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foto di: Di Gigi26970 di Wikipedia
La ''Via del Cotone'' passa da Trieste
Narendra Modi arriverà in Italia il 15-20 maggio: unico Paese del Mediterraneo nel suo tour europeo
04-05-2026 - Con la crisi di Hormuz che ridisegna le rotte globali e il mega-accordo di libero scambio UE-India appena firmato, Narendra Modi arriverà in Italia il 15-20 maggio: unico paese del Mediterraneo nel suo tour europeo. Per Meloni, una finestra diplomatica rara.
Ma dietro l'incontro c'è una partita ben più grande: chi controllerà il porto d'approdo dell'India in Europa.

C'è un porto che non è ancora stato scelto, ma che qualcuno ha già cominciato a costruire. Si chiama Trieste.
E la sua posta in gioco — miliardi di euro di flussi commerciali, rotte energetiche alternative, l'architettura del commercio globale post-Trump — arriverà in forma diplomatica a Roma tra il 15 e il 20 maggio 2026, nelle valigie di Narendra Modi.
L'India è il paese più popoloso del mondo, la quarta economia del pianeta e la grande potenza in più rapida crescita. Quando il suo primo ministro decide di visitare quattro nazioni europee in sei giorni — Paesi Bassi, Svezia, Norvegia e Italia — e tra quelle quattro l'unica ad affacciarsi sul Mediterraneo è l'Italia, non è geografia. È geopolitica.

Il momento: quando Hormuz cambia tutto
Il tour europeo di Modi non sarebbe lo stesso senza la crisi dello Stretto di Hormuz.
Il conflitto Iran-Israele-USA, esploso all'inizio del 2026, ha trasformato uno stretto di 55 chilometri nel collo di bottiglia più pericoloso del pianeta. Circa il 20% del petrolio mondiale e quasi un terzo del gas naturale liquefatto globale transitano per quelle acque. Bloccarle, anche parzialmente, significa riscrivere i prezzi dell'energia in Europa e tagliare le gambe alle rotte commerciali tra l'Asia e il Mediterraneo.
È in questo scenario che l'IMEC — il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa — smette di essere un progetto visionario annunciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023 e diventa urgenza strategica.
Laddove i mercantili rallentano o deviano, i governi accelerano. E l'Italia si è trovata, quasi per inerzia geografica trasformata in scelta politica, nel posto giusto al momento giusto.

La madre di tutti gli accordi e i dazi di Trump
Il 27 gennaio 2026, a Nuova Delhi, la presidente della Commissione Europea von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Costa hanno firmato con Modi quello che Bruxelles ha battezzato senza falsa modestia "la madre di tutti gli accordi": il trattato di libero scambio UE-India, ventuno anni dopo l'avvio dei negoziati, accelerato all'inverosimile dal protezionismo tariffario di Donald Trump.
I numeri parlano da soli.
L'accordo riduce o azzera i dazi sul 96,6% delle esportazioni europee verso l'India, con un risparmio stimato di 4 miliardi di euro annui. Le automobili europee vedranno i loro dazi crollare dal 110% al 10%. Il vino passerà dal 150% al 20%.
L’olio d'oliva — voce vitale per Italia, Spagna e Grecia — scenderà dal 45% a zero nell'arco di cinque anni.
Sul fronte indiano, tessuti, farmaceutici e acciaio troveranno accesso più ampio al mercato europeo.
La logica anti-Trump è esplicita.
L'Unione europea, sotto pressione tariffaria americana, ha scelto di non restare immobile: ha firmato un accordo con il Mercosur, uno con l'Indonesia, e ora il più grande di tutti con l'Indi.
Per Nuova Delhi, specularmente, l'accordo significa ridurre la dipendenza da Washington e da Pechino in un mondo multipolare dove le alleanze commerciali si moltiplicano e si sovrappongono.
In questo quadro, la visita di Modi in Europa è il primo grande atto diplomatico post-FTA. Non una semplice cortesia: una verifica sul campo delle intenzioni di ciascun governo.

