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foto di: presidenza Barzani
Scuola di Pace del Vaticano
Come Leone XIV, Parolin e Gallagher ridefiniscono la grammatica della diplomazia globale in un'epoca di guerra: oggi ricevono Nechirvan Barzani Presidente del Kurdistan
18-05-2026 - C'è un luogo nel cuore di Roma dove si esercita ancora, con ostinata coerenza, l'arte più antica e più necessaria della politica: quella di parlarsi prima di spararsi.
Quel luogo è il Vaticano.
E in questo primo anno del pontificato di Leone XIV — Robert Francis Prevost, nato a Chicago il 14 settembre 1955, primo pontefice nordamericano della storia della Chiesa cattolica — la Santa Sede sta offrendo al mondo qualcosa di più di una testimonianza spirituale: sta erogando una lezione magistrale di diplomazia preventiva che nessuna cancelleria laica, nessun consesso multilaterale, nessun think tank sembra oggi in grado di replicare.
Non è retorica. È strategia.
Sobria, paziente, radicata in una visione antropologica che precede e trascende le logiche di potere.
E si articola attraverso una triarchia funzionale di rara efficacia: il Papa come voce morale e bussola teologica, il Cardinale Pietro Parolin come architetto istituzionale della Segreteria di Stato, Monsignor Paul Richard Gallagher come tecnico di punta nella gestione dei dossier bilaterali e multilaterali. Tre uomini, un sistema.
Un sistema che sta diventando modello.
«Ad una diplomazia che promuove il dialogo si va sostituendo una diplomazia della forza. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando.» — Leone XIV al Corpo Diplomatico, 9 gennaio 2026

Un americano che parla il linguaggio del vangelo
Leone XIV porta con sé una biografia che da sola costituisce una forma di diplomatica.
Nato negli Stati Uniti, ha vissuto oltre vent'anni in Perù come missionario e vescovo, forgiando una sensibilità geopolitica che attraversa il Nord e il Sud del pianeta, che conosce la povertà dei margini e le strutture del potere centrale.
Questa doppia appartenenza — quella dell'uomo del primo mondo cresciuto nelle periferie del terzo — gli consente di parlare con un'autorevolezza trasversale che nessun leader eletto può vantare.
Quando il presidente Trump lo ha accusato di adottare posizioni deboli in politica estera, Leone XIV ha risposto con una precisione lapidaria: lui non parla il linguaggio del politico, parla il linguaggio del Vangelo.
Non è una resa: è una delimitazione di competenze che ridefinisce il perimetro del suo magistero.
Il Papa non governa Stati; orienta coscienze.
E le coscienze, nel lungo periodo, governano i destini delle nazioni.
Fin dal suo primo discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede — 9 gennaio 2026, nell'Aula della Benedizione — Leone XIV ha posto la verità come metodo e la pace come orizzonte irrinunciabile. Ha denunciato senza giri di parole che «ad una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati» e che «la guerra è tornata di moda», con un «fervore bellico» che dilaga in modo preoccupante.
Parole che un segretario generale dell'ONU faticherebbe a pronunciare per non scontentare i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.
Leone XIV le ha dette con la chiarezza di chi non deve rendere conto a nessun elettorato.

Parolin: l'architetto del tavolo
Pietro Parolin è la spina dorsale istituzionale di questa diplomazia.
Segretario di Stato di Sua Santità con una carriera diplomatica forgiata in quattro continenti — Venezuela, Vietnam, Stati Uniti, Santa Sede — Parolin incarna la tradizione della diplomazia pontificia nella sua forma più raffinata: quella dell'ascolto sistematico, della costruzione paziente di fiducia, della ricerca del consenso minimo indispensabile per mantenere aperti i canali di comunicazione anche nei momenti di massima tensione.
In una intervista rilasciata ad Avvenire nell'aprile 2026, Parolin ha delineato con lucidità il quadro in cui la Santa Sede si trova a operare: «Mi colpisce con quanta determinazione l'opzione bellica venga presentata come risolutiva, quasi inevitabile».
È una deriva che rende «muta» la diplomazia, «incapace di attivare strumenti alternativi», mentre si è persa «la coscienza della tragicità della guerra» e «l'importanza delle regole condivise».
La radice del male, per il Cardinale, sta in un «multipolarismo ispirato dal primato della potenza», in cui gli Stati confidano nella forza e non nel diritto.

