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Iran, il Rubicone di terra
Il Pentagono prepara l’opzione che nessuno vuole nominare, come spiega nella sua analisi Panozzo
31-03-2026 - C’è un momento, in ogni conflitto, in cui la pianificazione smette di essere ipotetica e diventa preparazione. Quel momento, per il Golfo Persico, è arrivato il 28 marzo 2026, quando il Washington Post ha rivelato ciò che i movimenti navali americani delle ultime settimane avevano già scritto in chiaro sulle acque dell’Indo-Pacifico e dell’Oceano Indiano: il Pentagono si sta preparando a settimane di operazioni a terra in Iran.

Non un’invasione nel senso classico del termine, hanno precisato le fonti dell’amministrazione — tutte rimaste nell’anonimato — ma incursioni condotte da forze speciali e unità di fanteria convenzionale, con obiettivi selettivi e durata prolungata.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, non ha smentito: preparare opzioni operative, ha detto, è il mestiere del Pentagono, non l’annuncio di una decisione già presa. È vero.
Ed è esattamente per questo che la distinzione conta poco.

Il 28 marzo — un mese esatto dall’avvio dell’Operazione Epic Fury, la campagna aerea congiunta statunitense-israeliana iniziata il 28 febbraio 2026 — il Comando Centrale americano ha confermato l’arrivo nell’area di responsabilità del Tripoli Amphibious Ready Group, con a bordo la 31ª Unità di Spedizione dei Marines.
La USS Tripoli, nave d’assalto anfibio della classe America lunga 261 metri e con un dislocamento di 45.000 tonnellate, può operare come portaerei leggera per gli F-35B e al tempo stesso proiettare Marines per via aerea e anfibia.
A bordo delle navi del gruppo — la Tripoli, la USS New Orleans e la USS San Diego — si trovano 3.500 marinai e Marines, di cui 2.200 appartenenti alla 31ª MEU, e di questi ultimi 1.200 costituiscono il Gruppo di Combattimento di Terra. Non è un dispiegamento simbolico.
È una forza capace di assaltare una costa.

Una seconda formazione anfibia è già in transito: la USS Boxer con la 11ª MEU ha lasciato San Diego il 18 marzo, portando circa 2.500 Marines.
A questi si aggiungono elementi della 82ª Divisione Aviotrasportata — almeno 1.000 soldati dell’Immediate Response Force, capaci di dispiegarsi in qualsiasi punto del mondo entro 18 ore. Il quadro complessivo parla da solo: circa 50.000 soldati americani sono già presenti in Medio Oriente come parte della guerra con l’Iran.
L’obiettivo strategico che circola con insistenza nei corridoi del Pentagono e sui media americani ha un nome preciso: Kharg.
L’isola di Kharg, a 15 miglia dalla costa iraniana, processa il 90% delle esportazioni di greggio della Repubblica Islamica.

La sua conquista darebbe agli Stati Uniti una leva finanziaria devastante su Teheran senza richiedere un’occupazione del territorio continentale.
Tuttavia, gli analisti sono unanimi nel segnalare i rischi: le truppe stazionate sull’isola si troverebbero sotto tiro costante da missili, droni e razzi iraniani, in un raggio d’azione di appena 15 miglia dalla terraferma, senza protezione adeguata e con linee logistiche esposte. Kharg ha perso gran parte delle proprie difese sotto i bombardamenti americani, rendendola più facile da conquistare, ma altrettanto difficile da tenere.

Nelle prime ore di domenica 29 marzo, due potenti esplosioni hanno scosso il nord di Teheran, vicino a un impianto delle Guardie della Rivoluzione.
L’aviazione israeliana ha rivendicato di aver colpito impianti di produzione e stoccaggio di missili balistici, sistemi di difesa aerea e centri di comando.
Nel porto di Bandar Pol, sullo Stretto di Hormuz, un attacco congiunto ha causato cinque morti e quattro feriti.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato che i propri sistemi di difesa aerea hanno ingaggiato missili e droni iraniani, con rumori udibili in tutto il Paese.
Le Guardie della Rivoluzione hanno rivendicato di aver colpito un F-16 americano e un drone MQ-9 Reaper nel sud dell’Iran.
CENTCOM ha confermato l’episodio.

Il bilancio di un mese di conflitto è pesante su entrambi i fronti. Le forze americane hanno colpito oltre 11.000 obiettivi dall’inizio delle operazioni, incluse più di 150 navi.
Le perdite americane ammontano a 13 caduti e circa 300 feriti, la maggior parte dei quali è tornata in servizio.
Sul versante iraniano, il Ministero della Salute di Teheran ha dichiarato 2.076 vittime civili, tra cui 216 bambini, con 26.500 feriti e 336 strutture sanitarie danneggiate.

Ma è la variabile russa a cambiare la natura profonda di questo conflitto, trasformandolo da scontro bilaterale a partita geopolitica multipolare.
L’intelligence ucraina ha documentato che satelliti russi hanno fotografato la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita il 20, il 23 e il 25 marzo.
Il 26 marzo, l’Iran ha attaccato quella stessa base, ferendo diversi militari americani. Il presidente Zelensky, in un’intervista rilasciata da Doha il 28 marzo, è stato netto: se i satelliti fotografano un obiettivo una volta, si preparano; due volte, è una simulazione; tre volte, significa che entro uno o due giorni attaccheranno.
Mosca può fornire a Teheran immagini satellitari ad alta risoluzione per identificare basi attive, posizioni di aeromobili, stazioni di intelligence e flussi logistici — capacità che l’Iran, con la sua costellazione satellitare limitata, non possiede autonomamente.
Lavrov ha smentito, ma i dati dell’intelligence ucraina raccontano un’altra storia, e Washington lo sa.

Il tentativo diplomatico più concreto passa in queste ore da Islamabad, dove Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto hanno avviato colloqui per riaprire un canale negoziale tra le parti. Trump ha dichiarato di voler negoziare; Teheran nega che vi siano trattative in corso.
Nel frattempo, almeno 41 MC-130J Commando II — incluse undici unità con il nuovo radar Silent Knight per voli a bassa quota nelle missioni di forze speciali — sono in transito da RAF Mildenhall verso il Medio Oriente dall’inizio di marzo.
Gli aerei delle forze speciali non si muovono per fare pressione diplomatica.

Un mese dopo l’avvio dell’Operazione Epic Fury, il conflitto con l’Iran si trova a un bivio che nessun attore, compreso Washington, sembra voler attraversare con piena consapevolezza delle conseguenze.
L’opzione terra è sul tavolo non come bluff ma come piano operativo in fase di maturazione. La conquista di Kharg potrebbe strangolare finanziariamente Teheran o trasformarsi in una trappola strategica dalle proporzioni imprevedibili.
L’asse Mosca-Teheran ha aggiunto una dimensione d’intelligence che nessuno nell’architettura di sicurezza del Golfo aveva pienamente incorporato nei propri calcoli.
E sullo sfondo, l’Ucraina guarda con angoscia al rischio che il fronte mediorientale assorba le munizioni e l’attenzione che Kyiv non può permettersi di perdere.
La storia raramente concede la possibilità di fermarsi prima del Rubicone.
Il Pentagono ci sta costruendo sopra un ponte.


Pierangelo Panozzo
 
  


 
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