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Israele e Somaliland
La normalizzazione che destabilizza il Corno d'Africa con questioni di notevole complessità
27-04-2026 - La nomina del primo ambasciatore israeliano ad Hargeisa e la reciproca del Somaliland a Tel Aviv riaprono le tensioni nel Mar Rosso.
Mogadiscio minaccia Bab el-Mandeb.
L'Unione Africana, l'OIC e sedici Paesi a maggioranza musulmana si schierano contro.
Ma il Somaliland risponde: "Ipocriti.”
 

Nella settimana del 15 aprile 2026, quello che sembrava un ordinario atto burocratico diplomatico — la nomina formale di due ambasciatori — ha innescato una crisi politica di dimensioni regionali che investe simultaneamente il diritto internazionale, i fragili equilibri del Corno d'Africa, le rotte marittime globali e la competizione tra potenze nel Mar Rosso.
Israele ha nominato Michael Lotem, già ambasciatore a Nairobi, come suo primo rappresentante ad Hargeisa, capitale della Repubblica del Somaliland. Parallelamente, il governo di Hargeisa ha confermato il dottor Mohamed Omar Hagi Mohamoud nella sede di Tel Aviv.
Due nomine. Un terremoto diplomatico.
Per comprendere la portata di quanto accaduto occorre risalire al 26 dicembre 2025, quando Israele aveva riconosciuto formalmente il Somaliland come Stato indipendente e sovrano, diventando il primo membro delle Nazioni Unite a farlo in oltre trent'anni di proclamazione unilaterale di indipendenza dalla Somalia. Un atto che allora aveva già provocato immediate reazioni internazionali.
La nomina degli ambasciatori ne rappresenta ora la concretizzazione operativa: non più solo un riconoscimento politico, ma un'infrastruttura diplomatica funzionante.

La velocità della normalizzazione
Il ritmo con cui le relazioni israelo-somalilandesi si sono consolidate è stato straordinariamente rapido per i canoni della diplomazia internazionale. Il 6 gennaio 2026, appena undici giorni dopo il riconoscimento, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha visitato Hargeisa, diventando il primo alto funzionario israeliano a mettere piede nel Paese: un segnale inequivocabile che Tel Aviv intendeva trattare il riconoscimento non come un gesto simbolico, ma come l'avvio di una partnership strategica strutturata.
Seguì immediatamente la cooperazione concreta: già a febbraio 2026, venticinque specialisti dell'Autorità idrica del Somaliland erano a Gerusalemme per una formazione avanzata nella pianificazione e gestione delle risorse idriche.
Il 25 febbraio, il Somaliland nominava il proprio ambasciatore a Tel Aviv, con residenza effettiva e missione diplomatica attiva. A metà aprile, con la nomina di Lotem, il quadro si è completato.
Questa accelerazione non è casuale.
Riflette la convergenza di interessi strategici profondi tra due entità che, ciascuna per ragioni diverse, hanno molto da guadagnare da una relazione pubblica, formalizzata e operativa. Israele cerca una proiezione strategica nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden in un momento in cui le milizie Houthi dello Yemen continuano a colpire le rotte commerciali verso il Mediterraneo.
Il Somaliland, dopo oltre trent'anni di isolamento diplomatico nonostante un funzionamento statale de facto riconosciuto da osservatori internazionali, cerca il primo riconoscimento formale capace di aprire una breccia nel muro dell'irriconoscenza internazionale.