Meloni gioca in casa: l'unica del Mediterraneo
La tappa italiana del tour era nell'aria da mesi.
Già nel dicembre 2025 il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, di ritorno da Nuova Delhi con una delegazione di imprenditori, aveva annunciato che Modi avrebbe visitato l'Italia nel 2026. La risposta era arrivata in forma positiva.
L'invito era stato esteso a nome di Giorgia Meloni.
Non si tratta di una visita di cortesia.
È la prima volta che Modi compie una visita bilaterale in forma autonoma in Italia: l'unico precedente rilevante era stata la sua partecipazione al G20 di Roma nel 2021 e all'outreach del G7 in Puglia nel 2024. Stavolta viene appositamente.
I dossier sul tavolo sono precisi: cooperazione in campo difensivo, partnership energetica, il corridoio IMEC.
E, in negoziato riservato, le infrastrutture portuali. All'orizzonte, anche una possibile tappa vaticana — un incontro con Papa Leone XIV — non ancora confermata ufficialmente ma già circolante nelle cancellerie.
Il contesto regionale è favorevole a Roma.
Modi non toccherà la Francia — che sarà invece sede del G7 a giugno, dove è invitato come paese partner. Non andrà in Spagna, né in Grecia. L'Italia è l'unico paese del Mediterraneo nel suo itinerario europeo.
Una scelta che non è casuale: è il risultato di anni di costruzione diplomatica bilaterale, accelerata nell'era Meloni.

Trieste contro Marsiglia: la gara per il terminale europeo dell'IMEC
Dietro l'incontro Meloni-Modi, la partita vera si gioca nei container.
O meglio: nel porto in cui quei container arriveranno dall'India, dal Golfo Persico, attraverso Israele e il Mediterraneo, per riversarsi nell'Europa centrale.
L'IMEC — il corridoio firmato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023 da otto soggetti tra cui India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Italia, Francia, Germania, UE e Stati Uniti — è un'infrastruttura colossale: due corridoi, uno marittimo dall'India al Golfo, uno ferroviario e marittimo dal Golfo al Mediterraneo attraverso Israele, con connessioni per idrogeno, fibra ottica ed energia.
Il potenziale economico complessivo supera i 170 miliardi di euro, di cui l'Italia punta ad attrarre fino a 26 miliardi.
Il problema è che il corridoio non ha ancora un terminale europeo designato.
E qui si apre la gara. Tre candidati principali: la Grecia con il Pireo, la Francia con Marsiglia, l'Italia con Trieste. Il Pireo è immediatamente escluso dalla partita occidentale: è controllato per il 67% dalla compagnia cinese COSCO, e includerlo in un corridoio pensato esplicitamente come alternativa all'influenza di Pechino sarebbe una contraddizione in termini insanabile.

Restano Trieste e Marsiglia.
Due porti, due logiche, due bacini di utenza differenti. Il 17 marzo 2026, Tajani ha presieduto a Trieste un forum internazionale dedicato all'IMEC — "Developing an Indo-Mediterranean Perspective through the Imec Network" — affermando senza ambiguità: «Per quanto riguarda l'Europa centrale e i Balcani non si può non guardare a Trieste. Tutti i porti dell'area adriatica diventano terminali, con stazione finale a Trieste.» Ha riconosciuto che una biforcazione verso Marsiglia è possibile, ma ha tenuto fermo il primato dello scalo giuliano.
Sul fronte francese, l'ambasciatore a Roma ha invece sottolineato «la complementarietà tra Marsiglia e Trieste», promuovendo un modello cooperativo — ma senza rinunciare alla posizione di Marsiglia come porto primario per i flussi verso l'Europa occidentale. La realtà è che Italia e Francia si guardano con rispetto istituzionale e competono con ogni mezzo diplomatico disponibile.
Trieste ha argomenti forti.
La sua posizione geografica all'imbocco dell’Europa centrale — Austria, Germania, Ungheria, Cechia, Polonia — è insostituibile.
Il porto è già uno degli scali più importanti del Nord Adriatico, con traffico per il 90% estero per estero, collegato da due corridoi TEN-T strategici sugli assi nord-sud ed est-ovest.
Sono in corso lavori di potenziamento infrastrutturale, e si studia una nuova stazione ferroviaria a Servola come nodo di accesso.
L'Italia ha anche nominato, nell'aprile 2025, l'ambasciatore Francesco Maria Talò come inviato speciale per l'IMEC: una mossa con quasi un anno di ritardo rispetto alla Francia, ma compensata dalla qualità della rete di accordi commerciali costruiti contestualmente con Arabia Saudita (10 miliardi di euro) ed Emirati Arabi Uniti (40 miliardi di potenziali investimenti).

