito. Una visione che mira a ridurre la dipendenza strategica senza rinunciare alla competitività globale.
Raffaele Fitto ha invece delineato un approccio più operativo, proponendo l’utilizzo coordinato degli strumenti finanziari europei per creare partnership industriali con i paesi africani, basate su co-investimenti e trasferimento tecnologico. Non più cooperazione tradizionale, ma integrazione economica mirata.
Finanza: meno visibilità, più sostanza
Il contributo degli attori finanziari ha offerto indicazioni concrete.
Société Générale ha evidenziato come il vero collo di bottiglia globale risieda nella raffinazione, ancora largamente concentrata in Asia, e come le opportunità future si giochino sulla diversificazione geografica degli impianti.
Mediobanca ha richiamato l’attenzione sul rischio di immobilizzazione del capitale in contesti geopoliticamente instabili, sottolineando la necessità di integrare l’analisi finanziaria con quella politico-strategica.
WisdomTree ha infine posto l’accento sulla dinamica della domanda: una crescita attesa molto significativa nei prossimi anni, accompagnata però da elevata volatilità e da una crescente esposizione ai fattori geopolitici.
Una chiusura meno retorica, più completa
Alla fine del convegno, una cifra resta impressa: oggi l’Europa importa oltre il 90% delle terre rare che consuma, con livelli di dipendenza che in alcuni segmenti sfiorano la quasi totalità da singoli fornitori.
Non è una vulnerabilità teorica. È una dipendenza strutturale.
In questo contesto, l’Africa rappresenta una delle poche opzioni concrete per costruire una filiera alternativa.
Ma il tempo non è neutrale: mentre l’Europa discute, altri attori consolidano la propria presenza.
Non a caso, dalle conclusioni del convegno è emersa l’intenzione di tradurre il confronto in proposte operative: rafforzamento delle partnership industriali con paesi africani selezionati, sviluppo di capacità europea nella raffinazione e creazione di strumenti finanziari dedicati alle materie prime critiche. Linee guida ancora in fase di definizione, ma già indicative di un passaggio necessario — da analisi a strategia.
Più che una sfida futura, è un ritardo già in atto.
Pierangelo Panozzo

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