«La pace è l'unica opzione» — Cardinale Parolin, aprile 2026
Parolin ha incontrato i presidenti, i ministri, i segretari generali.
Ha ricevuto le delegazioni che arrivano in Vaticano dalla Confederazione Elvetica, dalla Francia di Macron, dall'Ucraina di Zelensky, dall'Iran che chiede ascolto, dal Kurdistan che porta la voce delle minoranze cristiane d'Iraq.
E ha rappresentato la Santa Sede alle Nazioni Unite, ribadendo che la Chiesa non rinuncia «al supporto per le Nazioni Unite come forum per il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni alle sfide globali».
In un'epoca in cui il multilateralismo è sotto assedio, questa fedeltà all'ONU è essa stessa un atto politico.

Gallagher: il tecnico dei dossier impossibili
Monsignor Paul Richard Gallagher, arcivescovo e Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, è il volto operativo di questa macchina diplomatica.
Il diplomatico vaticano per eccellenza: discreto, preciso, capace di muoversi nei corridoi delle cancellerie con la fluidità di chi conosce i protocolli ma non se ne lascia paralizzare.
Gallagher è stato il referente del bilaterale con Marco Rubio nella sua visita romana del maggio 2026 — un incontro che il Vaticano ha gestito con il caratteristico understatement istituzionale, senza cedere ad alcuna sovrapposizione con le logiche della politica americana.
È la stessa discrezione con cui ha seguito il dossier ucraino, il dossier mediorientale, il dossier Kurdistan.
In quest'ultimo, significativamente, è presente nella delegazione che ha accompagnato Masoud Barzani in udienza il 21 gennaio scorso e che accoglierà ora il Presidente Nechirvan (Nêçîrvan Îdris) Barzanî nell'udienza fissata per il 18 maggio 2026.
Alla Pontificia Accademia Ecclesiastica — il 27 aprile 2026, in occasione del 325° anniversario dell'istituzione — Leone XIV ha tratteggiato l'identikit del diplomatico pontificio di fronte agli allievi, con Gallagher in prima fila tra i presenti.
Il Papa ha detto che il sacerdote diplomatico «partecipando del ministero del Successore di Pietro, accoglie e coltiva una vocazione speciale a servizio della pace, della verità e della giustizia», e che nella missione diplomatica «le parole devono tornare ad esprimere in modo inequivoco realtà certe», perché «solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti». Una definizione di comunicazione diplomatica che molte cancellerie laiche farebbero bene a incorniciare.

Diplomazia dei gesti: Kurdistan, Ucraina, Medio oriente
La concretezza di questa diplomazia si misura nelle azioni, non solo nelle parole.
Leone XIV ha offerto la Santa Sede come sede per i negoziati di pace tra Russia e Ucraina — un'iniziativa che, per quanto ancora vaga nella forma, segnala la disponibilità del Vaticano a svolgere la funzione di terreno neutro che in un'altra stagione storica era svolta dalla Svizzera o dalla Svezia.
Ha chiamato il Presidente Herzog in occasione delle festività pasquali, mantenendo aperto il canale con Israele senza chiudere quello con i palestinesi.
Ha compiuto il terzo viaggio apostolico in Africa — Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale — portando nelle aule dei presidenti e nei palazzi del potere continentale lo stesso messaggio: la diversità non è una fragilità, è una promessa di fraternità.
In Camerun, il 15 aprile 2026, ha detto davanti alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico locale che la pace «non è uno slogan» e «va incarnata in uno stile personale e istituzionale che ripudi ogni forma di violenza».
Ha indicato nelle donne le «artefici di pace» e nei giovani la «speranza del Paese e della Chiesa».
Non sono formule liturgiche: sono indicazioni programmatiche che provano a competere con le retoriche nazionaliste e le derive securitarie che affliggono il continente.
Con Nechirvan Barzani, il Presidente della Regione Kurdistan che arriva oggi a Roma per una visita ufficiale di due giorni, Leone XIV affronta un dossier di straordinaria delicatezza: la sopravvivenza delle minoranze cristiane in Iraq. Meno di 300.000 fedeli rimasti dopo il crollo seguito all'invasione del 2003 e alle devastazioni dell'ISIS nel 2014.
Un popolo decimato che la Santa Sede sente come sua responsabilità pastorale prima ancora che diplomatica.
Il Vaticano ha ricevuto venerdì Miroslaw Wachowski, nuovo Nunzio Apostolico in Iraq, e Barzani stesso aveva ribadito pochi giorni prima il sostegno della Regione Kurdistan alla convivenza e alla diversità religiosa.
Il quadro è costruito con cura: nulla è casuale nella sequenza degli incontri.

