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La guerra nell’ombra
Spie, doppie identità e il fronte invisibile del conflitto iraniano: la guerra di intelligence che si combatte oggi
31-03-2026 - Dimenticate James Bond con la Walther PPK sotto l’ascella o il raffinato George Smiley uscito dalla penna di John le Carré.
La guerra di intelligence che si combatte oggi nel conflitto mediorientale ha mille volti anonimi, spesso inconsapevoli, quasi sempre sacrificabili.
Non agenti a tempo pieno addestrati nelle scuole di spionaggio, ma figure ibride — part time, dormienti, reclutate online — che conducono vite apparentemente ordinarie e segnalano, filmano, trasmettono.
Finché non vengono scoperti.
Il dato che circola nelle ultime ore è di una gravità difficile da assorbire.
Secondo fonti non ufficiali, confermate dall’ex capo del controspionaggio italiano Marco Mancini, i Pasdaran avrebbero giustiziato 813 cittadini con doppio passaporto accusati di aver fatto parte di reti informative al servizio di Mossad, CIA e intelligence azerbaigiana.

Un numero che non è verificabile attraverso canali ufficiali — il regime di Teheran non pubblica bollettini di questo tipo — ma che è coerente con le tendenze documentate: oltre 700 arresti per spionaggio o collaborazione con Israele sono stati registrati dall’inizio del conflitto, e il Ministero dell’Informazione iraniano ha annunciato solo due giorni fa la cattura di ulteriori 19 presunti mercenari al servizio di Washington e Tel Aviv.

I casi individuali documentati restituiscono la dimensione umana di questa guerra invisibile. Aghil Keshavarz, studente di architettura di 27 anni, è stato arrestato a Urmia dopo essere stato sorpreso a fotografare un edificio del quartier generale dell’esercito; comunicava con il Mossad tramite piattaforme di messaggistica criptata e riceveva compensi in criptovaluta.
Ali Ardestani era stato reclutato online da ufficiali israeliani con la promessa di un visto per il Regno Unito.
Kouroush Keyvani, fermato durante la guerra dei dodici giorni del giugno scorso, aveva ricevuto addestramento in sei paesi europei e a Tel Aviv.

Tre biografie diverse, un destino comune: la pena capitale in un sistema giudiziario che non distingue tra spie professioniste e semplici oppositori finiti in una rete più grande di loro.
Il fronte opposto è altrettanto ramificato.
I Pasdaran hanno infiltrato capillarmente i paesi del Golfo che ospitano basi americane: in Bahrein, Qatar, Kuwait e a Dubai si moltiplicano gli arresti di individui accusati di aver trasmesso immagini di installazioni militari o movimenti di mezzi.

In Europa, secondo Mancini, la rete iraniana conta su infiltrati perfettamente insospettabili, soprattutto in Gran Bretagna e Germania, funzionali tanto al controllo dei dissidenti della diaspora quanto alla preparazione di possibili operazioni contro obiettivi israeliani.
La conferma più eclatante è arrivata dalla Scozia: due cittadini iraniani sono stati arrestati mentre tentavano di introdursi nella base navale di Faslane, dove sono di stanza i quattro sottomarini Vanguard armati con i missili nucleari Trident — l’intero arsenale nucleare britannico concentrato in un unico punto.

Sul piano dell’efficacia comparata, Mancini traccia un bilancio senza sconti: la rete CIA-Mossad ha funzionato bene nell’individuare e neutralizzare i vertici militari e civili iraniani, ma ha mancato l’obiettivo strategico più importante — localizzare i siti missilistici a lunga gittata prima dell’avvio delle operazioni.
Teheran continua a colpire Israele e i paesi del Golfo: indebolita, non in ginocchio.
Questa è la vera natura del conflitto in corso.
Non solo missili e portaerei.
Una guerra nell’ombra combattuta da uomini e donne senza nome, con un telefono in tasca e una doppia vita da gestire.
Una guerra in cui l’errore non si paga con una retrocessione, ma con la morte.

P. Panozzo
 
  


 
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