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foto di: web
La Nato non esiste più ?
Lo farebbero intendere le parole di Ari Fleischer e la crisi di una alleanza che ha scelto la neutralità nel momento del fuoco
08-04-2026 - Ari Fleischer non è un personaggio di secondo piano del panorama politico americano, né un tribuno del populismo di provincia.
È stato portavoce della Casa Bianca durante la presidenza di George W. Bush, uomo di Washington nel senso più autentico del termine, figura dell’establishment repubblicano che ha attraversato decenni di relazioni transatlantiche con piena cognizione di causa.
Per questo le sue parole, pubblicate in questi giorni sui social media nel pieno della guerra contro l’Iran, vanno lette con attenzione analitica e non liquidate come sfogo emotivo.
“Quando tutto questo sarà finito”, ha scritto Fleischer, “la parte occidentale della NATO non sarà più la stessa.
Spagna, Inghilterra, Francia e Italia ci hanno tradito, come purtroppo hanno fatto spesso in passato. Le nazioni dell’Europa orientale sono il cuore della NATO.
Spendono soldi per la difesa, sanno combattere e amano gli Stati Uniti”.

Parole che hanno fatto rumore, e che rumore hanno fatto.
L’ex deputato repubblicano Adam Kinzinger, critico dichiarato di Trump, ha risposto senza mezzi termini: “Ari, sei fuori di testa. Non puoi incolpare Trump di nulla, nemmeno di aver passato una vita a screditare i nostri amici”.
Ma la polemica sollevata da Kinzinger non tocca il merito geopolitico della questione: tocca la narrativa interna americana, non la realtà delle scelte europee.
E quella realtà è difficile da contestare nei fatti.
Spagna, Italia e Francia hanno ciascuna, con modalità e motivazioni differenti, limitato o negato l’accesso militare americano nel quadro delle operazioni legate alla guerra in Iran.
La Spagna ha chiuso il proprio spazio aereo agli aerei statunitensi coinvolti nel conflitto, dopo aver già vietato l’utilizzo delle basi co-gestite di Rota e Morón.
Il ministro della Difesa Margarita Robles ha precisato che la decisione era stata comunicata alle forze americane fin dall’inizio.

L’Italia, nel giro di ventiquattr’ore, ha negato l’accesso a Sigonella — base strategicamente vitale in Sicilia — aggiungendo un ulteriore tassello a un mosaico di esitazioni sempre più evidente nelle cancellerie europee.
Sul caso italiano va però operata una distinzione necessaria.
Un funzionario americano senior ha dichiarato alla stampa che l’Italia è attualmente “di supporto” nel fornire accesso, basing e sorvolo alle forze statunitensi, smentendo le ricostruzioni circolate sulla negazione di atterraggi a Sigonella.
La posizione di Roma rimane dunque ambigua, stratificata tra il profilo atlantista di Giorgia Meloni e le pressioni interne di un Paese che ospita basi cruciali come Sigonella e Aviano, ma che deve fare i conti con un’opinione pubblica e una coalizione parlamentare non monolitiche rispetto alle operazioni in Medio Oriente.

Fleischer ha poi aggiunto una riflessione sul quadro d’insieme che è interessante per la sua lucidità, al di là del tono assertivo: “Il mondo sta cambiando. Da questa guerra emergerà un nuovo gruppo di nazioni più giovani, consapevoli del vero potere e dell’importanza della forza.
Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Arabia Saudita, Israele e l’Europa orientale ne usciranno più forti che mai. L’Europa occidentale continuerà a rimanere indietro”.

È una lettura che trova riscontro anche nelle osservazioni del Segretario Generale della NATO Mark Rutte, il quale ha riconosciuto pubblicamente la frustrazione americana verso gli alleati europei, pur contestualizzandola: ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno consultato gli alleati prima di avviare la campagna, volendo mantenere l’operazione riservata — circostanza che ha inevitabilmente rallentato la capacità di coordinamento europeo.
Ma il punto politico centrale resta irrisolto.
La frattura che si è aperta non è tecnica, non è procedurale. È di natura strategica e valoriale.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato apertamente che, a conflitto concluso, gli Stati Uniti dovranno “riesaminare” il rapporto con la NATO e “il valore di quella alleanza per il nostro Paese”.
Non è retorica da campagna elettorale. È la posizione dell’amministrazione in carica, espressa da uno dei suoi esponenti più sobri e strategicamente avveduti.

Il generale in pensione Keith Kellogg ha parlato di alleati rivelatisi “codardi”, chiedendosi se non sia venuto il momento di costruire “una nuova NATO, un nuovo assetto difensivo”.
Fleischer non usa quella parola, ma la sostanza è la medesima: una riallocazione della fiducia strategica verso l’Europa orientale, che spende in difesa, che comprende il linguaggio della forza, che non si è inchinata alla Realpolitik dell’acquiescenza.
Questo dibattito ha ricadute dirette sull’Italia.
Roma non può permettersi l’ambiguità sine die.
Sigonella e Aviano non sono basi americane per grazia diplomatica ricevuta: sono il cuore pulsante della proiezione di potenza statunitense nel Mediterraneo orientale e nel Golfo.
La loro fruibilità è il fondamento dell’ombrello di sicurezza sotto cui l’Italia opera, commercia, esporta. Una politica di distanza controllata dalla crisi iraniana può essere comprensibile sul piano interno; sul piano strategico espone il paese a conseguenze di lungo periodo che nessun comunicato ministeriale potrà riparare.

Fleischer ha scritto che “avrebbero potuto e dovuto sostenerci. Non come alleanza NATO, ma come singole nazioni libere. Tutto ciò che volevamo erano i diritti di sorvolo e il pieno accesso agli aeroporti. Hanno fatto le loro scelte. Presto ne vedranno i risultati.”
Profezia, avvertimento o semplice constatazione?

Probabilmente tutte e tre le cose insieme. Il dato politico con cui l’Europa — e l’Italia in particolare — deve fare i conti è che Washington non dimentica.
Non lo ha fatto dopo il 2003, non lo farà dopo il 2026. Le alleanze si misurano nei momenti di pressione, non nelle dichiarazioni di principio rilasciate in tempo di pace.
La NATO non è morta.
Ma la NATO che abbiamo conosciuto — fondata sull’asimmetria accettata tra contribuenti e beneficiari — sta attraversando la sua crisi più profonda dai tempi della guerra fredda.
E le parole di un portavoce della Casa Bianca dell’era Bush, lontano dal trumpismo di estrazione populista, sono forse il segnale più eloquente di quanto profonda sia quella crisi.




Pierangelo Panozzo
 
  


 
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