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foto di: P.Panozzo
Svezia nel mirino
Russia, Cina e Iran: tre logiche di pressione, un’unica saturazione strategica
05-04-2026 - Per oltre due secoli, la Svezia ha costruito la propria identità internazionale attorno a una combinazione di neutralità, resilienza istituzionale e fiducia nella stabilità dell’ambiente nordico.
Quel modello non è crollato in un solo giorno, ma si è progressivamente eroso sotto il peso di trasformazioni che nessuna dichiarazione diplomatica avrebbe potuto arginare.
L’ingresso nella NATO nel marzo 2024 ha sancito formalmente la fine di un’eccezione storica: Stoccolma non solo condivide oggi responsabilità di difesa collettiva, ma si trova al centro di un nodo strategico nel Baltico, tra Gotland, San Pietroburgo e Kaliningrad.
La sicurezza, per la Svezia, non è più una condizione acquisita. È diventata una variabile in tensione permanente.

Il rapporto 2025 del Militära underrättelse- och säkerhetstjänsten — il servizio di intelligence militare svedese, noto con l’acronimo MUST — e la contestuale valutazione annuale della Säkerhetspolisen, pubblicata nel marzo 2026, mettono nero su bianco una novità di portata storica: Russia, Cina e Iran non sono più considerati rischi separati da gestire su dossier distinti, ma tre logiche di pressione che convergono sull’architettura di sicurezza svedese in modo simultaneo e spesso sinergico.
Charlotte von Essen, direttore del Servizio di sicurezza svedese, ha sintetizzato il quadro con una formula che vale la pena analizzare: «Le potenze straniere e gli estremisti violenti agiscono in modo tale che le minacce si fondono e si rafforzano. Alimentano la divisione e la polarizzazione.»
Non è una formula retorica. È la descrizione di un meccanismo operativo.

Il Baltico come teatro di pressione permanente
Il primo vettore di rischio è geografico e militare.
La Russia resta la minaccia principale.
Il MUST articola questa valutazione su tre orizzonti temporali distinti: nel breve periodo, entro i prossimi dodici mesi, Mosca disporrebbe già della capacità di condurre attacchi limitati nel vicinato immediato della Svezia, attraverso l’impiego combinato di strumenti convenzionali e ibridi.
Nel medio termine, tra i tre e i cinque anni, potrebbero materializzarsi operazioni più strutturate, con il controllo di aree delimitate, superiorità aerea localizzata e capacità di blocco navale.
Nel lungo periodo, oltre il 2030, il quadro potrebbe evolvere verso operazioni su vasta scala, a condizione che la Russia liberi risorse attualmente assorbite dal teatro ucraino.

Il Mar Baltico è diventato uno spazio di pressione costante ma sotto soglia.
Le interferenze ai sistemi di navigazione satellitare GNSS, le manipolazioni dei segnali AIS, la protezione aggressiva della cosiddetta shadow fleet e la crescente presenza navale russa nelle acque internazionali indicano una strategia orientata a logorare senza provocare escalation diretta.
Gli incidenti ai cavi sottomarini tra il 2024 e il 2025 — spesso privi di attribuzione certa — illustrano la logica sottostante: il danno materiale è secondario rispetto all’effetto sistemico.
Ogni interruzione aumenta i costi di sicurezza, assicurazione e sorveglianza.
La non attribuibilità diventa un’arma in sé, capace di generare incertezza strutturale senza mai oltrepassare la soglia del casus belli.

Iran: la criminalità come infrastruttura geopolitica
Il secondo livello di minaccia è interno, ma connesso all’esterno attraverso meccanismi che dissolvono la distinzione classica tra sicurezza nazionale e influenza straniera.
La Svezia, già segnata da anni di violenza di gang, si trova oggi davanti a una trasformazione qualitativa del fenomeno: la criminalità organizzata come strumento geopolitico.
Secondo la Säpo, l’Iran ha utilizzato reti criminali svedesi per colpire interessi israeliani e intimidire oppositori politici all’interno del territorio nazionale.
Il caso della rete Foxtrot e del suo leader Rawa Majid è emblematico.
Nel 2025, sia il Tesoro statunitense sia il governo britannico hanno sanzionato il network, sostenendo che aveva operato per conto o a beneficio dell’apparato iraniano.
La stessa Säpo collega il peggioramento della minaccia iraniana all’escalation del conflitto in Medio Oriente e alle misure di ritorsione attivate da Teheran dopo le operazioni militari israeliane e statunitensi del 2025-2026.
La logica operativa di questo modello è chiara: le reti criminali abbassano i costi operativi per gli attori statali, aumentano la difficoltà di prevenzione e attribuzione, e consentono una negabilità plausibile che sarebbe impossibile con strutture di intelligence formali.
Le bande diventano infrastrutture a noleggio. Non è più possibile tracciare una separazione netta tra sicurezza interna e minaccia esterna.
Sono la stessa cosa, vissuta su piani diversi simultaneamente.

