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foto di: cybernaua archivio
Purga silenziosa
Come Trump sta rifondendo il Pentagono sulla fedeltà personale nel mezzo di una guerra
09-04-2026 - l 2 aprile 2026, alle prime ore del mattino, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha chiamato al telefono il generale Randy George — 41° Capo di Stato Maggiore dell’Esercito americano, veterano di Desert Storm, Iraqi Freedom e della campagna in Afghanistan, nominato dal Senato nel 2023 con mandato regolare fino all’estate 2027 — e gli ha comunicato di doversi dimettere con effetto immediato.
La chiamata è avvenuta all’insaputa dei diretti superiori di George.
Il Pentagono ha formalizzato la notizia con un comunicato di quattro righe: “Gli auguriamo il meglio per il suo pensionamento”.

Nello stesso giorno sono stati rimossi il generale David Hodne, comandante dell’Army Transformation and Training Command, e il maggiore generale William Green, capo dei cappellani militari.
In quel momento, i futures del greggio WTI superavano i 111 dollari al barile, l’Iran annunciava rappresaglie contro basi americane negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait, e il Pentagono pianificava nuovi attacchi sull’asse Teheran-Karaj.
Nessun riferimento operativo è stato addotto come motivazione dei licenziamenti.

Ciò che si sta consumando al Pentagono è un processo di rifondazione dell’apparato militare americano sulla fedeltà personale al Presidente, condotto con metodo sistematico e in assenza di cause formalmente dichiarate.
Non si tratta di una riorganizzazione strutturale né di un’applicazione della dottrina del controllo civile sulle Forze Armate — principio costituzionalmente fondato e storicamente praticato negli Stati Uniti.
Si tratta di qualcosa di qualitativamente diverso: la sostituzione dell’élite militare professionale con una catena di comando selezionata per la deferenza ideologica e la consonanza politica con l’amministrazione Trump-Hegseth, nel mezzo di un conflitto attivo in Medio Oriente.

La lista degli ufficiali rimossi dal secondo gennaio 2025 è di portata inedita.
Hegseth ha fatto uscire dalla scena il presidente del Joint Chiefs C.Q. Brown Jr., l’ammiraglio Lisa Franchetti (prima donna a guidare la Marina americana), il generale Timothy Haugh (direttore della NSA e del Cyber Command), l’ammiraglio Shoshana Chatfield (rappresentante del Pentagono al Comitato militare NATO), il generale Jeffrey Kruse (direttore della Defense Intelligence Agency), l’ammiraglio Linda Fagan (Guardia Costiera).
Ha rimosso i Judge Advocates General dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica — i massimi avvocati militari delle tre armi — dichiarando esplicitamente di non volere “roadblocks” nella catena di comando.
Ha forzato il pensionamento del vicecomandante dell’Esercito James Mingus con oltre un anno di anticipo.
Il generale Kruse, nel caso specifico, è stato rimosso dopo che la Defense Intelligence Agency aveva pubblicato una valutazione tecnica secondo cui i raid sul programma nucleare iraniano erano stati meno efficaci di quanto l’amministrazione sostenesse pubblicamente: la difformità tra giudizio professionale e narrazione politica è costata il posto.

Questa dinamica merita attenzione particolare, perché tocca il nervo più delicato del rapporto tra potere politico e apparato militare in una democrazia costituzionale.
Il controllo civile sulle Forze Armate è un principio che la storia americana ha praticato in modo rigoroso, anche nei momenti di tensione più acuta.
Truman licenziò MacArthur nel 1951 per insubordinazione pubblica e aperta violazione della catena di comando; Obama congedò McChrystal nel 2010 per dichiarazioni rilasciate alla stampa che minavano l’autorità presidenziale.
In entrambi i casi la causa era conclamata, verificabile, formalizzata.
Le purghe dell’era Hegseth non documentano alcuna insubordinazione: rescindono mandati, revocano promozioni, sostituiscono vertici dell’intelligence militare in assenza di imputazioni di condotta.

La forma della rimozione senza causa è essa stessa il progetto: non punire la dissidenza già espressa, ma sopprimere in anticipo la possibilità che emerga.
Le conseguenze operative di questo riassetto stanno già palesandosi.
Il senatore Chris Murphy ha riferito — citando fonti interne al Pentagono — che alcuni generali in servizio definiscono i piani per una eventuale invasione di terra in Iran “impraticabili e disastrosi”.
Il Center on Conscience & War documenta un aumento degli obiettori di coscienza tra le fila dell’esercito, con Marine Corps sempre più critici verso la linea bellica dell’amministrazione.
Il Dipartimento della Difesa ha elevato l’età massima di arruolamento da 35 a 42 anni a partire dal 20 aprile — una misura attribuita ufficialmente a esigenze di reclutamento, taciute le connessioni con le perdite e l’usura del conflitto in corso.
Al generale George subentra ad interim il generale Christopher LaNeve, già assistente militare personale di Hegseth: la scelta è, da sola, una dichiarazione di metodo.

Ciò che rende strutturalmente critica questa situazione è il contesto in cui avviene.
Gli Stati Uniti sono impegnati in un conflitto di scala media nel Medio Oriente, con uno Stretto di Hormuz chiuso da oltre quaranta giorni, un petrolio stabilmente sopra i cento dollari al barile, missili iraniani che hanno raggiunto il gruppo da battaglia della portaerei USS Abraham Lincoln nell’Oceano Indiano, perdite di velivoli confermati e un fronte diplomatico — con NATO, Spagna, Francia e gran parte degli alleati europei — in stato di aperta frizione con Washington.
In questo contesto, la qualità del consiglio militare che raggiunge il Comandante in Capo non è una questione accademica: è una variabile operativa di primo ordine.

Rimuovere sistematicamente chi ha prodotto valutazioni tecniche disallineate dalla narrativa presidenziale non significa semplicemente consolidare il controllo politico sull’apparato — significa privare il decisore di quella friction istituzionale che, nella storia militare americana, ha spesso impedito gli errori più gravi.
L’ex presidente del Joint Chiefs C.Q. Brown, apprendendola notizia del proprio licenziamento pochi minuti prima di tenere una lezione sull’etica della leadership alla Harvard University, ha detto ai militari ancora in servizio: “Non gettate la spugna.”
È una frase breve.

Pierangelo Panozzo
 
  


 
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