La reazione internazionale: un coro di condanne
La risposta alla nomina di Lotem è stata immediata e coordinata.
Il 18 aprile 2026, i ministri degli Esteri di sedici Paesi — Egitto, Somalia, Sudan, Libia, Bangladesh, Algeria, Arabia Saudita, Palestina, Turchia, Indonesia, Pakistan, Kuwait, Qatar, Mauritania, Giordania e Oman — hanno emesso da Islamabad una dichiarazione congiunta che definisce la nomina "una flagrante violazione della sovranità, dell'unità e dell'integrità territoriale della Repubblica Federale di Somalia".
L'Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) ha espresso "ferma condanna".
L'Unione Africana, per voce del suo presidente Mahmoud Ali Youssouf, ha ribadito che "qualsiasi riconoscimento unilaterale del Somaliland è nullo e privo di effetti" e ha avvertito che tali iniziative rischiano di compromettere la pace e la stabilità continentale.
L'Iran ha definito la mossa un atto di "espansionismo illegale" contrario alla Carta delle Nazioni Unite.
Mogadiscio ha reagito con toni ancora più aspri.
Il ministero degli Esteri somalo ha definito la nomina israeliana "un attacco diretto alla sovranità, all'unità e all'integrità territoriale" del Paese, dichiarando che qualsiasi coinvolgimento diplomatico con il Somaliland privo del consenso del governo federale è privo di validità giuridica.
Il Presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud aveva già definito le crescenti relazioni israelo-somalilandesi come il "più grave attacco" alla sovranità nazionale. L'ambasciatore somalo in Etiopia e presso l'Unione Africana, Abdullah Warfa, ha evocato la possibilità di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb alle navi israeliane — un'ipotesi che, tuttavia, la maggior parte degli analisti ritiene più politicamente evocativa che operativamente realistica, data la scarsa capacità di controllo effettivo di Mogadiscio sulle acque prospicienti il Somaliland.

La risposta del Somaliland: la rivendicazione della propria esistenza
Di fronte alla valanga di condanne, il Somaliland ha scelto un tono di sfida orgogliosa.
L'account ufficiale della Repubblica del Somaliland sui social media ha pubblicato un messaggio diretto e tagliente: "Ipocriti! Perché non condannate Al-Shabaab? Perché non condannate ISIS, i Talebani, Al-Qaeda, Hezbollah o i proxy terroristici dell'Iran?”
Il testo proseguiva sottolineando che il Somaliland è "l'unica storia di successo pacifica, democratica, stabile e priva di terrorismo nell'intero Corno d'Africa", descrivendo la relazione con Israele come "una vera partnership".
Il presidente Abdirahman Mohamed Abdillahi, detto "Irro", aveva già dichiarato davanti a una sessione congiunta del Parlamento che Israele si era dimostrato un "partner affidabile", ricevendo un'ovazione dai legislatori.
Il contrasto tra le reazioni esterne e quelle interne al Somaliland è però più sfumato di quanto la retorica ufficiale di Hargeisa suggerisca.
Manifestazioni di protesta sono esplose in diverse città, in particolare a Boroma, con bandiere palestinesi e slogan contro il riconoscimento israeliano.
Questi episodi segnalano che la scelta del governo non gode di un consenso sociale unanime, e che la questione è percepita da ampie fasce della popolazione non solo come politica estera, ma come una sfida identitaria profonda in una società a maggioranza musulmana.

La geometria strategica: Mar Rosso, Houthi e la partita delle potenze
Per comprendere perché questa vicenda trascende la dimensione bilaterale, è necessario inscriverla nella competizione strategica più ampia che attraversa il Corno d'Africa.
Il Somaliland si affaccia sullo Stretto di Bab el-Mandeb, il collo di bottiglia attraverso cui transita una quota significativa del commercio marittimo globale — petrolio, container, cereali.
Controllare o influenzare questo passaggio significa detenere una leva enorme sulla catena di approvvigionamento mondiale.
Israele ha in questa posizione geografica un interesse immediato: contenere la minaccia degli Houthi yemeniti, che dal conflitto a Gaza in poi hanno intensificato gli attacchi contro il traffico marittimo diretto verso porti israeliani.
La possibilità di stabilire una presenza militare — o quantomeno intelligence — in Somaliland, con accesso al Golfo di Aden, consentirebbe a Tel Aviv capacità di monitoraggio e risposta assai più ravvicinate rispetto all'attuale configurazione.
Il ministro della presidenza del Somaliland, Khadar Hussein Abdi, ha dichiarato a Bloomberg che Hargeisa è disposta a discutere una "relazione strategica" con Israele che includa la cooperazione in materia di sicurezza.
Gli Houthi, che già nel marzo 2026 avevano annunciato di considerare la presenza israeliana in Somaliland un obiettivo legittimo e avevano lanciato i primi missili verso la regione, hanno reagito con nuove minacce.
In questo scacchiere si inserisce anche la Turchia, la cui presenza in Somalia si è notevolmente rafforzata negli ultimi anni: una base militare per l'addestramento delle forze somale, la gestione del porto e dell'aeroporto di Mogadiscio, una fitta rete di cooperazione civile.
Diversi analisti interpretano il riconoscimento israeliano del Somaliland anche come una risposta strategica all'egemonia turca su Mogadiscio — un tentativo di creare un contrappeso nella regione.
Non è un caso che i due Paesi abbiano in corso una competizione geopolitica che si estende ben oltre i confini del Mediterraneo orientale.