Cina: la pressione silenziosa sulle catene del valore
A differenza di Russia e Iran, la Cina agisce su un piano meno visibile, ma più strutturale.
Pechino utilizza il proprio peso economico per influenzare catene del valore, ricerca e innovazione tecnologica.
Nel 2025, la Cina rappresentava di gran lunga il principale partner commerciale della Svezia tra i tre attori considerati nel rapporto MUST.
Questa asimmetria crea una vulnerabilità diversa: non legata alla sicurezza immediata, ma alla dipendenza sistemica.
Il controllo di tecnologie strategiche e supply chain può tradursi in una leva geopolitica capace di condizionare le scelte industriali e politiche nel lungo periodo, senza mai manifestarsi come atto ostile riconoscibile.
La minaccia non è un attacco.
È un condizionamento progressivo, che agisce sulla sovranità decisionale senza nemmeno dichiararsi.
Il MUST segnala inoltre come lo spazio e l’Artico stiano emergendo come nuovi ambiti di competizione, nei quali Russia e Cina sono già impegnate in attività che minacciano la sicurezza svedese, pur con motivazioni e strumenti distinti.

Convergenza funzionale: l’asse revisionista
Il dato più significativo non è la presenza di tre attori ostili, ma la loro convergenza funzionale.
Russia, Cina e Iran non agiscono necessariamente in coordinamento diretto — e sarebbe un errore analitico ridurre il fenomeno a una cospirazione organizzata — ma beneficiano dello stesso effetto: l’erosione della coesione occidentale, l’aumento del costo-paese per le democrazie avanzate, la saturazione dei sistemi istituzionali con pressioni che non raggiungono mai la soglia della risposta formale.
Tra fine 2025 e inizio 2026, questa convergenza ha assunto contorni più netti: l’Iran ha finalizzato un Trattato di Partenariato Strategico ventennale con la Russia e ha accelerato il Programma di Cooperazione venticinquennale con la Cina, mentre Russia e Cina hanno progressivamente fornito a Teheran asset strategici nel campo della sorveglianza e della guida missilistica.
Non è un’alleanza formale.
È una convergenza di interessi revisionisti che produce effetti sistemici sull’ordine euro-atlantico.

La risposta di Stoccolma: difesa totale e integrazione istituzionale
Di fronte a questo scenario, la Svezia ha avviato una trasformazione profonda.
Il modello della difesa totale — che coinvolge Stato, economia e società — è tornato centrale nella pianificazione strategica.
Il bilancio della difesa è in forte crescita, con l’obiettivo di superare il 3% del PIL entro il 2028, una soglia che collocherebbe Stoccolma tra i Paesi NATO con la spesa relativa più elevata.
Non si tratta solo di riarmo tradizionale, ma di una strategia più ampia che include protezione delle infrastrutture critiche, sicurezza cyber e resilienza civile.
Parallelamente, è prevista la creazione di un nuovo servizio di intelligence civile esterna entro il 2027, segnale di un passaggio chiave: la Svezia riconosce che la sicurezza moderna richiede integrazione tra intelligence, polizia e difesa, e che i confini istituzionali tra questi ambiti costituiscono oggi una vulnerabilità in sé.

Due scenari per il futuro
Le traiettorie che si aprono davanti alla Svezia sono fondamentalmente due.
Nel migliore degli scenari, Stoccolma riesce a trasformare la pressione subita in vantaggio strategico, diventando un modello di resilienza nordica: maggiore capacità di attribuzione, riduzione degli incidenti ibridi, contenimento del reclutamento criminale da parte di attori stranieri, stabilità sociale.
I segnali in questa direzione esistono: l’aumento della spesa, la cooperazione con i partner NATO, il rafforzamento del quadro legislativo interno.
Nel peggiore degli scenari, si entra in una fase di saturazione ibrida permanente.
Non un grande evento destabilizzante, ma una sequenza continua di micro-crisi: sabotaggi, cyberattacchi, intimidazioni transnazionali, disinformazione capillare.
Il risultato sarebbe un aumento del costo-paese con effetti su economia, investimenti e coesione interna, senza che nessuno dei singoli episodi raggiunga mai la soglia di visibilità necessaria per mobilitare una risposta proporzionata.

La Svezia come laboratorio geopolitico
Osservare la Svezia oggi significa anticipare una tendenza che riguarda l’intera architettura di sicurezza europea.
La Svezia non è un caso eccezionale: è un caso avanzato. Anticipa ciò che altre democrazie aperte, digitali e interconnesse si troveranno ad affrontare su scale temporali più lunghe.
Il punto centrale non è stabilire quale delle tre minacce sia prevalente, ma comprendere come esse interagiscano, si sommino e si amplifichino reciprocamente.
La distinzione tra guerra e pace, interno ed esterno, civile e militare si sta progressivamente dissolvendo. Per analisti e decisori, la lezione è chiara: la competizione geopolitica contemporanea non si gioca più solo sui territori, ma sulle connessioni, le vulnerabilità e la capacità di resistenza delle società aperte.
La Svezia, nel Baltico, è oggi il luogo dove questa trasformazione è più visibile.
E forse, anche, il primo banco di prova per capire se l’Europa saprà adattarsi a una sicurezza che non concede più zone grigie.

Pierangelo Panozzo
 
  


 
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