Il cotone, l'energia, i dazi: perché l'India è la posta
La «Via del cotone» — termine evocativo che richiama le storiche rotte tessili tra il subcontinente indiano e il Mediterraneo — è oggi molto più complessa di un corridoio commerciale.
Trasporta semiconduttori, farmaceutici, acciaio, componenti automotive.
Ma trasporta anche energia: l'IMEC include infrastrutture per l'idrogeno verde, cavi per l'elettricità rinnovabile, connessioni che potrebbero ridurre la dipendenza europea dai combustibili fossili russi e mediorientali.
Per l'Italia, paese strutturalmente vulnerabile sul fronte energetico, l'equazione è semplice: chi controlla il punto di arrivo del corridoio controlla anche una parte dell'agenda energetica europea. Non è una piccola posta.
Sul versante puramente commerciale, l'FTA UE-India apre scenari straordinari per il made in Italy.
Il comparto agroalimentare — vino, olio, formaggi, pasta — ha davanti a sé un mercato di 1,45 miliardi di persone con una classe media in rapida espansione, finora bloccata da dazi proibitivi.
Stesso discorso per la moda, il design, la meccanica di precisione. L'accordo prevede che le esportazioni UE verso l'India raddoppino entro il 2032: una stima ambiziosa, ma non irrealistica.
La variabile Xi rimane.
La Cina guarda con attenzione crescente all'avanzata europea in India, che riduce lo spazio di Pechino come intermediario commerciale globale. L'IMEC è esplicitamente concepito come alternativa alla Belt and Road Initiative cinese: meno dipendenza dalla logistica di Pechino, meno porti controllati da COSCO, più corridoi sotto governance occidentale. Trieste, in questo contesto, non è solo un porto adriatico: è un presidio geopolitico.

Cosa ci si aspetta da Roma
Nell'incontro Meloni-Modi i dossier formali sono noti: difesa, energia, IMEC, FTA.
Ma i negoziatori lavoreranno su un livello più operativo: accordi bilaterali per facilitare la mobilità di lavoratori indiani specializzati verso l'Europa (misura inclusa nell'FTA come contrappeso alla stretta americana sui visti H-1B), coinvolgimento di imprese italiane nelle infrastrutture indiane, e — centrale — un segnale politico inequivocabile sulla candidatura di Trieste.
Modi non deciderà quale porto scegliere in un incontro bilaterale.
La scelta del terminale europeo dell'IMEC è un processo multilaterale che coinvolge la Commissione europea, gli stati firmatari del memorandum, le authority portuali e i grandi player logistici privati.
Ma i segnali politici contano: se da Roma uscirà un impegno congiunto esplicito su Trieste come hub privilegiato, il percorso tecnico ne sarà accelerato.
Per Giorgia Meloni, la posta è alta e il momento è favorevole.
L'Italia ha il governo più longevo della Seconda Repubblica dal Berlusconi II in poi — continuità che i partner apprezzano.
Ha un rapporto privilegiato con Modi costruito in cinque incontri bilaterali nell'arco di due anni. Ha Trieste.
Ha il made in Italy come carta da giocare in un mercato di un miliardo e mezzo di persone.
La Via del cotone non è ancora tracciata. Ma qualcuno ha già cominciato a costruire il porto.




Pierangelo Panozzo
 
  


 
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