Il nodo giuridico: un precedente senza precedenti
Sul piano del diritto internazionale, la vicenda apre questioni di notevole complessità.
Il Somaliland ha dichiarato la propria indipendenza nel 1991, al termine della guerra civile che ha portato al collasso dello Stato somalo.
Da allora ha sviluppato istituzioni di governo funzionanti, una propria valuta, un sistema di elezioni regolari con trasferimenti pacifici del potere — elementi che nella prassi del diritto internazionale avrebbero potuto qualificare la sua statehood.
Eppure, il principio dell'integrità territoriale degli Stati africani post-coloniali — sancito dall'Atto costitutivo dell'Unione Africana e dalla dottrina uti possidetis juris — ha fin qui prevalso sulla realtà de facto, mantenendo il Somaliland in un limbo di esistenza non riconosciuta.
Il riconoscimento israeliano — seguito dalla piena attivazione delle relazioni diplomatiche — introduce un precedente che l'Unione Africana teme possa indebolire l'intero impianto di contenimento delle fratture postcoloniali.
Se un'entità de facto può ottenere riconoscimento attraverso accordi bilaterali con un singolo Stato membro dell'ONU, qual è il valore residuo del principio dell'integrità territoriale collettivamente garantito?
La domanda è retorica nella sua forma, ma concretamente destabilizzante nella sua sostanza: le fratture tribali, etniche e regionali che percorrono diversi Stati africani potrebbero trovare in questo caso un punto di riferimento pericoloso.

Una crisi che non si chiuderà presto
La nomina degli ambasciatori non chiude una stagione diplomatica: ne apre una ben più turbolenta. I meccanismi di escalation sono già visibili.
Sul fronte militare, la presenza israeliana — reale o potenziale — in Somaliland offre agli Houthi uno spazio narrativo per estendere geograficamente la propria definizione di fronte di guerra.
Sul fronte politico, Mogadiscio si trova in una posizione paradossale: ogni mossa contro il Somaliland e i suoi rapporti con Israele rischia di fare il gioco dell'Iran e dei suoi alleati regionali, avvicinando la Somalia a un asse che il governo federale non ha interesse a frequentare.
Sul fronte identitario, il Somaliland deve gestire la tensione tra la legittimità internazionale che il riconoscimento israeliano ha portato e il disagio interno di una popolazione islamica che guarda alla Palestina con solidarietà.
Per Israele, il calcolo appare chiaro: costruire una rete di relazioni in Africa orientale che rafforzi la sua posizione strategica nel Mar Rosso, offra alternative alle rotte minacciate dagli Houthi e proietti una presenza che superi i confini immediati del conflitto mediorientale.
La scelta del Somaliland come partner è dettata dalla geografia prima ancora che dalla politica: nessun altro territorio offre, dalla sponda africana, un accesso equivalente al Golfo di Aden.
Resta aperta la domanda se altri Paesi seguiranno l'esempio israeliano, rompendo l'isolamento del Somaliland. Per ora, nessuna altra capitale sembra disposta a pagare il costo diplomatico di un riconoscimento che comporta lo scontro con l'Unione Africana, l'OIC e la maggioranza degli Stati a maggioranza musulmana.
Ma la storia della diplomazia internazionale insegna che i precedenti, una volta introdotti, tendono a moltiplicarsi.
E il Somaliland, trentacinque anni dopo la propria dichiarazione di indipendenza, ha finalmente un piede — sia pure un solo piede — fuori dal limbo.



P. Panozzo
 
  


 
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