Notizie dall'Italia

Modena, il silenzio dell’Europa e il coraggio che manca
Il grido di Monsignor Gaid e la crisi di una civiltà che ha smesso di credere in sé stessa
19-05-2026 - C’è una parola che Monsignor Yoannis Lahzi Gaid usa con chirurgica precisione nell’analisi pubblicata oggi su ‘’Il Tempo’’ e quella parola è sintomo. Non tragedia, non eccezione, non emergenza.
Sintomo.
È una scelta lessicale che vale da sola un’intera riflessione, perché chi parla di sintomi sta dicendo che il paziente è malato da prima, che il sangue versato a Modena non inaugura nulla: rivela qualcosa che era già lì, sepolto sotto strati di cautela istituzionale, di relativismo culturale, di pigrizia intellettuale.
Gaid non è un commentatore qualunque.
Segretario personale di Papa Francesco per anni, presidente della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, cristiano d’Egitto cresciuto in una minoranza che conosce la pressione dell’estremismo non come concetto astratto ma come realtà vissuta, come odore di bruciato nella propria storia.
Quando scrive che “il terrorismo non nasce nel vuoto”, lo scrive con l’autorità di chi quel vuoto lo ha visto riempirsi, in terre in cui la parola “apostasia” non è un’astrazione teologica ma una condanna.
Il nodo che il prelato egiziano porta alla luce è doppio, e la sua onestà intellettuale consiste proprio nel non cedere alla tentazione di scioglierne solo uno.
Da un lato denuncia senza infingimenti l’esistenza di un’ideologia — quella jihadista — che trasforma la fede in strumento di disumanizzazione e la morte in dovere morale.
Dall’altro rivolge all’Occidente uno specchio altrettanto scomodo: quello di una civiltà che ha oscillato tra il multiculturalismo ingenuo, incapace di chiedere vera adesione ai valori fondamentali, e la frammentazione sociale che ha prodotto vuoti spirituali e identitari prontamente occupati dall’estremismo.
Questo equilibrio — raro nel dibattito pubblico italiano, dove si tende o alla rimozione colpevole o alla semplificazione aggressiva — è il contributo più prezioso dell’analisi di Gaid.
Il suo non è un testo islamofobo, né tantomeno un testo autoassolutorio.
È un atto di lucidità che disturba tutti, e che per questo merita di essere preso sul serio.
Modena, in questo senso, diventa una cartina di tornasole.
Il giovane che uccide non arriva da lontano: è, come in quasi tutti i casi europei degli ultimi anni, un prodotto interno.
Nato qui, cresciuto qui, talvolta laureato qui.
Integrato nella lingua, estraneo nell’anima.
È la figura che più dovrebbe inquietare l’Europa, perché dimostra che il problema non si risolve con i controlli alle frontiere: si annida nelle periferie culturali e spirituali che la società ha smesso di presidiare, convinta che il benessere materiale fosse sufficiente a tenere insieme le persone.
La risposta di Gaid non è la guerra né l’odio.
È qualcosa di più esigente: il coraggio di distinguere.
Tra fede e fanatismo.
Tra accoglienza e ingenuità.
Tra tolleranza (valore altissimo) e rinuncia ai propri principi fondamentali, che sarebbe invece una resa mascherata da virtù.
Una società che non riesce a difendere con chiarezza la dignità della persona, la libertà di coscienza, l’uguaglianza tra uomo e donna — non per negoziato politico ma come conquiste universali irrinunciabili — è una società che ha già perso qualcosa di essenziale, prima ancora che arrivi la prossima sirena.
Il rischio più grave che Gaid individua non è il prossimo attentato.
È l’abitudine.
Il momento in cui le sirene, le vittime, le piazze presidiate diventano parte del paesaggio ordinario, accettati come un costo fisso della modernità.
Quando una società si abitua alla paura, scrive, ha già iniziato a perdere sé stessa.
L’Europa ha ascoltato.
Poi ha archiviato.
Poi ha ascoltato di nuovo.
La domanda che Modena ripropone — e che Monsignor Gaid pone con una franchezza che raramente si trova in un prelato di quella statura — è se esista ancora la volontà politica e culturale di non archiviare più.
I sintomi ignorati, conclude il prelato, tendono ad aggravarsi.
Le società si salvano solo quando trovano il coraggio di guardare in faccia le proprie ferite senza mentire a sé stesse.
È una frase che suona quasi come un’ingiunzione pastorale rivolta non a una parrocchia, ma a un intero continente.
Pierangelo Panozzo

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