Notizie dall'Italia

‘’La pace come eredità incompiuta’’
Yoannis Lahzi Gaid, a colloquio con Panozzo, commemora Papa Francesco ad un anno dalla sua scomparsa
20-04-2026 - A un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, il suo messaggio di pace continua a risuonare in uno scenario internazionale segnato da conflitti persistenti, tensioni religiose e crisi economiche. Più che un ricordo, la sua figura resta un riferimento morale che interpella il presente, ma anche una domanda aperta sulla sua reale incidenza.
A riflettere su questa eredità è Yoannis Lahzi Gaid già segretario personale del Pontefice e figura attiva nel dialogo interreligioso, che abbiamo incontrato in un percorso condiviso nell’ambito di Hospitals Without Borders (HWB) e del progetto del Bambin Gesù del Cairo, iniziativa che traduce in ambito sanitario quella visione di cooperazione e fraternità promossa durante il pontificato.
Secondo mons. Gaid, oggi appare ancora più evidente quanto la centralità della pace fosse il cuore dell’azione di Francesco. Il peggioramento del quadro mediorientale — tra conflitti irrisolti, fragilità economiche e nuove polarizzazioni religiose — rende quel messaggio meno astratto e più urgente.
Francesco non si è limitato a esercitare un ruolo istituzionale: ha progressivamente assunto una funzione morale globale, riconosciuta anche al di fuori del mondo cattolico.
La sua idea di pace non si fondava su equilibri di potere, ma sulla dignità umana e sulla responsabilità condivisa.
Il rapporto con il Medio Oriente è stato uno degli ambiti in cui questa visione si è tradotta in gesti concreti. Non visite protocollari, ma presenze cariche di significato simbolico e politico.
I viaggi in Terra Santa, in Giordania e soprattutto in Egitto nel 2017 — in un contesto segnato da attentati contro i cristiani copti — hanno rappresentato momenti chiave.
In quell’occasione, ricorda Gaid, la scelta di partire non fu scontata: “Diceva che l’assenza, in certi momenti, sarebbe stata un tradimento della missione”.
L’incontro con il Presidente Abdel Fattah el-Sisi, con il Patriarca Tawadros II e con il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, così come la partecipazione alla Conferenza mondiale sulla pace, segnarono una tappa rilevante nel consolidamento del dialogo islamo-cristiano.
Per Francesco, questo dialogo non era una leva diplomatica, ma un principio: la religione come spazio di incontro e non di contrapposizione. Un’impostazione che trovò una delle sue espressioni più compiute nel Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi nel 2019.
Eppure, a un anno dalla sua morte, resta aperta una questione più complessa: quanto questo approccio sia riuscito a incidere realmente sugli equilibri internazionali.
Le guerre in Ucraina e a Gaza, il collasso del cessate il fuoco in Sudan nel 2024 e il fallimento dei negoziati multilaterali in più scenari indicano che la voce vaticana, pur ascoltata, non sempre è stata determinante. In alcuni passaggi cruciali, l’appello morale di Francesco è rimasto senza traduzione politica.
La sua eredità ha trovato continuità, piuttosto, in ambiti meno visibili ma più radicati: reti educative, iniziative interreligiose, progetti umanitari che incarnano una diplomazia dal basso, paziente e capillare.
È in questo spazio — lontano dai tavoli negoziali — che il lascito di Francesco mostra la sua tenuta più autentica.
In questo equilibrio tra limite e continuità si colloca la riflessione conclusiva di mons. Gaid: “La pace è possibile. La religione può essere un ponte e non un’arma”.
Non un’utopia, ma un criterio di giudizio sul presente e una direzione ancora praticabile.
A un anno dalla scomparsa, Francesco non appare solo come una figura da ricordare, ma come una linea di frattura ancora aperta: tra una visione del mondo fondata sulla forza e una che continua, ostinatamente, a cercare nella fraternità una possibilità politica.
Pierangelo Panozzo

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