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Africa CEO Forum
Dedollarizzazione, anche il big sudafricano ABSA apre ai pagamenti in Yuan
22-05-2026 - NAIROBI — C’è un momento in cui una tendenza diventa struttura. Nel panorama bancario africano, quel momento sembra essere arrivato a Kigali, il 16 maggio 2026, a margine dell’Africa CEO Forum.
In pochi ore, due istituti di credito tra i maggiori del continente hanno annunciato la propria intenzione di aderire al Cross-Border Interbank Payment System — il CIPS, sistema cinese per la liquidazione transfrontaliera in renminbi — accelerando una traiettoria che Standard Bank aveva inaugurato soltanto sei mesi prima.
Absa Group, terza banca sudafricana per patrimonio dopo Standard Bank e FirstRand e quotata alla Borsa di Johannesburg fin dai tempi in cui portava il nome esteso di Amalgamated Banks of South Africa, sta valutando formalmente l’adesione al CIPS.
A dichiararlo è Abdi Mohamed, amministratore delegato della divisione keniota dell’istituto, interpellato da Bloomberg: «Siamo parte attiva delle conversazioni iniziali sul sistema, su ciò che potrebbe significare per il continente come opportunità e come piattaforma», ha dichiarato Mohamed «È una buona aggiunta ai sistemi di pagamento globali che già utilizziamo.»
Il banco sta esaminando, ha precisato, «come rendere più semplice questo processo in modo da poter regolare i pagamenti direttamente», senza il doppio passaggio valutario che attualmente caratterizza le transazioni Africa-Cina.
Quello stesso venerdì, Jeremy Awori, CEO di Ecobank Transnational — il colosso panafricano con presenza in oltre trenta mercati del continente — ha confermato che il suo istituto ha già presentato domanda di adesione al CIPS.
La convergenza non è casuale: entrambi gli annunci sono maturati nella stessa capitale ruandese, nella stessa finestra temporale, davanti alla stessa platea di duemilacinquecento decisori riuniti sotto il tema “Scale or Fail”. Il segnale è preciso.
La sequenza temporale di questa corsa è essa stessa una narrazione geopolitica.
Standard Bank — prima banca africana a integrarsi direttamente con il CIPS, in novembre 2025 — ha processato 9,5 miliardi di rand, pari a circa 572 milioni di dollari, nei soli sei mesi successivi all’attivazione.
La African Export-Import Bank, Afreximbank, aveva già aderito in precedenza.
Ora si aggiungono Absa ed Ecobank, con geometrie e motivazioni diverse ma con un denominatore comune: la volontà di eliminare il dollaro come valuta di transito obbligato negli scambi con la Cina.
Il meccanismo attuale è semplice nel suo essere costoso.
Un commerciante africano che acquista merci cinesi converte prima la propria valuta locale in dollari, poi i dollari in yuan.
Due cambi, due commissioni, due esposizioni al rischio di volatilità.
Il CIPS — alternativa cinese al sistema SWIFT, costruita da Pechino con l’esplicita finalità di promuovere l’uso internazionale del renminbi — consente di accorciare questa catena, regolando i pagamenti direttamente nella valuta cinese.
Il vantaggio non è soltanto di costo: i pagamenti attraverso CIPS possono essere liquidati in pochi secondi, contro i tre-cinque giorni tipici dei trasferimenti SWIFT, e in un recente test pilota tra Hong Kong e Abu Dhabi una transazione si è chiusa in sette secondi con una riduzione delle commissioni del 98 per cento.
La cornice macro è quella di una dedollarizzazione africana che non è più fenomeno ideologico ma scelta pragmatica degli operatori. Tanzania e Zambia hanno già introdotto misure restrittive all’uso del dollaro nelle transazioni domestiche; la Repubblica Democratica del Congo è attesa sulla stessa traiettoria.
Il Pan-African Payment and Settlement System, sostenuto dall’Unione Africana, facilita intanto le transazioni in valuta locale per il commercio intra-continentale.
Sul fronte geopolitico, l’allargamento del blocco BRICS+ — che include ora Egitto ed Etiopia — alimenta una spinta istituzionale verso sistemi di pagamento alternativi all’architettura dollar-centrica.
I rischi esistono e non vanno sottovalutati.
Il renminbi non è pienamente convertibile, e le autorità di regolamentazione cinesi conservano la facoltà di intervenire sui flussi transfrontalieri con preavviso limitato.
Operare in yuan significa navigare un sistema di controlli sui capitali che, nonostante anni di progressiva liberalizzazione, resta significativo.
Per le banche africane, aderire al CIPS non è una mossa neutra: implica esposizione a variabili regolamentari che dipendono da decisioni di Pechino, non di Pretoria o Nairobi.
Eppure la direzione è chiara.
Che tre dei quattro principali istituti panafricani si siano mossi nel medesimo senso nell’arco di sei mesi non è coincidenza: è l’indicatore di un cambiamento strutturale nel sistema dei pagamenti internazionali africani.
Il dollaro non scompare dall’equazione, ma perde la sua posizione di intermediario necessario in uno dei corridoi commerciali più dinamici del mondo.
Absa — con la sua controllata a Pechino già operativa e una rete in dodici paesi africani — è forse l’istituto meglio posizionato per fare di questa valutazione una scelta definitiva.
Kigali, nel maggio 2026, potrebbe essere ricordata come il momento in cui quella scelta è diventata inevitabile.
Pierangelo Panozzo

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