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foto di: P. Panozzo
Assisi parla al mondo che brucia
Forza, diritto e pace a Termoli: l’eredità di san Francesco nell’età dei conflitti permanenti
01-06-2026 - C’è qualcosa di deliberatamente anacronistico, e per questo profondamente necessario, nel fatto che una città adriatica di provincia abbia convocato diplomatici, generali, nunzi apostolici, accademici e direttori di giornali per discutere di guerra e pace nella navata di una chiesa francescana.
Il 29 maggio 2026, nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Termoli, si è svolto qualcosa che va oltre la categoria del convegno: un esercizio collettivo di lucidità, promosso dal Comitato San Francesco con la regia dell’avvocato Michele Cocomazzi e il contributo artistico di Stefano Leone, in un doppio anniversario che ha aggiunto peso simbolico alla sostanza analitica — il cinquantesimo anno dell’erezione a parrocchia e l’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi.

Il titolo scelto — “L’uso della forza, la crisi del diritto internazionale e la lezione di Francesco d’Assisi: quale futuro per il mondo” — non lasciava spazio all’ambiguità.
Non si trattava di commemorare un santo.
Si trattava di capire se l’ordine internazionale, o quello che ne resta, abbia ancora anticorpi sufficienti per sopravvivere alla propria crisi di legittimità, e se la figura di Francesco — uomo che nel 1219 attraversò le linee della quinta crociata per incontrare il sultano Malik al-Kamil senza un esercito alle spalle — possa ancora dire qualcosa di operativo a un pianeta che conta tra gli ottanta e i cento conflitti attivi simultanei.

Il pannello dei relatori era costruito con precisione chirurgica.
Il generale Giorgio Battisti, presidente dell’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario di Sanremo — l’istituzione che dal 1970 forma i giuristi, i militari e i diplomatici sul rispetto del diritto umanitario nei conflitti armati — ha portato la riflessione sul terreno della sicurezza e dell’architettura atlantica.
La NATO, ha ricordato Battisti, è nata nel 1949 come alleanza difensiva e per decenni ha funzionato come garanzia di stabilità per l’Europa.
Oggi vive una fase di transizione profonda: Washington chiede da tempo che il continente si faccia carico della propria difesa, e questo riequilibrio, per quanto non significhi un abbandono americano, impone all’Europa una nuova consapevolezza strategica che finora è mancata.
Una consapevolezza che non può più essere rinviata.

L’ambasciatore Guido Lenzi, già rappresentante permanente dell’Italia presso l’OSCE di Vienna e direttore dell’Istituto di Sicurezza Europea di Parigi, ha inquadrato la crisi del diritto internazionale nella sua dimensione strutturale.
La Carta delle Nazioni Unite, ha sostenuto, non va tanto riformata quanto semplicemente applicata — il che, nell’attuale congiuntura, equivale a una rivoluzione. Il problema non è l’assenza di norme, ma il rifiuto sistematico di riconoscerle come vincolanti da parte di attori che continuano a sedersi nei consessi multilaterali pur svuotandone il mandato dall’interno.

L’ambasciatore Mauro Conciatori, già in missione per conto dell’Italia a Teheran — uno degli osservatori privilegiati di quell’arco di crisi che attraversa il Medio Oriente allargato — ha portato la voce di chi ha negoziato sul filo della crisi reale.
Il suo contributo ha toccato la questione più radicale: perché il ricorso alla forza continua a essere percepito come più efficace del dialogo?
La risposta offerta è stata netta e scomoda: perché non viene riconosciuto il diritto dell’altro a esistere per quello che è.
È esattamente qui, in questa negazione dell’alterità, che la figura di Francesco d’Assisi torna a essere attuale non come icona devozionale ma come paradigma diplomatico.
Francesco non andò dal sultano per convincerlo.
Ci andò per incontrarlo.
La distinzione non è retorica: è la differenza tra propaganda e diplomazia.

Monsignor Leo Boccardi, nunzio apostolico e voce della Santa Sede, ha chiarito che la posizione della Chiesa sulla crisi del multilateralismo non è una difesa ingenua dello status quo. Il Vaticano non ha nostalgia di un ordine internazionale che spesso ha prodotto ingiustizia. Ma riconosce che l’alternativa alla norma non è la libertà: è l’arbitrio del più forte.

Il professor Vincenzo Buonuomo, già Magnifico Rettore della Pontificia Università Urbaniana e consigliere generale della Città del Vaticano, ha declinato questa posizione sul piano del diritto delle organizzazioni internazionali, ricordando che il problema della governance globale non è tanto l’inefficienza delle istituzioni quanto la volontà politica — o la sua assenza — degli Stati che le compongono.

Il professor Antonello De Oto, Ordinario di Diritto delle Religioni e Interculturale all’Università di Bologna, ha intrecciato la dimensione giuridica con quella interreligiosa, richiamando come la tradizione francescana del dialogo non sia mai stata una capitolazione teologica ma una forma di coraggio intellettuale che l’Occidente contemporaneo ha in larga misura smarrito.
Fra Carlo Roberto ha restituito la voce dell’esperienza monastica: non distante dal mondo ma radicata in una critica profonda della logica del dominio.

Giulio Borrelli, già direttore del TG1 e corrispondente RAI da New York, oggi sindaco di Atessa, ha offerto l’intervento forse più appassionato della serata, parlando di un mondo di “lupi e bulli” nel quale Stati Uniti, Cina e Russia rimodellano gli equilibri globali mentre l’Europa rischia di restare irrilevante perché incapace di una politica estera comune e priva della volontà di costruirla.
Il nodo europeo è il nodo centrale: l’Europa dispone di valori, di istituzioni, di risorse economiche e di storia giuridica — ma continua a parlare a voci discordanti sui dossier che contano, dalle sanzioni alla sicurezza, dall’intelligenza artificiale alle materie prime critiche.

Da Roma sono giunti due contributi in collegamento.
Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera e già presidente del Senato, ha scelto di ricordare l’incontro tra Francesco e il sultano come uno degli esempi più potenti di dialogo interculturale della storia, richiamando il principio per cui nessuna guerra può essere condotta in nome di Dio — un principio che suona tanto semplice quanto frequentemente violato.
La testimonianza del Poverello, ha concluso Casini, rimane un sentiero praticabile, fondato su dialogo, pace e dignità della persona.

Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, ha completato il quadro con una prospettiva editoriale e teologica che ha sottolineato la necessità di recuperare il valore del multilateralismo in quanto scelta politica prima ancora che tecnica.

Quello che è emerso da Termoli è qualcosa di più di un resoconto sulla crisi del diritto internazionale.
È la prova che esiste ancora, in Italia e in Europa, una rete di competenze, di vocazioni e di responsabilità capace di affrontare le domande difficili senza nascondersi dietro le semplificazioni del populismo né dissolversi nell’impotenza dell’accademia.
La chiesa di San Francesco ha fatto da contenitore insolito ma perfetto: un luogo dove la spiritualità non esclude la strategia, e dove il richiamo al dialogo non è evasione dalla realtà ma sua interpretazione più rigorosa.

Francesco d’Assisi incontrò il sultano mentre le crociate bruciavano.
Lo fece disarmato, convinto che l’incontro fosse già di per sé un atto politico.
Otto secoli dopo, quel gesto continua a disturbare — perché suggerisce che la pace non sia il prodotto della forza ma la sua alternativa strutturale.
In un anno in cui i conflitti attivi nel mondo superano il centinaio, ascoltarlo di nuovo non è nostalgia.
È urgenza.

Pierangelo Panozzo
 
  


 
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