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foto di: archivio Vatican media
Il Papa non teme Trump
Trump non ascolta il Papa: una frattura che non è soltanto personale
06-05-2026 - Lo scontro senza precedenti tra il presidente degli Stati Uniti e il primo pontefice americano della storia entra in una nuova fase: più aspra, più densa di implicazioni geopolitiche, e più rivelatrice di una frattura che non è soltanto personale.
 
Mentre Marco Rubio vola verso Roma con la missione di ricucire i fili tra Washington e il Vaticano, Donald Trump sceglie di tagliarli di nuovo.
Con un'intervista rilasciata il 5 maggio all'emittente Salem News Channel — canale di ispirazione conservatrice e cristiana, non un pulpito laico qualsiasi — il presidente degli Stati Uniti lancia il suo secondo attacco frontale a Papa Leone XIV nel giro di tre settimane.
La tempistica è insieme imprudente e rivelatrice: manca meno di quarantotto ore alla visita del suo segretario di Stato in Vaticano, e Trump decide di alzare il tiro.
Non per errore di calcolo. Per scelta.
"Il Papa sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone", dichiara Trump al giornalista Hugh Hewitt. E aggiunge: "Preferisce parlare di come sia accettabile che l'Iran abbia un'arma nucleare, non penso sia una buona cosa”.
Sono parole che non descrivono una divergenza teologica.
Descrivono una concezione della pace — e della guerra — radicalmente opposta a quella di Leone XIV.
E collocano il primo pontefice americano della storia dalla parte dei nemici del presidente americano, secondo la logica binaria che governa il pensiero politico di Trump.

La risposta del Papa: il Vangelo come scudo e come spada
Leone XIV non risponde dall'alto del soglio pontificio.
Risponde da Castel Gandolfo, in serata, con la semplicità disarmante di chi non ha nulla da difendere perché non ha nulla da perdere.
"La missione della Chiesa è predicare il Vangelo e la pace", dice il Pontefice. "Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, lo faccia”.
E ricorda, per chi avesse dimenticato, che "la Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari. Quindi non c'è nessun dubbio. Spero semplicemente di essere ascoltato per il valore della parola di Dio."
Non è la prima volta che Leone XIV risponde in questo modo.
Il 13 aprile, mentre il suo aereo decollava verso Algeri per l'inizio del viaggio apostolico in Africa, il Papa aveva già fronteggiato il primo assalto di Trump — arrivato da Truth Social nella notte precedente — con una chiarezza che lasciava poco spazio all'interpretazione: "Non ho paura dell'amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico. Non ho intenzione di fare un dibattito con lui. Smettiamola con le guerre."
E poi, con una battuta che rivela più di mille comunicati ufficiali, riferendosi alla piattaforma social usata da Trump per attaccarlo: "È ironico — il nome del sito stesso." Nulla da aggiungere.
La linea del Vaticano è confermata dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, che a San Giovanni Rotondo — in occasione dei settant'anni di Casa Sollievo della Sofferenza, fondazione di Padre Pio — commenta con il tono di chi non si sorprende più: "Il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace, come direbbe San Paolo, opportune et importune." E aggiunge: "Che questo possa piacere o non possa piacere, è un discorso. Capiamo che non tutti sono sulla stessa linea. Però quella è la risposta del Papa."

Roma difende il Papa. E si prepara a ricevere Rubio
La reazione italiana è compatta e, per una volta, trasversale al confine sempre più labile tra governo e opposizione.
Il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani scrive su X: "Gli attacchi nei confronti del Santo Padre, capo e guida spirituale della Chiesa cattolica, non sono né condivisibili né utili alla causa della pace. Ribadisco il sostegno ad ogni azione e parola di Papa Leone, le sue sono testimonianze in favore del dialogo, del valore della vita umana e della libertà. Una visione che condivide anche il nostro Governo, impegnato attraverso la diplomazia a garantire stabilità e pace in tutte le aree dove ci sono conflitti."
È la voce di un governo alleato di Washington che difende il proprio Pontefice senza esitazioni — e che lo fa mentre ha già in agenda un bilaterale con Rubio per il giorno successivo.
Il vicepremier Matteo Salvini sceglie la sintesi: "Il Papa non si discute, si ascolta."
Non è un'affermazione teologica. È una presa di distanza politica dal presidente americano formulata nel modo meno conflittuale possibile.
Significativa, nell'economia della coalizione di governo, tanto quanto il silenzio — almeno per ora — di Giorgia Meloni, che tre settimane fa aveva definito "inaccettabili" le parole di Trump sul Pontefice, aprendo quella che le fonti definiscono una "profonda crepa con l'alleato americano".
Trump aveva risposto con un'asperità che ha lasciato il segno: "È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l'Iran ha un'arma nucleare."