Una lezione per i grandi blocchi del pianeta
Ciò che emerge dall'analisi complessiva di questo primo anno di pontificato leonino è qualcosa che merita di essere detto con chiarezza: la Santa Sede sta praticando una forma di diplomazia multilaterale che i grandi blocchi geopolitici del pianeta — l’Occidente a guida americana, la Cina con la sua Belt and Road, la Russia post-imperiale, i BRICS in cerca di un'identità coerente — non sembrano in grado di praticare, perché intrappolati nelle logiche di interesse che li definiscono.
Il Vaticano non ha risorse militari, non controlla materie prime, non siede nel Consiglio di Sicurezza.
Eppure incide.
Lo fa attraverso la credibilità morale che deriva dall'essere percepita — anche da interlocutori non cattolici — come una voce che non mente per convenienza, non promette ciò che non può mantenere, non abbandona i suoi principi in cambio di vantaggi transazionali. In un'epoca di sfiducia sistemica nelle istituzioni, questa è una risorsa rarissima.
La diplomazia di Leone XIV appare «meno estemporanea nelle dichiarazioni, meno incline a schierarsi in modo immediato da una parte o dall'altra e, proprio per questo, più equilibrata.»

Leone XIV ha costruito questo approccio su Sant'Agostino: citato nel discorso al Corpo Diplomatico del 9 gennaio, ripreso davanti ai diplomatici del Camerun il 15 aprile.
La «Città di Dio» come bussola: il cristiano vive nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, e proprio per questo non è estraneo al mondo politico, ma cerca di applicare l'etica alla governance civile.
Non è teocraticismo: è antropologia politica applicata alle relazioni internazionali.
È una lezione che dovrebbero ascoltare i leader dei blocchi che si fronteggiano.
L'Europa che torna a parlare di riarmo ma non sa ancora come parlare di pace.
L'America che oscilla tra isolazionismo e muscolarismo. La Russia che ha fatto della guerra uno strumento di politica interna.
La Cina che promuove la propria visione d'ordine senza curarsi troppo del consenso altrui. Tutti questi attori condividono un deficit che la Santa Sede non ha: la mancanza di una grammatica della pace che preceda e orienti la grammatica della forza.

Il metodo: verità, prudenza, preghiera
Tre parole strutturano il metodo di questa diplomazia.
La prima è verità: Leone XIV lo ha detto nel primo discorso al Corpo Diplomatico e non ha smesso di ripeterlo.
Le parole devono tornare a significare le cose.
Non è un appello moralista: è una precondizione tecnica per qualsiasi negoziato autentico.
Senza un linguaggio condiviso e onesto, non esiste diplomazia possibile, esiste solo gestione tattica delle incomprensioni.
La seconda è prudenza.
La diplomazia vaticana — Parolin lo ha spiegato in più occasioni — non si misura dal numero delle dichiarazioni ma dalla profondità del lavoro silenzioso che precede e segue ogni incontro pubblico.
I viaggi apostolici sono forme di diplomazia.
Il momento scelto per una telefonata è diplomazia.
Il tono con cui si risponde a un'accusa è diplomazia.
Leone XIV ha scelto di non tornare negli Stati Uniti nel 2026, per non sovrapporsi alle elezioni di midterm e al 250° anniversario americano: anche questo è un atto di intelligenza geopolitica.
La terza è preghiera.
Il Rosario per la pace dell'11 aprile 2026, annunciato nell'Urbi et Orbi di Pasqua, è stato il gesto diplomatico più significativo del pontificato finora: non una conferenza, non un comunicato, ma una mobilitazione spirituale globale che ha attraversato continenti e confessioni.
In un'epoca in cui la comunicazione politica è saturata di rumore, il silenzio di un rosario collettivo è un messaggio potente.
 
Il 18 maggio 2026, mentre Nechirvan Barzani varca i cancelli del Vaticano, la Santa Sede offre al mondo un'immagine che vale più di mille discorsi: quella di un piccolo Stato — 44 ettari, nessun esercito, nessun veto alle Nazioni Unite — che riesce a mettere allo stesso tavolo le ansie del Kurdistan, le speranze delle minoranze cristiane irachene, le aspettative di una comunità internazionale stanca di guerre senza fine.
Lo fa con gli strumenti di sempre: la parola chiara, il gesto ponderato, l'ascolto paziente.
Lo fa Leone XIV, un americano che ha imparato in Perù che cosa significa il confine tra il potere e la cura.
Lo fa Parolin, che conosce ogni corridoio dei palazzi del potere globale senza averne mai subito il fascino in modo distorsivo. Lo fa Gallagher, che nei dossier più difficili trova sempre lo spazio minimo per tenere aperta una porta.
In questo senso, la Santa Sede non è solo una voce morale nel disordine del mondo.
È una scuola. E forse, oggi più che mai, i grandi blocchi del pianeta farebbero bene a iscriversi.






Pierangelo Panozzo
 
  


 
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