Il fattore Rubio: il cattolico in missione di disgelo
Nel mezzo di questa tempesta, Marco Rubio arriva a Roma il 7 maggio con un compito delicatissimo e un profilo che lo rende, paradossalmente, il mediatore ideale. Cattolico praticante, senatore di origini cubane, già critico delle posizioni più aggressive dell'amministrazione sul fronte religioso — Rubio rappresenta quella fascia dell'elettorato conservatore americano che ha votato Trump, ma non tollera gli attacchi al Papa.
Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, lo ha definito senza giri di parole "l'interlocutore più affidabile per la Santa Sede" in questo momento, avvertendo che "gli Stati Uniti non possono essere contro il Papa e il Vaticano" e che i politici "devono essere più diplomatici, più ragionevoli."
L'agenda di Rubio a Roma è densa: il 7 maggio incontro con Papa Leone XIV alle 11.30 al Palazzo Apostolico — confermato dalle fonti vaticane nonostante l'aria pesante — e colloquio con il cardinale Parolin.
L'8 maggio bilaterale con Tajani e pranzo con il ministro della Difesa Guido Crosetto.
In discussione i dossier più urgenti: Iran e Stretto di Hormuz, Medio Oriente, Ucraina, Cuba, Venezuela.
L'ambasciatore americano presso la Santa Sede, Brian Burch, ha già inquadrato il tono dell'incontro: "conversazione franca" sulle politiche dell'amministrazione Trump, nello spirito della "fraternità e del dialogo autentico."
Ma il nuovo attacco di Trump complica ogni cosa.
Come si ricuce uno strappo mentre chi lo ha causato continua a strappare? La risposta diplomatica è che gli appuntamenti del Pontefice non si modificano per motivi emotivi.
Le fonti vaticane lo confermano con la pragmatica aplomb della Curia: "Possono essere rivisti per cause di forza maggiore, non sull'onda emotiva di una dichiarazione." L'incontro si terrà.
Ma si terrà in un clima che Rubio non ha contribuito a creare e che dovrà provare a modificare.

Tre settimane di escalation: la cronologia di una rottura
Per capire la profondità della crisi, è necessario risalire alla notte del 12 aprile, quando Trump — di ritorno dalla Florida a bordo dell'Air Force One — pubblica su Truth Social un post di inusuale violenza verbale contro il Pontefice: "debole sul crimine", "terribile in politica estera", "troppo liberal", e soprattutto: "Se non fossi stato alla Casa Bianca, lui non sarebbe Papa."
Un'affermazione che rivendica un ruolo nella selezione del Conclave che nessun presidente americano aveva mai osato formulare.
Le reazioni sono immediate e trasversali.
I vescovi americani difendono il Papa.
Meloni interviene duramente.
Tutta la politica italiana — maggioranza e opposizione — si schiera con il Pontefice.
Anche il vicepresidente J.D. Vance, che nei mesi precedenti aveva sostenuto che il Vaticano dovrebbe limitarsi alle questioni morali senza interferire nelle politiche pubbliche, si trova in una posizione scomoda di fronte a un'opinione pubblica cattolica americana sempre più irritata.
Le radici dello scontro affondano nella guerra in Iran, operazione militare che Trump ha condotto senza preavviso agli alleati europei e senza il sostegno esplicito della NATO.
Leone XIV aveva definito "veramente inaccettabili" le minacce rivolte contro Teheran, condannato gli attacchi ai civili e richiamato il diritto internazionale umanitario — territorio che conosce bene, essendo l’IIHL di Sanremo una delle istituzioni di riferimento globale in questa materia.
Trump ha letto quelle parole come un'interferenza politica. Il Papa le ha rivendicate come obbligo evangelico.

Il nodo iraniano e la posta in gioco cattolica
C'è un calcolo politico preciso dietro la preoccupazione di Trump per "i cattolici in pericolo".
I dati dell'opinione pubblica americana parlano chiaro: il voto cattolico è stato determinante per il ritorno alla Casa Bianca nel 2024, ma gli attacchi al Pontefice hanno aperto una frattura che rischia di costare caro alle elezioni di metà mandato.
Il 42% dei cattolici americani si è schierato con Leone XIV.
Solo il 31% con Trump.
Non sono numeri che un partito in cerca di maggioranze può ignorare.
La questione del nucleare iraniano è il terreno specifico su cui Trump ha costruito il suo ultimo attacco.
Il ragionamento presidenziale è che chiunque non sostenga il massimo della pressione militare sull'Iran — compresa l'eventuale distruzione del suo programma nucleare — sta implicitamente legittimando la bomba atomica in mani sciite.
È una logica che non ammette sfumature.
Leone XIV, che ha invocato il dialogo multilaterale e richiamato la dottrina della pace giusta, si trova collocato da Trump nella stessa casella degli ayatollah.
È un'equazione intellettualmente disonesta, ma politicamente efficace nell'ecosistema mediatico in cui Trump opera.
Salem News Channel non è una scelta casuale: è una piattaforma con forte audience evangelica e conservatrice cattolica, il pubblico che Trump teme di perdere. Attaccare il Papa davanti ai suoi fedeli è un rischio.
Ma attaccare il Papa come "filo-iraniano" trasforma il rischio in un tentativo di riposizionamento: non sono io ad essere contro la vostra fede, sto difendendo le vostre vite.

Rubio, Vance e il futuro del cattolicesimo conservatore americano
Sullo sfondo di questo scontro si gioca anche una partita interna all'amministrazione e al Partito Repubblicano.
Rubio e Vance sono entrambi cattolici, entrambi papabili candidati presidenziali per il 2028, entrambi costretti a navigare tra la fedeltà a Trump e la propria identità religiosa.
Vance ha scelto fin qui di allinearsi alla Casa Bianca, pagando in termini di credibilità presso la comunità cattolica. Rubio ha optato per la mediazione — la visita in Vaticano è anche una operazione di posizionamento personale.
Chi vincerà questa partita?
È presto per dirlo. Quello che è certo è che la Chiesa cattolica — attraverso la voce ferma e non polemica di Leone XIV — ha scelto di non cedere sul proprio terreno.
Il Papa non si difende attaccando. Si difende annunciando.
E questa coerenza, in un'epoca di rumore permanente, è forse la sua forza più grande.



Pierangelo Panozzo
 
  


 
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